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IT (2017): stanno stretti sotto ai letti sette Muschietti a denti stretti

Dopo essere
diventato in un niente il trailer più cliccato su Internet ed essere uscito in
tutto il mondo, ma proprio tutto (solo i Giapponesi lo vedranno dopo di
noi. Storia vera), il nuovo “IT” è arrivato anche in uno strambo Paese a forma
di scarpa… Volete lasciare il tempo al miglior doppiaggio del mondo di coprire
l’ottima prestazione vocale di Bill Skarsgård?

Ve lo dico subito
a scanso di equivoci e senza girarci troppo attorno: a me questo nuovo “IT” è
piaciuto e non necessariamente poco, però se devo dire di essere uscito dalla
sala con le farfalle nello stomaco e completamente in estasi… Mi spiace avrei
voluto, ma così non è stato. Da qui alla fine del post vi spiego come la penso,
mettetevi comodi, non sarà una cosa breve.
Se la sono giocata
facile, sono le prime parole che mi sono venute in mente a fine visione. Sono
sicuro che già sapete tutte del cambio basket avvenuto tra i registi, il
dimissionario Cary Fukunaga rischia di essere ricordato solo per quello
che ha mollato tutto andando via sbattendo i piedini, in realtà, se “IT” è un
bel film una buona parte dei meriti è anche sua. Il piano originale del regista (tra le altre cose della prima stagione di “True Detective”) era
molto in linea con la sua idea di cinema, voleva qualcosa di più simile allo “Shining”
di Kubrick nello spirito, nella sua sceneggiatura quasi tutti i nomi dei
personaggi erano stati cambiati e non mancava la sessualità che chi ha letto il
romanzo, sa essere ben presente nella storia.


Non so voi, ma questa scena sembra uscita dalla mia mente di lettore.

Se questo film
avesse mai visto la luce Fukunaga si sarebbe trovato sotto casa le signore
Lovejoy di questo mondo (“I bambini! Perché nessuno pensa ai bambini!”) e i fan
Kinghiani oltranzisti (che sono tanti tanti), una combinazione letale per la
sua vita sociale.
Con l’arrivo di Andrés
Muschietti chiamato dalla panchina a sostituire il regista, i nomi sono tornati
quelli del romanzo e le scene di sesso scomparse, giusto per non rischiare il
divieto ai minori, ribadisco: hanno deciso di giocarsela facile. Infatti, l’IT
di Muschietti è il titolo perfetto per far contenti tutti, gli appassionati del
romanzo in cerca di un adattamento finalmente all’altezza del capolavoro del
1986 di zio Stevie, ma anche il pubblico cresciuto con la miniserie del 1990 e magari in cerca di qualche spavento facile in
sala.


“Madornale errore” (Cit.)

Ci tengo a dirlo,
però: la gara ad imitare le scimmie e lanciare la cacca contro il film per la
tv di Tommy Lee Wallace è cominciata molto presto. Ve lo dico fuori dai denti
(stretti, sotto i letti): se siete tra quelli pronti a giurare che questo nuovo
adattamento è migliore di quello vecchio, solo perché ha degli effetti speciali
migliori, mi spiace che lo scopriate così, ma il cinema per fortuna è qualcosa di un pochino più profondo di così.

Orrendo ragno
pezzente a parte, non erano certo gli effetti speciali il problema del film di Tommy Lee Wallace, la versione
diretta da Muschietti è un film migliore perché si prende il tempo necessario
per adattare le 1300 pagine del romanzo di King e pur prendendosi qualche
libertà che forse sarà comunque considerata eretica dai fan oltranzisti di cui
sopra, riesce a centrare lo spirito dell’opera, anche se tenete l’icona aperta
sulle mie parole: se la sono giocata facile.

“Mettiamo un bel sorriso su questa faccia” (Cit.)

Molto
intelligente aver spostato la storia negli anni ’80 in modo da avere un secondo
capitolo (in programma per il 2019) ambientato ai giorni nostri, questo bisogna
dire che in certi momenti genera un, a mio avviso, abbastanza ricercato “Effetto
Stranger Things” che di sicuro contribuirà al successo finale del film. Non mi
riferisco solo al fatto che Richie Toziers abbia il volto di Finn Wolfhard,
le strizzatine d’occhio agli anni ’80 iniziano subito con il poster dei Gremlins
in camera di Bill e continuano con un’inquadratura (del tutto gratuita) sul
cartellone del cinema dove viene proiettato “Nightmare 5 – Il mito” (1989),
anzi consideriamoci fortunati (o sfortunati a seconda del vostro punto di
vista) Andrés Muschietti voleva proprio che IT si trasformasse in un sosia di
Freddy Kruger per terrorizzare uno dei Perdenti, ma ha dovuto ripiegare le ali
per ragioni di diritti di sfruttamento del personaggio (storia vera).


