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Iron Man (2008): Gli eroi non nascono. Vengono costruiti

Da una parte, ho una rubrica dedicata a Shane Black,
dall’altra il nuovo “Avengers: Infinity war” in uscita a breve, direi che il
tavolo da gioco é pronto per un piccolo ripasso sul personaggio che è stato il
vero pilastro del Marvel Cinematic Universe. Ma prima di iniziare, la sigla più
figa e facile del mondo!

Tra i miei mille feticismi da maniaco del cinema, ce n’è
uno che ogni tanto fa capolino, ovvero la mia insana passione per le tagline,
le frasi di lancio dei film, quella di “Iron Man” riesce ad essere in parti
uguali micidiale, ma anche molto significativa: Heroes aren’t born. They’re
built.
Quasi una dichiarazione d’intenti, una presa di posizione
per quello che è stato il primo film prodotto dai Marvel Studios, casa di
produzione che oggi vi tira fuori una supercalzamaglia al mese, ma che nel 2008 ha mosso il suo primo passo verso un
dominio su terra e aria (e sale cinematografiche) che vedrà in “Avengers:
Infinity war” l’ultimo passo di un piano decennale di conquista dei botteghini.
Perché potranno piacervi o farvi schifo, ma i film di supereroi sono stati
davvero l’unico genere sfornato da questi primi strambi anni 2000 e qualcosa.

Quando vuoi un supereroe fatto bene, te lo devi fare da solo.

Il percorso della Marvel è stato lungo e complicato, grazie
agli X-Men di Bryan Singer e allo Spider-Man di Sam Raimi si è creata un minimo
di credibilità, sacrificando alla Fox e alla Sony due dei loro personaggi più
celebri. I tentativi di indipendenza per mantenere il controllo suoi propri
personaggi anche al cinema sono andati bene, ma non benissimo, si va dal solido
“Blade” (1998) a cagate inguardabili come “Daredevil” (2003) di Mark Steven
Johnson. Essendosi giocati quasi tutti i personaggi più popolari (tipo Hulk) e
anche qualcuno di quelli meno famosi (come Ghost Rider), per l’esordio dei suoi
studi cinematografici, la Marvel fa una scelta abbastanza coraggiosa e punta
tutto sul rosso, anzi, sul rosso e oro di Iron Man.

Parliamoci chiaro: il miliardario, genio, playboy e supereroe in armatura Tony Stark creato nel 1963 dal solito Stan Lee a cui vanno
tutti i miei auguri, visto che “The Man” in questi giorni non se la passa
proprio alla grande (Dajè Stan!), non è mai stato un personaggio popolarissimo
fuori dalla cerchia dei nerd come il sottoscritto. In compenso, nel 2008, Tony
era nel mezzo della sua deriva semi fascista nella saga a fumetti “Civil War” e
vi assicuro che nell’adattamento omonimo
Tony ci faceva la figura del democratico, credetemi.

Voi lo vedete così il vecchio Stan, ma negli anni ’70 altri che Hugh Hefner!

Una cosa è creare empatia con un gruppo di emarginati con super poteri, oppure con un ragazzino che guadagna poteri eresponsabilità perdendo lo zio, ben altro discorso far risultare simpatico
al grande pubblico uno che ha un conto in banca da fare invidia a Donald Trump,
va dodici su dodici con le modelle di copertina di Vogue e che in generale la
sua idea di simpatia è ubriacarsi e sventolare dollari al grido di “Ciao
poveri!”. Se aggiungiamo che fino al 2008, il Tony Stark dei fumetti era un
musone con il dopo sbronza, capite che risulta anche complicato per uno come me
che si muove in pullman e non in un’armatura che vola a Mach 2, fare il tifo
per uno così.

L’assunto si complica quando la Marvel può contare su 140
milioni di ex presidenti morti stampati su carta verde e la possibilità di
selezionare tutti gli attori del mondo, ma decide in maniera cosciente di
affidare il film su cui si gioca tutto a Jon Favreau e Robert Downey Jr.

