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Iron Man 3 (2013): Attivare protocollo Shane Black!

Dopo aver ripassato il primo
e il secondo capitolo di Iron Man, è
arrivato il momento di chiudere il cerchio, è tornato il momento della rubrica…
Back in Black!


La legge dei blockbuster non guarda in faccia nessuno, il
piano di conquista dei botteghini iniziato dalla Marvel nel 2008 proprio con il
primo Iron Man deve andare avanti, il
passo più importante fatto per dare definitiva forma all’MCU è stato senza
ombra di dubbio “Avengers” (2012) di Joss Whedon, la realizzazione dei sogni
proibiti di ogni ragazzo e ragazza si sia mai appassionato ai fumetti con la grande
“M” rossa in copertina. Il primo titolo sfornato dalla Casa delle Idee dopo “Avengers”
vede di nuovo protagonista Iron Man, ma sacrifica lungo il percorso un tassello
comunque importante, ovvero il regista dei primi due film: Jon Favreau.
Già impegnato con qualche altra commedia che probabilmente
ho visto e che di sicuro mi ha annoiato, Favreau non ha proprio il tempo di dirigere
un terzo Iron Man, ma resta a bordo nel ruolo di Harold “Happy” Hogan
che, infatti, in questo “Iron Man Three” (il titolo originale con il numero in
lettere è una trovata singolare) ha molte più righe di dialogo nei primi minuti
di film e risulta una spalla comica fin troppo invasiva. A chi lo facciamo
dirigere questo film? Kevin Feige si guarda in giro e vede solo Robert Downey
Jr. che m’immagino con la solita faccia da schiaffi dice qualcosa
tipo: «Io qualcuno bravo lo conosco».

“Vedi Shane? Stiamo facendo questa cosa per la Marvel” , “Mai
sentita, io leggo solo Sgt. Rock”.

Può sembrare una roba da poco, ma in un mondo di prime donne
come Hollywood, ricordarsi di chi ti ha dato una mano quando stavi con il culo
per terra è qualcosa che fa notizia e nessuno aveva le gomme a terra più di Robert
Downey Jr. quando Shane Black lo ha voluto come protagonista di Kiss Kiss Bang Bang, è il momento per
Robertino di restituire il favore, a Black e, diciamolo, pure a noi spettatori,
perché passare da Jon Favreau a Shane Black è un po’ come passare da un
intonato cantante di karaoke alla prima fila di un concerto di Bruce
Springsteen.

Bisogna, però, anche dire che la sceneggiatura del film firmata
da Drew Pearce era già pronta, quindi
Black è arrivato a completare un lavoro già parecchio delineato con il compito
di concludere una trilogia che nei primi due capitoli aveva messo in chiaro
quale fosse la ricetta, tanto Tony Stark e parecchi momenti comici attorno ad
un paio di scene d’azione, girate bene, ma senza particolare voglia. Insomma,
stiamo parlando di un classico lavoro su commissione che qualcuno con meno
carisma e meno talento avrebbe potuto condurre fino alla linea dell’arrivo
senza doversi esporre proprio, ma poi, dai, andiamo: hai Shane Black per le mani
e non gli fai gettare uno sguardo alla sceneggiatura? Far “solo” dirigere
Black è un po’ come pagare Bob Dylan solo per cantare, dai, su, chi lo farebbe
mai?
Nel corso del film Stark attiva svariati protocolli dai nomi
bizzarri, quindi quello che potremmo dire è che per questo terzo capitolo è
stato attivato il “Protocollo Shane Black”, ovvero quello che prende un supereroe già noto per essere figo e spavaldo e lo rende ancora più figo e spavaldo!
Black avrebbe voluto esplorare la questione dell’alcolismo di Stark, molto
logico visto che è un problemino che lui stesso ha conosciuto molto bene e lo
ha messo più volte nei guai, ma la Marvel, fresca di acquisizione da parte
della Disney risponde che la saga fumettista “Il demone nella bottiglia” era
già stata (in parte) esplorata in Iron Man 2, quindi affida a Black altro
materiale a fumetto, questa volta si tratta della saga di Extremis scritta da Warren Ellis nel 2006 e questo
spiega perché nel film, il presidente degli Stati Uniti si chiama Ellis, il
fatto che abbia la faccia del cattivo di 58 minuti per morire è solo una gustosa aggiunta.