Bisogna anche
dire che in questo adattamento del romanzo di King, la cittadina di Derry
ha un ruolo molto più centrale, nella scena della famigerata “H” di Henry
Bowers, Muschietti è molto bravo a mostrarci degli adulti assenti, un’omertà
colpevole che lascia i protagonisti totalmente soli.

Quando un’immagine dice di un film più di mille parole.

Perché quello che
funziona veramente bene del film sono proprio i Perdenti, caratterizzati tutti
molto bene ed ognuno di loro interpretato da un giovane attore davvero
azzeccato, Ben, Mike, Stan e tutti gli altri sono così riusciti da rubare
spesso la scena a Pennywise il clown danzante che in alcuni momenti diventa
quasi secondario rispetto alle vicende dei giovani protagonisti.
Parafrasando
un’altra storia molto amata di zio Stevie: nessuno nella vita ha più degli
amici come quelli che aveva a 12 anni. E, in effetti, questo nuovo adattamento
di “IT” si mette in scia a “Stand by Me” (1986), ho trovato davvero azzeccato
da parte di Muschietti sottolineare che la storia si sviluppa lungo l’arco dei
tre mesi estivi luglio, agosto e settembre, nemmeno fosse una canzone di Luca
Carboni. In alcuni passaggi piuttosto riusciti il film di Andrés Muschietti
riesce a rievocare intere porzioni del libro in maniera assolutamente riuscita,
come nella scena iniziale della barchetta di Georgie giusto per citarne una,
nel resto del tempo, sono proprio i Perdenti a prenderti per il bavero e
a riportarti laggiù nei Barren (anche se mostrati pochino), una delle cose che ho sempre amato del libro di
Stephen King è quella di riuscire a farti immedesimare con tutti i protagonisti
contemporaneamente, devo ringraziare Muschietti per essere nuovamente riuscito
a fare lo stesso.


Per la terza volta dopo libro e miniserie, scegliete il vostro Perdente preferito con cui immedesimarvi.

Che voi siate
stati miopi e grassi, boyscout neri, oppure balbuzienti asmatici, o magari
ragazzine con l’incubo di una brutta fama sempre dietro l’angolo, qualunque
lettore può ritrovare un pochino di se in ognuno dei sette, qui è di nuovo la
stessa cosa. Certo, alcune delle paure semplici dei bambini sono state
modificate rispetto al libro, il lupo mannaro è scomparso e la mummia compare
brevemente, ma onestamente questo tipo di modifiche non mi ha urtato per nulla,
così come mi va benissimo che la famosa combinazione fionda e orecchini
d’argento sia stata sostituita da un oggetto un minimo più tecnologico che non
vi rivelo sennò che cacchio lo ha diretto a fare Muschietti ‘sto film se ve lo
racconto tutto, no?
Ben “Covone” Hanscom
terrorizzato dai morti della ferriera, Mike terrorizzato dai morti bruciati del
“Point Black”, oppure l’ipocondriaco Eddie che trova in un lebbroso la sua
massima idea di orrore, trovo davvero azzeccato che il clown del gruppo, Richie
Toziers sia terrorizzato proprio dai Clown, per altro, uno rappresentato proprio
con le fattezze di Timoteo Speziaindiana (ciao Lazyfish!) nella miniserie del 1990. Spero che non vi sia
sfuggito il dettaglio su Beverly, alle prese con le sue prime mestruazioni,
debba affrontare tutta una serie di paure grondanti sangue (in tutti i sensi) e
legati al suo diventare donna anche agli occhi del padre… Brrrr!


Qual’è il colmo per un clown? Prendere il lavoro troppo sul serio avere paura dei clown.

