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Jade (1995): l’anti Basic Instinct

No, anche se il periodo era più o meno lo stesso oggi non
parliamo di un pezzo quasi omonimo degli Aerosmith,
oggi è il giorno dedicato al nuovo capitolo della rubrica… Hurricane Billy!

Nel 1994 la carriera di William Friedkin era come Aldo sulla roccia, non poteva né
scendere e né salire, Blue Chips era
piaciuto solo agli appassionati di Basket e nessuno proponeva lavori al nostro
Billy, nessuno tranne il produttore Robert Evans che non era certo l’ultimo
della pista, visto che aveva prodotto la saga di “Il Padrino” e film come
“Chinatown” (1974) di Roman Polański. La proposta di lavoro era interessante, ma
rischiosa, insomma un compito per uno esperto di titoli controversi come il
nostro Billy: si trattava di dirigere “Jade”, scritto dallo sceneggiatore Joe
Eszterhas che aveva fatto il botto con Basic Instinct, seguito da un tipo di botto del tutto diverso con Showgirls, insomma era materiale
scottante, una stella che stava per esplodere.

Contestualizziamo: Joe Eszterhas era nel periodo della sua
carriera in cui aveva preso dalle mani di Shane Black lo scettro di
sceneggiatore più pagato per una singola sceneggiatura di Hollywood, il buon
vecchio Shane si sarebbe ripreso il primato molto presto, mettendo anche fine ai quindici minuti di gloria di Eszterhas, ma
al momento “Jade” era come il gatto di Schrödinger, bisognava aprire la scatola
per capire se avrebbe potuto essere un altro grande successo come Basic Instinct, ma ci voleva un
artificiere pronto a correre il rischio, chi meglio di una vita venduta (occhiolino-occhiolino) come Friedkin?

Billy indica il punto a cui si trovava la sua carriera nel 1995.

Ambientato a San Francisco (lasciatemi l’icona aperta, più
avanti ci torniamo), “Jade” è la storia di potente avvocato, della sua
avvenente moglie, una psicologa e scrittrice dalla doppia vita e di un giovane
sostituto procuratore, compagno di college della donna ed evidentemente ancora
cotto di lei proprio da allora. Di mezzo metteteci il torbido omicidio di un
ricco uomo d’affari e un governatore influente ricattato con alcune foto sconce
da una prostituta le cui prestazioni a letto sono leggendarie, la misteriosa
Jade del titolo. Roba caliente, roba
che al pubblico di metà anni ’90 poteva piacere molto, perché di fatto Basic Instinct aveva inaugurato il
filone dei film con coppie di attori
famosi impegnati a fare le zozzerie, titoli come “Sliver” (1993), ad esempio,
scritto dallo stesso Eszterhas, ancora oggi ricordato come una pernacchia nel
vento che ha raccolto risate al botteghino, insomma materiale esplosivo in
tutti i sensi.

“Shhh aspetta Linda, che ora Cassidy parla anche di te!”

William Friedkin non si perde d’animo e si getta anima e
cuore nell’impresa, per il ruolo della titolare, la Jade del titolo scelse
Linda Fiorentino, portatrice sana di una discreta carica di “sesso a pile”, già sfoggiato in un film a basso costo che l’ha messa sulla mappa
geografica: “L’ultima seduzione” (1994).

Per il ruolo del protagonista, invece, il sostituto
procuratore David Corelli, venne affidato al rosso metà irlandese metà
siciliano David Caruso, ve lo ricorderete sicuramente per il suo ruolo in “NYPD
Blue” oppure in epoca più recente nel CSI tamarro, anche noto come “CSI:
Miami”, piccolo inciso: Horatio Caine da Miami, fatto! Gil Grissom da Las
Vegas, Fatto! Purtroppo, Billy Friedkin non ha mai diretto Gary Sinise,
altrimenti avrebbe tenuto a battesimo anche Mac Taylor da New York, completando
così la sua personale collezione di protagonisti di tutte e tre le serie di
“CSI”.