“Questo è il film no? Noi prendiamo l’umorismo e glielo buttiamo!!”.

Lo dico fuori dai denti: non ho una particolare predilezione
per Jon Favreau, un attore prestato alla regia che ha il pregio di saper
mettere i suoi colleghi attori a loro agio, per me Favreau resta quello che nei
panni di sé stesso, veniva preso per il culo né “I Soprano” e poco altro, però
bisogna riconosce al ragazzo di avere buon gusto, dopo aver visto Kiss Kiss Bang Bang capisce che Robert
Downey Jr. è nato per interpretare Tony Stark!

Fino a quel momento, i più quotati per il ruolo erano Tom
Cruise (perfetto per incarnare l’odiosità fumettistica di Tony Stark) e Nicolas
Cage (storia vera!), ma in un attimo tutti sono d’accordo: Robert Downey Jr.
nella vita ha dimostrato di avere un grande talento e di potersi rovinare la
vita con le sue mani per via di alcool e dipendenze varie, uno che sa cosa vuol
dire finire in prima pagina per i suoi eccessi, di fatto, uno che era già Tony
Stark prima di farsi crescere il pizzetto!

Al mio segnale, scatenate il Robert Downey Jr.

Quindi, riassumiamo: abbiamo un regista che normalmente fa
commedie pure così così, un protagonista a cui viene chiesto di interpretare i
suoi stravizi e viene pure pagato per farlo e una credibilità conquistata a
fatica che potrebbe scomparire in un attimo. Beh, se non altro la Marvel si è
assicurata di avere una sceneggiatura a prova di bomba, una trama solida in
modo da non poter sbagliare… Ehm, no! In realtà, all’inizio delle riprese, il
terzo atto del film era ancora tutto da definire (storia vera) e gran parte dei
dialoghi erano solo abbozzati. Jeff Bridges arruolato nel ruolo del
cattivaccio Obadiah Stane, dopo una diffidenza iniziate ha definito il film un
costosissimo “Student film”. A ben guardarlo “Iron Man” per la Marvel è stato
una scelta azzardata, un salto nel buio degno delle balzane idee di Tony Stark
e, allo stesso modo, il risultato è stato un successo, un trionfo che ha
spianato la strada a dieci anni di successi al botteghino.

“Ragazzo , sapevo che eri il cavallo giusto su cui puntare”.

Nel 1963 Stan Lee si ispirò al miliardario Howard Hughes (si
quello di “The Aviator” di Scorsese con Di Caprio, proprio lui) e al conflitto
in essere in quell’anno, ovvero la guerra del Vietnam. Per fortuna della
Marvel, gli Americani sono sempre in guerra, quindi è sufficiente spostare il
conflitto in Afghanistan e sostituire Al Qaeda con una strizzata d’occhio al
Mandarino che non è un frutto particolarmente acidognolo, ma la storica nemesi
a fumetti di Tony Stark e il gioco è fatto!

Mentre si trova in Afghanistan per vendere l’ultimo ritrovato
bellico delle industrie Stark Robert Downey Jr. Tony viene satiricamente
ferito dall’esplosione di una delle sue armi e rapito da un gruppo di
terroristi che lo costringe a costruire il missile Jericho per la loro
crociata. Per impedire alle schegge di raggiungere il suo cuore Stark utilizza
il Palladio per creare una versione in piccolo di quello stesso generatore di
energia pulita, che il suo socio Obadiah Stane (Goffredo Ponti, pelato e con
barba luciferina) considera una roba per zittire gli Hippy, perché tanto i
soldi veri le Stark Industries li fanno con le armi, per usare le parole dello
spavaldo Tony all’inizio del film: «Adoro la pace. Sarei disoccupato con la
pace».

