
Non vorrei metterla giù dura scomodando Giambattista Vico, ma il vostro amichevole Cassidy di quartiere per “rilassarsi” dalle notizie che arrivano dai telegiornali, ha pensato di pescare dalla lista dei compleanni del 2026, ricordandomi di averne saltato uno nel 2024 che tematicamente (e anche geograficamente, parliamo di film inglesi oggi) ci stava, quindi eccovi un bel “Versus” allegrone!
Gli anni ’80, tanto per cambiare, non erano solo l’epoca delle spalline, dei synth e dei film d’azione muscolari, erano soprattutto gli anni della Guerra Fredda e della paura concreta che qualcuno premesse il bottone rosso, della consapevolezza – non proprio rassicurante – che, in caso di guerra nucleare, probabilmente non si sarebbe salvato quasi nessuno.
Il cinema e la televisione di quegli anni metabolizzarono quella paura in vari modi, ad esempio dalla vecchia Albione sono arrivati due esempi perfetti per ricordarci che l’annichilimento totale è sempre dietro l’angolo e che quando arrivano le bombe atomiche, non c’è manuale di istruzioni che tenga.
Threads – Ipotesi sopravvivenza (1984)
Se c’è un film capace di toglierti qualsiasi idea romantica sulla sopravvivenza in caso di guerra nucleare, quello è “Threads”, il cui titolo italiano, “Ipotesi sopravvivenza” rende davvero onore all’opera perché la sopravvivenza è un’ipotesi, una anche piuttosto remota. Pensate al vostro amichevole Cassidy di quartiere bambino, che scopre questo film da qualche passaggio televisivo, e resta invischiato nella sua ragnatela proprio per i ragni della primissima scena (storia vera).
Diretto da Mick Jackson e prodotto dalla BBC nel 1984, il film per la televisione segue la vita di gente comune a Sheffield, città industriale inglese, con interpreti principali come Jimmy (Reece Dinsdale) e Ruth (Karen Meagher).

Quello che rende il film davvero angosciante non è solo la minaccia nucleare, ma il modo in cui viene raccontata: in pieno stile documentaristico, come se la BBC stesse mostrando un futuro possibile senza filtri né drammi hollywoodiani. Come il suo cugino americano The Day After, il film inizia con la vita quotidiana dei protagonisti che procede normalmente tra lavoro, scuola, spesa e relazioni sociali, mentre tutti ignorano o considerano rumore di fondo le notizie sulla guerra. Insomma, come facciamo noi nel 2026.
Il terrore e l’ansia crescente stanno tutti qui, perché come spettatori sappiamo che questa routine può essere spazzata via in un attimo, e il film ci mostra esattamente cosa accadrebbe e lo fa senza pietà o pietismo, ma comunque in maniera brutalmente onesta.

Quando la bomba esplode, Sheffield viene ridotta a macerie e la devastazione si estende in maniera realistica, non ci sono eroi, esplosioni spettacolari o effetti speciali che addolciscono il colpo, solo un’osservazione glaciale e sensata di cosa accadrebbe alla società. Strade deserte, blackout, mancanza di cibo e acqua, ospedali travolti dall’emergenza, tutto quello che può andare storto, va storto il resto, diventa radioattivo e letale attorno agli impotenti protagonisti.
A differenza dell’americano The Day After, che sconvolse il pubblico statunitense mostrando gli effetti immediati di una guerra nucleare su Kansas City e i dintorni, “Threads” è più radicale. “The Day After” funziona quasi come un film-catastrofe: c’è dramma, ci sono lacrime, qualche momento di eroismo, e la narrazione è centrata soprattutto sugli eventi dei primi giorni successivi all’attacco, ma sempre con quel tocco americano, ci sono almeno un paio di personaggi (di solito medici) alla quale come spettatori viene istintivo aggrapparsi. “Threads” invece non si limita al presente immediato, segue la catastrofe per settimane, mesi e anni, mostrando come la società possa collassare completamente, con la fame, i ratti, le radiazioni e il crollo delle istituzioni, che trasformano la vita quotidiana in una triste routine senza speranza.