“Signor Presidente, la porto al sicuro sull’aereo” , “Ma quello
del Generale Esperanza?”.

Paletti o no, Black riesce ad inserire così tanto del suo
cinema in “Iron Man 3” che è impossibile non notare il suo passaggio, sarò pure
di parte, ma fin dalla prima visione in sala ho sempre trovato questo terzo
capitolo per certi versi il più riuscito, certo dura più di due ore e non ha l’immediatezza
del primo Iron Man, ma ne riporta in
auge la freschezza, il gusto per le battute (e battutacce) che fanno davvero ridere, un’operazione che sembra correggere scientificamente tutti i difetti
di Iron Man 2 per concludere alla
grande l’arco narrativo di un personaggio, poi tutti sappiamo che Tony Stark è tornato anche in svariate occasioni sul grande schermo, ma
questo film funziona alla grande come punto di arrivo per il personaggio.

“Iron Man 3” urla così forte “SHANE BLACK” che è impossibile
non sentirlo, il prologo con la voce narrante e i vari flashback hanno qualcosa
di Kiss Kiss Bang Bang, inoltre non
manca l’ambientazione natalizia, così tanto natalizia che Black mette da parte
gli AC/DC e li sostituisce con un po’ di canzoni swing di Natale, senza far
sentire (troppo) l’assenza di Angus Young e soci… Ma… A proposito di canzoni,
menzione speciale per il pezzo che apre il film: “Blue” degli Eiffel 65.

“Ok Jarvis, bello l’Hard Rock, ma ora vorrei un po’ di musica natalizia in cuffia grazie”.

Ora, essendo sempre stato rockettaro, quello nero vestito
fin dall’adolescenza, in buona parte spesa in una classe di “Truzzi” che, invece,
prediligevano il gruppo di Gabry Ponte, non posso certo dirvi di essere mai
stato affettivamente legato alla dance degli anni ’90 (largo giro di parole per dire che mi fa cagare),
però per motivi geografici, per il fatto che andavo a scuola praticamente a
chilometri zero rispetto a Ponte e compagni, per il video di quel pezzo che mi
faceva tanto ridere, per via della forma molto equivoca della testa degli
alieni (rigorosamente blu), ma soprattutto per la mia passione per la musica
fuori contesto, un film della Marvel, costato duecento milioni di ex presidenti
morti stampati su carta verde che inizia con un pezzo che non ti aspetteresti
MAI di sentire, beh diciamo fa la sua porca figura! Fine della parentesi
musical/periferica, torniamo al film!

Per i primi venti minuti, se escludiamo il Natale, pare
ancora di stare guardando un film di Jon Favreau ed è proprio fino all’attacco
al Chinese Theatre di Los Angeles che “Iron man 3” resta un pochino ingessato,
trovo simbolico che lo stesso Favreau ceda il passo quando il suo personaggio,
happy Hogan, viene ferito a morte in una scena in cui è chiaro che se Black
avesse avuto facoltà di scelta, Happy sarebbe finito al creatore per dare
dramma e motivare il protagonista, ma siccome nei film moderni non muore più
nessuno per non turbare i bambini (fate ciao ciao con la manina alla signora
Lovejoy dei Simpson) Happy finisce per tutto il film in ospedale a guardare
repliche di “Downton abbey” (la serie preferita di Jon Favreau, storia vera) e
per nostra fortuna il film inizia sul serio!