“Non ci prenderanno in giro di nuovo” (cit.)

Il ruolo dell’avvocato Matt Gavin venne affidato a Chazz
Palminteri, notevole faccia da schiaffi fresco di un ruolo chiave in “I soliti
sospetti” di Bryan Singer, insomma i ruoli principali erano ben coperti,
malgrado la stampa non facesse altro he ricordare i trascorsi televisivi di David
Caruso come se fossero il peggiore dei crimini, ma era il 1995 e le serie tv si
chiamavano ancora telefilm e il piccolo schermo era il cimitero degli elefanti
dei grandi attori.

Ma a proposito di facce note che impreziosiscono il film, il
governatore Edwards vittima di ricatto, ma simpatico come una tarantola nelle
mutande è interpretato da Richard Crenna,
uno dei colleghi di Caruso è un baffuto Michael Biehn (al secondo film con
Friedkin e con dei baffi che di fatto, sono quasi uno SPOILER per il suo personaggio) e per concludere la trilogia delle
facce “di genere”, metteteci anche una piccola apparizione di Victor Wong che
quando si parla di Chinatown, non può
mai mancare.

Biehn baffuto, sempre piaciuto! (dietro il suo consulente di moda maschile)

I famigerati cinque minuti iniziali di un film, quelli che
determinano tutto l’andamento del film sono anche quelli che qui il regista di
Chicago utilizza per mettere le carte in tavola: in “Jade” niente è come
sembra, ogni personaggio mente e indossa idealmente una maschera per muoversi
in società, che serve più che altro a celare la propria natura, infatti il film
comincia proprio così, con una maschera.

Una lunga carrellata sulle note della colonna sonora quasi
funeraria del mai dimenticato James Horner, ci porta su lungo le scale, davanti
alla maschera della fertilità che fa bella mostra di sé e poi via in camera da
letto, dove si consuma un torbido omicidio, il tutto così, per scaldare i
muscoli prima di presentarci il trio di protagonisti avvocato, psicologa e
procuratore che a loro modo hanno un rapporto per cui devo spendermi ancora l’aggettivo
torbido che poi è quello più gettonato per un film così.

Una cosa è certa, in questo film i capelli rossi non mancano.

Affrontiamo l’elefante nella stanza? Dai che ci tocca:
“Jade” ha evidenti punti in comune con Basic Instinct, il protagonista, un maschietto ossessionato dalla Femme fatale del film, la stessa Jade ha
una doppia vita, psicologa e scrittrice (come Catherine Tramell), maestra nelle
arti della seduzione e in generale, pantera da materasso, a ben guardare c’è
anche una corsa in auto che ha più rilevanza qui, solo perché Paul Verhoeven
era sicuramente più interessato a sottolineare l’elemento sessuale nel suo
film, ma è chiaro che Eszterhas in fase di scrittura, fosse tornato alla
formula dell’unico film per cui verrà ricordato, anche solo per dire al mondo:
«Gente! Showgirls è stato una parentesi, io faccio thriller polizieschi
stracarichi di sesso!»

L’indagine in “Jade” sale di colpo con l’entrata in scena Patrice
Jacinto (Angie Everhart) che insieme a Caruso fa correre il tassametro dei
personaggi con capelli rossi del film, per certi versi il personaggio facente
funzione di Jeanne Tripplehorn,
almeno fino al momento in cui “Jade” non inchioda le gomme, tira il freno a
mano e si spara un’inversione ad “U” che poi è la netta differenza tra questo
film e quello di Paul Verhoeven.

