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Jack Reacher – Punto di non ritorno (2016): how I met your Reacher

Sono
nuovamente qui a parlare di Tommaso Missile che fa il giovanotto figo. Cosa vi
devo dire? Non avevo nemmeno voglia di commentarlo questo film, anche perché rispetto
al primo capitolo, va sotto bevendo dall’idrante e già il primo “Jack Reacher”
non mi aveva propriamente fatto impazzire.

Se escludiamo
la parentesi canora di “Rock Ages” (2012) e la particina in “Leoni per agnelli”
(2007) diretto da Roberto Ford Rossa, il nostro Tommaso Missile ha ormai
abbracciato i film di genere, in un estremo tentativo di recuperare con il
sottoscritto, ma niente, mi guardo tutti i suoi film e molti mi piacciono anche, ma è da quella storia con l’Australiana
che io e te non abbiamo più niente da dirci.
Non voglio
fare il Sigmund Freud sabaudo, ma è chiaro che da quando Tommaso ha messo
finalmente da parte la sua ossessione per vincere un Oscar, sia finalmente
libero di concentrarsi solo suo (super) ego, in ruoli scritti e pensati per far
pensare al pubblico: “Vah com’è giovane il Cruise!”.
Guarda caso,
il nostro ha chiuso con l’Accademy, dopo essere rimasto a bocca asciutta per la
sua ottima prova in “Collateral” (2004) dove davvero avrebbe meritato un
premio, ma tanto i film di Michael Mann non vincono nulla e questo riassume
tutto quello che penso della statuina dello Zio Oscar.
La saga di “Mission:
Impossible” è stata una scommessa vinta, lo avreste detto voi che Cruise avrebbe
avuto successo con il suo personale 007 Ethan Hunt? Non amo fare quello che
sale sul carro dei vincitori, eppure mi sono goduto tutti i capitoli, in attesa
del sesto già previsto per l’anno prossimo o giù di lì.



Va che energie il Tommaso! Pare un ragazzino!

Giusto per
tenersi impegnato, Tommaso ha pensato bene di mettersi in scia ad un’altra tendenza,
quella degli eroi d’azione letterari, i vari Jack Ryan di Tom Clancy, o i Jason Bourne di Robert Ludlum. Nella mia vita di lettore sono anche inciampato in
qualche libro di Lee Child, il cui personaggio più celebre, il roccioso ex
militare Jack Reacher, è quello che Tom Cruise ha scelto d’interpretare nel
2012 nel primo film diretto dal solito Christopher McQuarrie che ormai da
tempo vive segregato in una cella nella villa di Tom Cruise, nutrito con secchi
pieni di teste di pesce e vede la luce del sole solo per mettersi al lavoro
sul nuovo film del suo Signore e Padrone.

Sul fatto che
il Jack Reacher letterario sia un cristone di quasi due metri, biondo e con gli
occhi azzurri, mentre Tom Cruise oltre ad essere moro è alto suppergiù, due mele
o poco più, dovrebbe già dirvi del super ego di Tommaso. Del film, invece, posso
dire che non era affatto male, ma se devo dirvi che mi è piaciuto mentirei, a
distanza di tempo, su quel film mi vengono in mente solo due cose: il decoltè di
Rosamund Pike e il cattivo interpretato da un Werner Herzog più diabolico del
diavolo in persona. Questo vi dice di quanto mi abbia impressionato il film.



“Salve sono Tom Cruise, da contratto devo sfoggiare il mio sorriso ogni venti minuti”.

Cosa
funzionava del primo capitolo? Il fatto che malgrado la bassezza di Tom, il suo
Jack era una micidiale macchina da guerra senza sentimenti, quello che dice le
cose giuste, mena gente con la metà dei suoi anni e risulta fighissimo in ogni
situazione, vi ho già parlato dell’ego di Tom Cruise, vero? No, ok, solo per
essere sicuro.

Questo “Jack
Reacher – Punto di non ritorno” inizia proprio da qui, la prima scena è anche
la migliore di tutto il film, infatti è stata completamente bruciata dal
trailer, con l’effetto finale di fare quello che quasi tutti i trailer fanno:
venderti un film completamente diverso da quello che poi vedrai in sala.



“Se avete già visto il trailer potete uscire dal cinema anche adesso”.

