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It Stains the sands red (2017): la bionda fuggì nel deserto e lo zombie la seguì

Ho preso in prestito l’incipit Kinghiano della Torre Nera (i libri non quella schifezza di film) per riassumere il soggetto di “It Stains the sands red”, la bionda fuggì nel deserto e lo zombie la seguì. Davvero tutto qui, nient’altro da aggiungere, se non il fatto che il film funziona piuttosto bene!

Di solito un
soggetto minimale, tanto che anche uno come me, privo della capacità di sintesi
può riportare senza scrivere un papiro è quasi sempre un ottimo punto di
partenza per una storia, a patto di riuscire a non tradire tale premessa, i
Vicious Brothers che, in realtà, non sono “Brothers” perché si chiamano Colin
Minihan e Stuart Ortiz (sul fatto che siano “Vicious” non mi interessa
indagare) ci sono riusciti, offrendo davvero quello che la frase di lancio del
film promette, non un altro film di zombie, per lo meno non del tipo svalutato
che si trova troppo spesso in giro.

Da una Las Vegas
in fiamme fuggono un auto Molly (Brittany Allen) e il suo fidanzato
canottierato e “Gangsta”, a proposito di buon gusto nel vestire, anche la
bionda è ben messa, pantaloni leopardati, giacca di pelo bianco a pois e tacchi
troppo alti, un abitino che vi fa capire due cose: la ragazza è una cosplayer
di Cinza Otherside di Rat-Man, oppure
fa la spogliarellista, nel nostro caso barrate “B”.


Ti sembra il momento di farsi un Selfie?!?

I due sono in
fuga dalla città, con loro parti uguali di scorte d’acqua, di vodka e di coca
(non cola) ma i casini veri cominciano quando restano in panne con la loro
auto e il cellulare va KO al primo round, per una volta non per la solita
scusa del campo che manca, ma per il credito questa volta, anche perché per il
resto della storia Molly utilizzerà il navigatore del telefono, quanto mi
piacciono gli horror che tengono conto della tecnologia!

Nel mezzo della
classica strada Yankee, tutta dritta a correre nel bel mezzo del deserto,
l’unica anima viva (si fa per dire…) è un tale che li raggiunge a piedi. Il
fatto che i due non si stupiscano più di tanto a vedere uno zombie barcollare
nella loro direzione e che cerchino subito di sparargli in testa ci fa
capire che per i personaggi del film, la questione “Invasione zombie” è un
fatto ormai assodato, quindi dopo il telefono segnate anche: film dove non si
perde tempo ad uccidere gli zombie con metodi inutili, ma gli si spara subito in
testa.


“Barcolla tutto, non si fa sparare in testa” , “È uno zombie mica un pirla!”.

Peccato che il fidanzato sarà pure “Gangsta” quando vuole, ma è una pippa a sparare: vuota un caricatore beccando giusto risate e finisce divorato dal non morto. Molly ha solo un’opzione: fuggire nel deserto per raggiungere la pista di atterraggio per aerei da cui i suoi amici stanno organizzando un decollo clandestino per il Messico. Ma per arrivarci ha poco tempo e un intero deserto da attraversare… Con un caparbio zombie alle calcagna.

Cast principale e trama riassunti tutti insieme nello stesso fotogramma.

“It Stains the
Sands Red” letteralmente macchia la sabbia di rosso è un film davvero
essenziale, che inventa poco, ma utilizza molto bene tutti i suoi elementi.
Colin Minihan non esagera inventandosi inquadrature psichedeliche lasciandosi
ispirare dall’atmosfera da Peyote del deserto, inoltre la trama è
particolarmente dritta e anche le svolte funzionano tutte piuttosto bene,
incredibile considerando i precedenti lavori dei due “Fratelli Viziosi”, tipo
l’inguardabile e fondamentalmente ridicolo “ESP – Fenomeni paranormali” (2011)
di cui non paghi di due fratellini hanno voluto firmare anche un seguito “ESP² –
Fenomeni paranormali” (2012).

Per fortuna, in
“It Stains the Sands Red” si respira un’aria tutta nuova, i due fratellini
mettono su una storia in cui lo zombie viene sfruttato per la sua fame atavica
e per la sua estrema testardaggine nel non mollare mai la presa (in pratica
come il mio cane quando decide che è ora di cena), diventando così metafora di
tutte quelle situazioni nella vita in cui non puoi scappare, non puoi
nasconderti, puoi solo decidere di affrontare perché tanto non ti
libererai mai di loro.


“Ciaaaaoo, passeremo un bel po’ di tempo insieme, tanto vale conoscerci meglio”.

Molly costretta
ad attraversare il deserto per aver salva la vita, pedinata da un inseguitore
che non mollerà mai, passa attraverso tante fasi, in cui dovrà affrontare la
sua dipendenza dalla droga, ma anche la figlia Chase abbandonata anni prima, in
una riscoperta di se stessa e del suo istinto materno che pensava sopito per
sempre.

C’è chi va nel
deserto con il Peyote a cercare l’illuminazione, Molly la trova in una lunga
seduta di auto analisi fatta a quaranta gradi sotto il sole battente, con un
analista che non vuole aiutarti, ma al massimo divorarti, benvenuti nella
pscioanalisi al tempo di The Walking Dead,
dove, per fortuna, Colin Minihan e Stuart Ortiz recuperano il valore metaforico
della zombie (come zio George Romero comanda!), ma da un punto di vista nuovo.
Senza rovinarvi
la visione, anche un’altra lezione Romeriana viene tenuta a mente dai due
fratellini, ovvero quella che in un film di Zombie, la vera minaccia non sono i
non-morti, ma i vivi, oltre al gusto per la metafora i due non perdono
nemmeno il gusto per il sangue, dopo il telefono senza credito e i personaggi
che provano subito a sparare in testa agli zombi, udite udite, abbiamo il terzo
elemento non canonico nello stesso film, ovvero il tabù tutto cinematografico
per le mestruazioni femminili che qui non solo sono un elemento nella storia, ma
vengono sfruttate dalla trama. Insomma, per essere un film con un soggetto
minimale fa davvero tutto giusto!


Dovesse servivi, Brittany fa anche piccoli lavori di bricolage ad esempio con il trapano elettrico.

La protagonista Brittany
Allen è davvero molto brava, risulta credibile sia come spogliarellista
strafatta che come donna che riprende il controllo della sua vita, davvero
brava considerando che ha la macchina da presa addosso per tutta la durata del
film, o per lo meno deve dividersi lo schermo con Juan Riedinger, nei panni
dello zombie affettuosamente (ma nemmeno tanto) ribattezzato “Smalls”, se
volete sapere perché guardatevi il film.

Non
mancano i momenti splatter ben fatti e anche quando Colin Minihan e Stuart
Ortiz sembrano tradire la premessa iniziale della storia, lo fanno per
completare l’arco narrativo della loro protagonista, quindi è un “tradimento”
del tutto accettabile. Insomma, si possono ancora fare film di zombie che non
siano sempre la stessa minestra riscaldata, non so se i due fratellini avessero
in testa di omaggiare Jacques Tourneur, nel caso lo faccio io dicendo che a
fine film, come Brittany possiamo dire ho camminato con uno zombi.


Visto che già
siete in marcia, passate anche a trovare il Cumbrugliume con la sua recensione
al film!
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