“Perché sempre Natale Shane? Non possiamo festeggiare che so, San Patrizio una volta ogni tanto?”.

Bisogna sbrigare l’altra pratica, ovvero le connessioni con
il resto del’’MCU, trattandosi del primo film dopo “Avengers” (2012) e
considerato il veto sull’argomento alcolismo imposto dalla Disney, Black se la
gioca piuttosto bene, rende Tony Stark vittima di stress post traumatico (ci
credo considerando il finale di Avengers!), l’uomo che non ha avuto il minimo
ripensamento di dichiarare la mondo in conferenza stampa «Io sono Iron Man» ora
soffre di attacchi di panico e qualcuno più avvezzo alla psicoanalisi di me
potrebbe dirvi che uno che si barrica dentro un’armatura rosso/oro è qualcuno
che ci tiene molto ad apparire spavaldo ed indistruttibile. Quindi, Shane Black
in maniera molto coerente con il suo cinema, si concentra su un protagonista
tormentato (non a caso, la scena post credit conferma che si tratta di una
lunga seduta dallo “psicologo”), sull’uomo dentro all’armatura che deve
imparare a stare fuori dall’armatura, questo spiega perché almeno fino al
finale, l’armatura di Iron Man sia quasi latitante, questione che, so, ha fatto
storcere più di un naso, ma proprio in virtù di quel finale (lasciatemi l’icona
aperta che più avanti ci torno), mi è sembrata una mossa vincente.

“Eccolo, Cassidy ha attaccato a parlare, mettiamoci comodi, non sarà una cosa breve”.

Shane Black è sempre stato un appassionato di fumetti, non
so quante ore abbia passato con quelli di supereroi, non credo tantissime, è decisamente
più uno da romanzi pulp e storie di
uomini tosti che definiscono il loro mondo, Sgt. Rock, Remo Williams e Doc Savage
(di cui Black minaccia sempre un film con The Rock che vedrei molto volentieri),
qui alla pari del suo amico Fred Dekker, si trova per le mani un terzo capitolo su un uomo in armatura,
con parecchie imposizioni da parte dei produttori, ma riesce comunque a farne
un film di Shane Black in tutto e per tutto.

“Un altro uomo in armatura? Non ne voglio nemmeno sentire parlare, mi è bastato una volta”.

Il fuoco è talmente sul personaggio di Tony che Black
elimina quasi del tutto le limitazioni dell’armatura, fino al capitolo
precedente un oggetto pesante che richiedeva un tempo esagerato per essere
indossato, in questo capitolo Tony inventa un sistema per cui i vari
pezzi della Mark 42 (anche nota come figlio prodigo come la chiama Tony)
possono raggiungere Stark in qualunque parte del pianeta in pochi secondi,
senza nemmeno il bisogno di urlare «Miwa! Lanciami i componenti», anche se l’effetto
finale è lo stesso. Questo fa perdere qualcosa in termine di fattibilità
(pseudo) scientifica (ma non che la valigetta di Iron Man 2 lo fosse tanto di più), ma garantisce un certo livello di
spettacolarità specialmente nel finale, anche perché per la maggior parte del
tempo Tony è costretto ad arrangiarsi, sfruttando trucchetti per dimostrare di
essere sempre un passo avanti agli avversari, oppure di essere davvero “Il
Meccanico” che dice di essere, l’ultimo gradino di maturità per un personaggio
che solo un paio di film fa, aveva come principale (ed unico) interesse quello
di fare festa tutto il giorno.

“Ho i pugni di Iron Man nelle mani!” (Quasi-cit.)

Bisogna dire che non tutto è perfetto, la minaccia del virus
Extremis è tutta lasciata all’intuizione del pubblico e resta definita solo a
grandi linee, ma lo trovo comunque un difetto minore perché Shane Black riesce
davvero a dare spessore a tutti i personaggi attorno a Tony Stark, a partire
dai comprimari come Maya Hansen (Rebecca Hall che si vede sempre troppo poco,
ribadisco) e Aldrich Killian, interpretato da un Guy Pearce piuttosto efficace
che riesce spesso a far dimenticare il dettaglio (non da poco) di essere un
megalomane geloso di Stark, con un piano da super cattivo che, però, risulta fin
troppo realistico nel nostro mondo dove l’industria della armi è sempre in
movimento.