Stronzo, alcolizzato e signore della guerra, ma vostro figlio probabilmente ha lo zaino di Iron Man lo stesso.

Tony si ritrova improvvisamente con un mini reattore
piantato nel petto, un vero e proprio cuore che in maniera anche un po’ poetica
se vogliamo lo tiene in vita e alimenta la prima bozza di armatura Mark I, una
corazza con missili e lanciafiamme con cui Stark si guadagna la libertà
lasciando a terra svariati terroristi. Oh! E li ammazza sul serio! È
incredibile che in soli dieci anni, siamo passati da Iron Man 1.0 che fa fuoco
ai terroristi, a film pieni di supereroi in cui le botte arrivano solo
dopo che tutti i civili sono stati portati in salvo e gli aeroporti evacuati. Certo, sono lontanissimi i tempi in cui Robocop crivellava di pallottole i
criminali di Detroit, però qui possiamo ancora goderci un terrorista che viene
colpito in fronte da un proiettile di rimbalzo sparato da lui stesso contro
l’elmetto di Tony Stark.

He was turned to steel, In the great magnetic field…

Jon Favreau riesce a mettere su un film che dice parecchio
sull’ossessione tutta americana per le armi e su che razza di giro di soldi
possa generare una guerra, ma lo fa con la leggerezza di chi può dire quello
che vuole tanto nessuno si aspetta riflessioni intelligenti, quindi se arrivano
un paio di stoccate date bene, ben vengano!

Il risultato finale è una perfetta storia di origini, che
funziona perché dice tutto quello che deve dire anche sul suo protagonista, ma
senza prendersi mai sul serio, se considerate che lo stesso anno, la Distinta
Concorrenza sfornava il serissimo (e sopravvalutato) “Il cavaliere oscuro” avere
un eroe che battibecca con il suo assistente meccanico chiamato “Ferrovecchio”
e che cerca di rimediare al suo retaggio di morte e distruzione facendo la cosa
giusta, sembra un’enorme boccata di aria fresca.

“Stop! Vietato l’ingresso ai musoni con le orecchie a punta vestiti di nero”.

Tony Stark funziona perché fa il gradasso, la butta sullo
scherzo ed è abbastanza chiaro che la sua storia d’amore più lunga l’ha avuta
con la bottiglia che con una delle tante amanti. Il personaggio non ha nessuna
volontà di essere un eroe, sa benissimo di non esserlo, è l’alcolista più ricco
del mondo, che si è reso conto che la sua sbronza ha armato le mani
sbagliate ed ora vuole porre rimedio alle cazzate di tutta una vita. In tutto
questo Robert Downey Jr. è semplicemente perfetto, talmente a suo agio con
l’argomento che basta lui sullo schermo a fare il film. Infatti, per la maggior
parte del tempo non fa altro che battibeccare con “Ferrovecchio” o in
alternativa dialogare con Paul Bettany che nella versione originale del film
doppia J.A.R.V.I.S. l’intelligenza artificiale che gestisce la casa di Tony e
tutto il suo lavoro.

A ben guardarlo, “Iron Man” ha tre scene d’azione che
probabilmente Jon Favreau ha lasciato completamente in mano alla seconda unità,
oppure ai ragazzi degli effetti speciali, tre-scene-tre che definisco il
personaggio: Iron Man entra in azione spavaldissimo, liberando i profughi dai
terroristi nella sua armatura fiammante («Aggiungi un po’ di rosso fuoco»,
«Certo, aiuterà a passare inosservati»).

I duri, anche se in armatura corazzata, non guardano le esplosioni.

Tony che in volo si prende gioco di un paio di F22, ovvero
il modello più avanzato dell’aeronautica yankee e il finale contro Obadiah
Stane / Iron Monger che, a ben guardarlo, risulta anche abbastanza
anti-climatico per essere uno scontro tra due super armature corazzate. Fine
dell’azione del film.