Quello che mi è
mancato terribilmente è una caratterizzazione di Bill fatta come si
deve, purtroppo tanto del suo personaggio è derivato da quanto sappiamo già di
lui dal libro e dal film di Wallace. La filastrocca “Stanno stretti sotto ai
letti sette spettri Muschietti a denti stretti” viene citata, ma mai spiegata
sul serio (così come la Tartaruga, in un cameo in versione… Lego!), Silver è solamente una bicicletta ma peggio, non è mai chiaro il terribile senso di colpa del personaggio, si capisce
benissimo che Bill vorrebbe scoprire la verità sull’orrenda morte del fratellino Georgie,
ma il modo in cui i genitori lo ignorano totalmente purtroppo resta tra la
pagine del libro, tanto che la madre di Bill nemmeno si vede nel film. No, la
scena delle diapositive non conta, quella è solo un’altra delle clamorose
entrate in scena di Pennywise.

Hi Ho Silver! Sarà per il prossimo film… Forse.

Muschetti è molto
bravo a mostrarci anche grazie ad alcune inquadrature dal basso (il punto di
vista dei bambini) il mondo come lo vedono i Perdenti, parliamoci chiaro: chi si
metterebbe mai in casa un quadro orrendo come quello che terrorizza Stan? Ok, in
una casa in affitto dove sono stato una volta ho trovato un ritratto di Rob Zombie (storia vera), ma a parte questo, è chiaro che il quadro potrebbe essere
a giudicare dalla lunghezza del collo della donna ritratta, un Modigliani
qualunque che, però, risulta orrendo anche ai nostri occhi, perché è così che
Stan lo vede. In questo senso, proprio avere Andrés Muschietti è una scelta
estremamente intelligente da parte della produzione.
Sì, perché dopo
essere stato scoperto artisticamente da Guillermo Del Toro, con il suo film di
esordio “La madre” (Mama, 2013), Muschietti aveva già ampiamente dimostrato di
saper far saltare il pubblico sulle sedie del cinema sfruttando un mostro
orribile dalla forma semi umana, cosa vi dicevo qui sopra? Se la sono giocata
facile.


Comunque lui resta il migliore, i bambini grassi spaccano!

Rispetto a Tommy
Lee Wallace, Andrés Muschietti lascia molto meno alla fantasia, il suo
Pennywise ci viene mostrato quasi subito e molto più spesso a figura intera, ma
come dicevo il regista argentino è molto bravo a sfruttare una sagoma che
sembra umana, ma che quando agisce e si muove sembra davvero soltanto un
travestimento da Clown che nasconde qualcosa di più orribile e qui il
contributo di Bill Skarsgård diventa fondamentale.

“Cassidy era ora che ti decidessi a scrivere di me, per questo ti divorerò per ultimo”.

In quello che è a
tutti gli effetti un romanzo di formazione, una storia di giovani amici con
ogni tanto dei riusciti strappi Horror, Bill Skarsgård si gioca ogni sua
entrata in scena come se fosse quella principale, anche lui al pari di Tim
Curry è stato tenuto separata da Muschetti dal resto del cast, per ottenere
spaventi autentici sul set (storia vera), ma il Pennywise di Skarsgård non
punta mai ad essere un’imitazione di quello di Curry, tra i due pagliacci
intercorre più o meno il rapporto che c’è tra il Joker di Jack Nicholson e
quello di Heath Ledger: più guascone il primo e più schizofrenico il secondo.
Fateci caso: Bill
Skarsgård sbatte le ciglia solo nella prima scena, quella in cui si presenta a Georgie
(e a noi) e dove chiaramente si sta sforzando di sembrare più umano possibile,
per il resto del tempo quell’occhio “Svergolo” aiuta a tratteggiarlo come
qualcosa di sbagliato, la combinazione di CGI per fargli compiere devi
movimenti corporei impossibili per un umano (figuriamoci uno vestito da Clown!)
contribuiscono a farlo percepire come qualcosa di alieno e sbagliato
agli occhi dello spettatore.


“Cassidy ricordi quando ti ho detto che ti avrei divorato per ultimo? Ti ho mentito”.

Bill Skarsgård ci mette il carico, ho avuto la fortuna di trovare un cinema che proiettava
questo film in lingua originale, che poi è anche il modo che vi consiglio di
vedere il film, perché sarebbe un crimine perdersi la prestazione vocale di Skarsgård
che è davvero magistrale. Il modo in cui pronuncia alcune parole con quei
dentoni a punta lo fa sembrare davvero un predatore che si finge docile per
attirare le prede, in certi momenti esplode in isterismi come se fosse a
sua volta un bambino, nel fondo del cervello inizi a pensare che
interfacciandosi sempre con dei bimbi, Pennywise imiti noi umani prendendo
spunto da loro, se mi scappasse di citare (Kill) Bill, direi che Pennywise è la
critica del clown alla razza umana.