Una foto di Rebecca Atrio così, per far esultare le mie pupille.

Inoltre, Black riesce a strizzare l’occhio agli appassionati
del fumetto, adattando alla sua storia anche un paio di cattivi storici di Iron
Man, ad esempio, ho sempre trovato snello e brillante il modo in cui in questo
film faccia la sua comparsata il gruppo terrorista A.I.M. (Avanzate Idee
Meccaniche) senza mostrare nessun cattivone in tuta gialla tipo apicoltore, ma
risolvendo tutto con un palindromo niente male, ma soprattutto e qui veniamo a
quella che tanti considerano lo scivolone di “Iron Man 3”: la gestione della
storica nemesi del personaggio, ovvero il Mandarino.

Quello è il mandarino? Tzè non è buono nemmeno per farci una spremuta.

Posso dirla fuori dai denti? Iron Man è sempre stato un
personaggio definito più che altro dai suoi errori (l’alcolismo, il passato da
costruttore di armi etc.) che dai suoi cattivi che sono sempre più o meno gli stessi.
Il Mandarino dei fumetti, non è un agrume che si consuma spesso nel periodo
dell’anno preferito da Shane Black, ma la versione Marvel di Fu Manchu, uno
stereotipo raziale creato per rappresentare la minaccia della Cina comunista
nei fumetti degli anni ’60. Un tizio con i baffoni lunghi e
dieci anelli magici per ogni dito della mano, insomma dai, pensate davvero che
il film sarebbe stato migliore con un cattivo così? Io non credo proprio.

Fun Fact: Il Mandarino è tornato nel corto All hail the King.

Il Mandarino di Sir Ben Kingsley oltre ad anticipare la
deriva un po’ scema della carriera dello stesso Kingsley, è un’ottima prova di
recitazione e una soluzione brillante per portare il grande nemico mediatico
che piace tanto odiare agli Americani, in un film che, comunque, è stato prodotto
con i soldi della Disney, in un solo personaggio Black lancia stoccate agli Osama
Bin Laden, ma pure a tanti personaggi che popolano Hollywood, anche perché
qualche sassolino nella scarpa il nostro Black in linea di massima in carriera
lo ha pure accumulato.

Ma la parte che in assoluto preferisco di “Iron Man 3” è il
modo in cui sottilmente il cinema di Black si adatta alla perfezione anche ai
personaggi della Marvel, dimostrando di avere un senso per il ritmo e i
dialoghi fighi che nessuno, ma proprio nessuno può vantare, oltre alla capacità
di riuscire ancora una volta (dopo Last action hero) ad essere uno dei pochi capace di non rendere odiosi i bambini
saccenti al cinema, anzi, di averli resi un marchio di fabbrica del suo cinema!

Dite cosa volete, ma alcune battute di questo piccoletto a me fanno ridere.

Shane Black riesce a dare spessore a tutti i personaggi
usando quasi esclusivamente dialoghi riusciti, il Rhodey Rhodes di Don Cheadle,
azzoppato dai film precedenti e dalla pacchiana armatura di Iron Patriot (che
nel fumetto aveva una genesi molto differente) per la prima volta nella
trilogia diventa un personaggio, nel vederlo battibeccare con Tony è impossibile
non rivedere qualcosa delle dinamiche tra Riggs e Murtaugh, anzi, a ben
guardare, è incredibile quante palate di Arma Letale Black sia riuscito ad infilare in un film di supereroi.

Non ancora troppo vecchi per queste stronzate.