Eppure, Jon Favreau risolve brillantemente tutte le parti tra
una scena d’azione e l’altra, essendo uno che sa dirigere gli attori come lui
e potendo contare sui migliori talenti che i soldi possano comprare, il
risultato diventa il set dove chiunque vorrebbe ritrovarsi, basta dire che Gwyneth
Paltrow che era la seconda scelta di Favreau dopo Rachel McAdams (che è poi
finita a recitare in Doctor Strange)
ha accettato il ruolo perché viveva a quindici minuti dal set e poteva tornare
a casa dai suoi bambini (storia vera).

“È la cosa più schifosa che ho fatto in vita mia”, “No, hai fatto anche Duets”.

Il risultato finale è azzeccatissimo, Jeff Bridges è un
perfetto Antonio Salieri, invidioso del talento naturale del giovane genio Tony
Stark in versione Mozart. Clark Gregg che nella sceneggiatura originale
interpretava un personaggio senza nemmeno un nome (storia vera), fa talmente
scintille improvvisando gag sulla lunghezza dell’acronimo S.H.I.E.L.D. che
risulta la perfetta spalla comica di Robert Downey Jr. ha funzionato talmente
bene che lo hanno reso protagonista di quella cagata di serie tv “Agents of
SHIELD” nei panni di Phil Coulson, ma questo serve a capire che razza di volano
si è messo in moto grazie a questo film. La scena dopo i titoli di coda con
Samuel L. Jackson dietro la benda di Nick Fury, rispetto alle scene “Post
credits” che la Marvel sforna oggi fa quasi tenerezza, eppure penso che sia ancora
una delle più strapotenti, sentirlo parlare di “Progetto Vendicatori” (e non
Avengers, badate bene) vi assicuro che da sola rappresentava il sogno bagnato
di tutti i nerd del pianeta!

Persino l’anonimo Terrence Howard nei panni del Colonnello
James Rhodes qui sembra un attore vero, il tutto perché Robert Downey Jr.
recita al meglio la parte di uno che sa che verrà ricordato per questo ruolo e
nella vita ne ha viste così tante che ormai può anche permettersi di essere
spavaldo come Tony Stark.

Quanti film con un primo piano tecnologico così avete visto dal 2008?

Con un budget degno del portafoglio di Stark, il film si
assicura di avere tutti i migliori a bordo, basta dire che l’armatura Mark II è
l’ultimo colpo di genio regalato al mitologico Stan Winston, alla storia del
cinema, prima di lasciarci (ciao Stan ci manchi!), un capolavoro di
progettazione e realizzazione degna davvero di un fenomeno che, però, non si
chiama Stark, ma Winston!

L’ultima magia del grande Stan Winston.

La colonna sonora l’ho sempre trovata molto efficace, di
tanti moderni blockbuster visti in questi anni, è ancora una di quelle che
ascolto più volentieri, Ramin Djawadi (quello della sigla di Giocotrono) fa un ottimo lavoro e
ritrova Tom Morello, riformando così la coppia che ci ha regalato la colonna
sonora di Pacific Rim. Per altro, Tom
Morello se guardate bene fa un piccolo cameo, è una delle guardie del corpo
che vengono uccise da Iron Monger. Essere ucciso da una macchina, ironico, ma
anche estremamente coerente per quello che è stato il chitarrista dei Rage
against the machine.

Per il resto è un tripudio di Black Sabbath e “Back in
Black” degli AC/DC come se piovesse, d’altra parte, di metallo si tratta, che
sia rock o quello dell’armatura di Iron Man poco importa. Risultato finale:
anche a ormai dieci anni dalla sua uscita, questo film resta ancora
tremendamente efficace, una scommessa rischiosa, ma vinta su tutta la linea, la
Marvel ha dimostrato di essere in grado davvero di costruire i propri eroi, la
frase di lancio questa volta non scherzava.

“Quella dannata Bara Volante mi sta ancora alle calcagna”.
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