Viene fuori dallo schermo! Viene fuori dal fottuto schermo!

Una menzione
speciale la merita anche Sophia Lillis, la sua Beverly Marsh sembra uscita
dritta dalla mia testa di lettore, in un certo senso sembra la rossa Kinghiana
definitiva, non smetterò mai di ringraziare Finn Wolfhard per le sue “Frasi
maschie” con cui nel finale decide di uscirsene fuori, ma Sophia Lillis è una
spanna e mezza sopra tutto il resto dei Perdenti, tanto di cappello!

Sophia Lillis la perfetta rossa Kinghiana, un aumento al direttore del casting. Subito!!

Quello che, invece,
mi è mancato e nemmeno poco è un utilizzo sensato del personaggio di Henry
Bowers, mi sta bene fare leva sul tema caldo e purtroppo in voga del bullismo,
ma ho trovato assurdo che il personaggio sparisca dalla storia in così poco
tempo (e poi in quel modo!), inoltre, lo ammetto, mi è mancato un climax
all’altezza, nello scontro finale gli effetti speciali prendono il sopravvento,
abbiamo un minimo di anticipazione sul futuro della storia (Galleggiano…), ma
il letargo di Pennywise viene dato troppo per scontato, poi tutta
quell’attesa per lo scontro e mi sono ritrovato a pensare: tutto qui? Si
risolve così?
Per assurdo, aver
deciso di giocarsela facile, ha effetto su tutti, non solo sui vari “Salto
paura”, i famigerati “Jump Scare” affidati, però, ad un regista bravissimo a
dirigerli senza farli scadere troppo nella banalità, inoltre non vi è sembrato
strano che i Perdenti debbano pulire il sangue dal bagno di Bev, ma nessuno si
curi dell’acqua che allaga lo scantinato di Bill? Sono sensibile al problema
delle perdite idrauliche in casa.


“Niente di grave, solo un tubo che gocciola”.

Dove davvero
hanno deciso di giocarsela facile con questo adattamento, non è stato tanto
nello scegliere un regista bravo, ma perfetto per un horror che deve rivolgersi
al grande pubblico (“IT” è l’horror che ha incassato più nella storia, quindi:
missione compiuta!), più che altro dedicare un intero capitolo ai protagonisti
da bambini, senza alcun rimando alla porzione adulta della storia facilita di
molto il compito, non solo in fase di scrittura, ma anche per far presa sul
pubblico, è molto più facile immedesimarsi con le paure dei bambini, Pennywise
lo sa molto bene.
Insomma, a 27 anni
dall’uscita del film di Tommy Lee Wallace, ci sono ancora persone in cura dallo
psicologo per il clown di Tim Curry, in questi nostri tempi veloci fatti di
“AAAAAIIIIIPPPPPP” (detto Hype) e di attesa sempre per il prossimo film in
uscita, non so se il Pennywise di Bill Skarsgård avrà lo stesso peso specifico
nella cultura popolare, farà vendere parecchi Funko quello sì, ma per il resto
solo il tempo potrà dircelo.


“Ok ragazzi, la prossima volta non sarà così facile” , “Anche perchè saremo più vecchi di 27 anni!”.

Ora, però, la
sensazione è che il prossimo capitolo, previsto per il 2019, potrebbe essere la
porzione di film migliore, esattamente l’opposto di quanto capitato alla mini
serie di Wallace che perdeva colpi proprio nella porzione dedicata agli
adulti, mi sarei sentito più sicuro se i due film fossero stati girati insieme
(in stile “Il signore degli anelli” per capirci), anche perché la sfida vera
per Andrés Muschietti inizia proprio ora: caro Andy, la tartaruga Cary Fukunaga
non ti può aiutare, da qui in poi sei solo e dopo questo bel film e le
aspettative, per il prossimo capitolo non sarà più possibile giocarsela facile.
Voglio essere
positivo, ci sono tutte le premesse per fare anche molto bene anche se sarà più
difficile, non dimenticare la filastrocca Andy: stanno stretti sotto ai letti
sette Muschietti a denti stretti.
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