Il film usa il mezzo cinematografico come un documentario sul nostro futuro possibile, rendendo ogni dettaglio della devastazione credibile e angosciante, non c’è spazio per consolazioni o soluzioni miracolose, solo un lento incedere verso una società che implode in modo totalmente credibile, coerente con la logica di un inverno nucleare e di una civiltà improvvisamente privata di tutto ciò che la sosteneva.
L’angoscia che produce non deriva da soluzioni cinematografiche, ma dal fatto che potrebbe davvero succedere, e proprio come lo vediamo raccontare nel film, che sembra un documentario precipitato da un futuro, si spera per lo meno alternativo. Nel confronto diretto, “The Day After” appare quasi più una drammatizzazione, mentre “Threads” punta a un realismo spietato che rende il film ancora oggi uno dei ritratti più angoscianti della Guerra Fredda e della vulnerabilità della società occidentale, nel confronto diretto, il suo cuginetto americani sarà anche uscito prima, ma sembra quasi una roba per famiglie, vedere o rivedere per credere ed ora, pensate al vostro amichevole Cassidy di quartiere che per riprendersi da questo ripasso, ha pensato bene di gettarsi su…
Quando soffia il vento (1986)
Se “Threads” ti maltratta mostrando come una guerra nucleare spezzerà la società, “Quando soffia il vento” ti spezza il cuore mostrandoti chi potrebbe subirne le conseguenze più intime. Questo film d’animazione britannico del 1986, diretto da Jimmy T. Murakami e tratto dall’omonimo fumetto di Raymond Briggs, spegne le sue prime quaranta candeline proprio quest’anno, dimostrando di essere più attuale che mai
Il film segue la vicenda di Jim e Hilda Bloggs, una coppia di anziani inglesi che vive la sua quieta pensione in campagna, due personaggi che Briggs aveva già raccontato nei suoi fumetti e che qui mette al servizio (per non dire sacrifica) della storia che vuole raccontare. Jim è convinto che, se mai dovesse scoppiare una guerra atomica, il governo inglese saprà prendersi cura di loro, così, quando la radio annuncia un imminente attacco nucleare, la coppia non cade nel panico: costruisce un improbabile rifugio antiatomico, totalmente inutile e inadatto e si affida alle istruzioni governative mentre prova a mantenere la normalità quotidiana.

Qui il film mena il suo colpo più duro, l’ingenuità dei protagonisti li dipinge con quel caratteristico umorismo inglese del tipo, perché non ci sediamo e ci facciamo una tazza di tè? Una dolcezza quasi infantile, che rende la loro lotta contro la fine ancora più straziante. Il film mostra la lenta degradazione della loro vita, la perdita di speranza, la malattia e la morte, tutto sotto l’apparenza rassicurante di un’animazione classica che però mescola parti in stop-motion.
La parte emotivamente più tosta è il modo in cui la tenera coppietta si aggrappa ai ricordi della Seconda Guerra Mondiale, anzi di un secondo conflitto bellico idealizzato, in cui il terrore dei bombardamenti non è più così fresco nella mente e filtrato dal fatto che comunque, in un modo o nell’altro, grazie al loro governo, i due sono rimasti vivi e al sicuro, senza poter capire che questa volta, non è cambiato solo lo scenario politico, ma anche il tipo di guerra, o di bomba utilizzata.

A rinforzare l’impatto emotivo c’è anche la colonna sonora, composta da Roger Waters dei Pink Floyd, musiche sottili, malinconiche e spesso inquietanti accompagnano le immagini, trasformando momenti apparentemente quotidiani – come fare il tè o leggere le istruzioni del manuale governativo – in sequenze cariche di tensione e senso di imminente tragedia. Waters per altro è stato la seconda scelta, subentrato a David Bowie che avrebbe dovuto occuparsi di tutta la colonna sonora, ma per impegni con il suo tour si è limitato a comporre e cantare la canzone sui titoli di testa, che porta per altro il titolo del film.
Il contrasto tra la l’animazione morbida e il contenuto ottiene come risultato che “Quando soffia il vento” resta uno dei film più angoscianti sul tema nucleare, perché ci costringe a confrontarci con la realtà dei piccoli e vulnerabili di fronte a catastrofi enormi, compie quarant’anni quest’anno e purtroppo, considerano il vento che soffia nel mondo, non è ancora invecchiato. Mica male i titoli che mi scelgo per rilassarmi del telegiornale eh?


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