Esaurita la
prima scena, il nostro Jack si appende al telefono, quello che Liam Neeson ha ormai reso un’arma per
gli eroi d’azione americani sulla cinquantina e si mette a broccolare
telefonicamente il maggiore dell’esercito che ha preso il suo posto nel quartier
generale della 110ª unità di polizia militare in Virginia che, guarda caso, è
anche la soldatessa più figa d’America, infatti la interpreta Cobie Smulders,
la Robyn di “How i met your mother”, tenetemi l’icona aperta su questo che
ripasso…

Non iniziate con “La soldatessa alle grandi manovre” eh? Dai fate i bravi.
Da qui segue
una trama che non sarebbe sufficiente nemmeno per un episodio di una serie tv,
una di quelle non particolarmente brillanti, il maggiore Susan Turner (sempre
la Cobie Smulders) viene incastrata per un crimine che non ha commesso, Tommaso
Missile perché è buono e puro di cuore (o forse perché se la vuole fare, più
probabile) decide di aiutarla a scagionarsi, in tutto questo, uno dei testimoni
chiave è una ragazzina bionda con la faccia da Bulldog incazzato di nome Samantha
Dayton (Danika Yarosh) che, guarda caso, potrebbe essere anche la figlia di
Jack. Ma che colpo di scena originale!
Ricapitoliamo:
attore sugli ‘anta, che fa film d’azione, dove il motore della storia è la
figlia del protagonista… A parità di trama, mi tengo stretto Mel Gibson che almeno ha dei trascorsi
cinematografici differenti da quelli di Tom Cruise e, intanto, penso se fosse
davvero necessario umanizzare Jack Reacher?



Ma è il seguito di “Jack Reacher” oppure quello di “Intervista col vampiro”?.

Il personaggio
funziona proprio perché è una macchina da guerra pronto a prendere tutto e
tutti a calci, qui vederlo impantanato in paranoie paterne è francamente una
palla che affossa il personaggio e con lui ogni possibilità di un altro
franchise serio. Mi spiace Tom, ma è meglio se ti concentri su “Mission:
Impossible”.

Una saga dove
Tommaso Missile ha dimostrato di sapersi scegliere sempre il regista giusto a
seconda del tono della storia, per questo “Jack Reacher – Punto di non ritorno”
ha deciso di tornare a collaborare con Edward Zwick, che lo aveva già diretto
nel film “L’ultimo Samurai” (2003). Ora, io ho visto il film solo alla sua
uscita in sala, ma sbaglio o era una gran cagata?



“No, non voglio cambiare operatore, sono felice della mia tariffa telefonica”.

Edward Zwick è
uno che sa lavorare bene con il dramma dei personaggi (si, sto pensando a “Glory”),
qui, invece, è in affanno a dirigere le scene d’azione, tipo l’inseguimento in
auto di metà film che cerca di imitare Jason Bourne, in compenso, farcisce la
sua sceneggiatura di dialoghi delicati e piacevoli come le unghie sulla lavagna,
no sul serio, quando la ragazzina fa il terzo grado a Cobie Smulders, sembra la
sagra del clichè delle soldatesse americane.



Tommaso si gioca la carta “Il fascino della divisa”.

Visto che l’ho
citata, Cobie Smulders sta cercando di riciclarsi dopo aver interpretato Maria
Hill in Avengers, il problema è che
qui è di nuovo nella zona delle operazioni, in una storia che prevede figli e
genitori, in pratica sembra una stramba puntata spionistica di “How i met you
mother”, una specie di “How i met your father”. Se è una cosa voluta, il
direttore del casting è un gran burlone!

Mi
fa piacere vedere che Robert Knepper stia riuscendo a ritagliarsi un ruolo da
caratterista per le parti da cattivone, il T-Bag di “Prison Break” con quella
faccetta tenera è nato per questo ruolo, ci ha messo parecchio, ma dopo Hard Target 2 è già il secondo
ruolo da cattivo credibile per lui.

Insomma, se
del primo film ricordo poco, penso che questo lo dimenticherò ancora più in
fretta, spero vivamente che Tommaso Missile non decida di far provare le gioie
della paternità anche ad Ethan Hunt, altrimenti ci giochiamo pure la saga di “Mission:
Impossible”.
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