Stark e Rhodes sotto il fuoco nemico snocciolano battute, tipo
quella che mi fa spanciare, con Tony che solleva la testa per vedere quanti
nemici ci sono (“Cosa hai visto?”, “Niente, troppo veloce”), oppure la serie di
scambi di cortesie e “frasi maschie” con la tizia della Homeland security: «Ho
avuto donne più focose di te», «Tutto qui, un trucchetto sfigato e una
battutaccia?», «Tesoro potrebbe essere il titolo della mia autobiografia».

A ben guardare, ad un certo punto del film, Tony fa irruzione
nella villa del cattivo sparando ai vari sgherri, ma con armi più simili a
quelle che utilizzerebbe MacGyver che Martin Riggs per non far arrabbiare la
Disney, insomma siamo di fronte ad una specie di “Arma non letale” che non fa
altro che dimostrare ancora una volta come l’idea di Shane Black di cinema,
possa intrattenere il pubblico anche a quasi trent’anni di distanza.

“Ok, sono legato e sono protagonista di un film di Shane Black. Azzo mi tocca la tortura ora!”.

Le scene d’azione non mancano e per essere un film che
dedica molto tempo all’uomo fuori dall’armatura, quando la Mark 42 entra in
azione abbiamo momenti in cui Shane Black si dimostra a suo agio anche a
dirigere roba con parecchie effetti speciali, tipo il salvataggio dei tredici
membri dell’equipaggio dell’Air Force One è ancora una scena veramente riuscita
e coinvolgente, superata solo dal finale, quello in cui persino Gwyneth Paltrow
passa dall’essere la damigella in pericolo ad una donna d’azione («Perché non
ti vesti così anche a casa?»)… no, dai, gente: Gwyneth Paltrow! Solo Shane Black
può permettersi certe mosse e mandarle a segno!

Finalmente ho anche io un film con la Paltrow che non mi fa addormentare (Last Action Gwyneth).

Fatemi chiudere quell’icona lasciata aperta lassù. Il finale
di “Iron Man 3” anche rivedendolo in occasione di questo speciale, è l’apice di
un film che prima da spessore a tutti i personaggi fuori dall’armatura e poi
sfrutta al meglio la trovata coreografica che solo un’armatura che vola in tuo
soccorso ti più dare. Ma la cosa che trovo davvero bella del finale è il suo
essere lo scontro finale con il cattivo di uno dei film d’azione con cui siamo
venuti su, dove i protagonisti utilizzano le varie armature al posto delle 45
automatiche… Pensateci un attimo: i protagonisti corrono, saltano, quando restano
disarmati e senza proiettili, cercano al volo subito un’altra arma per
rispondere al fuoco, una sparatoria vecchia maniera con armi aggiornate ai
nostri tempi il protocollo Shane Black in azione e al suo meglio: «Che aspetti
è Natale, siamo più cattivi».

Adesso ho un fucile mitragliatore un’armatura. Ho, ho, ho. (Quasi-Cit.)

“Iron Man 3” riesce ad essere un signor film su commissione
che lascia intendere che Shane Black sarà forse anche allergico a molte trovate
del cinema di oggi (non a caso, il suo film successivo The nice guys, è ambientato negli anni ’70 per raggirare tanta
censura), ma mette in chiaro che lo stato di forma artistico di Black è ancora
ottimo e che con un progetto ad alto budget e pieno controllo creativo,
potrebbe davvero fare sfaceli ed io spero tanto che quel progetto sarà “The
Predator” che poi è il motivo per cui ho inaugurato questa rubrica dedicata a Shane Black.

Capolinea gente? Uhmm no, perché purtroppo The Predator non esce domani, abbiamo ancora un po’ di tempo, quindi questa rubrica,
si guadagna un ultimo capitolo a sorpresa prima di essere ufficialmente
completa, a breve su questi schermi!

Grazie Stan, molto gentile, ma ho solo più un film per completare la rubrica.
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