Anche io scrivo i post “vestito” così (non è vero, non voglio farvi vomitare)

Lo ammetto candidamente, ho sempre avuto dei problemi con le
sceneggiature di Joe Eszterhas, non le trovo mai davvero originali e anche i
colpi di scena, tante volte si basano su personaggi secondari che per
preservare l’effetto sorpresa, sembrano diventare matti di colpo, voglio essere
onesto, non è certo l’originalità della trama ad aver reso Basic Instinct un classico, al massimo era la spregiudicata regia
di Verhoeven ad aver elevato un poliziesco pruriginoso, portandolo ad un altro
livello e dritto sparato nella cultura popolare, ma questo perché il sesso e il
sangue sono la pietra d’angolo su cui è fondata la cinematografia di Polvèron.

William Friedkin, invece, è interessato ad altro, alle zone
d’ombra, quelle dove si muovono da sempre i suoi personaggi, David Corelli è un
altro personaggio in preda al fuoco della sua ossessione come quasi tutti gli
(anti) eroi del cinema di Friedkin, infatti, per certi versi “Jade” è l’anti-Basic
Instinct, perché nel film tutti mentono, tutti hanno altri interessi da
nascondere dietro al ruolo che ricoprono in società e i veri cattivi sono i
personaggi più altolocati, politici e borghesi contro cui il film si scaglia
senza mezze misure.

Scene di torbido ZeZZo!

Chi dovrebbe essere la Femme
fatale
assassina si rivela essere più vittima degli eventi che altro, anche
il finale è di un cinismo senza eguali, non c’è salvezza per nessuno al massimo
qualcuno riesce grazie a dei sotterfugi a cavarsela sfruttando la propria
posizione, infatti il finale è nerissimo e quasi anticlimatico, opposto al
crescendo orgasmico (mi sembra la parola più adatta) portato in scena da Verhoeven.

La stessa Jade si concede, ma a differenza di Catherine
Tramell non sembra quasi mai essere lei quella che utilizza il sesso per
dominare i maschietti, ci viene descritta come una divinità del materasso,
eppure la scena di sesso con il marito è breve e ben poco romantica, l’unico
momento di amplesso vero (finito, ovviamente, sulla locandina del film), termina
in modo del tutto non consolatorio, anzi… Per certi versi, Jade non sarà
mai libera per davvero, nemmeno quando inizieranno i titoli di coda del film.

Se mi è concesso il paragone ardito, “Jade” è un coito
interrotto delle aspettative, quasi nulla nel film va come il cinema ci ha
insegnato che dovrebbe andare, il costante mentire di tutti i personaggi lascia
che i “cattivi” la facciano franca e i “buoni” colgano al volo la carta “Esci
di prigione” concessa loro appena possibile, in modo del tutto poco eroico,
insomma sono i famosi “Cattivi e più cattivi” di cui parlava Fritz Lang nella
sua storica intervista del 1975, rispondendo alle domande di… Guarda caso chi?
William Friedkin (storia vera).

Come da tradizione della rubrica, i titoli di testa del film.

Vi ero debitore di un’icona su San Francisco da chiudere, lo
faccio subito qui nella parte finale del post: San Francisco è la città
americana della liberazione sessuale, quindi è una scelta oculata come
ambientazione di un film come questo che ha nel sesso una fetta importante
della trama, ma è anche la città di “Bullitt” (1968), uno dei più gloriosi e
leggendari inseguimenti in auto della storia della settima arte.

Il fatto che Billy Friedkin, assoluto Maestro in questa specialità, sia andato a girare una scena di
inseguimento proprio “Sulle strade di San Francisco” (il telefilm preferito di
mia nonna, in cui recitava Michael Douglas, va che collegamento tiè!) ha
qualcosa di simbolico, ma offre anche la dimensione delle aspettative che un
film come “Jade” volutamente cerca di strangolare.

Se sai dirigere un inseguimento nella città di “Bullitt” vuol dire che sei qualcuno.

Quando la sua testimone principale muore male, in una scena
in cui Friedkin sa creare quel tipo di attesa che sa di “Qualcosa si sinistro
sta per accadere”, David Caruso salta in auto e si mette ad inseguire la
macchina nera mettendo a dura prova le sospensioni, facendo salti di svariati
metri lungo quelle discese ad alta pendenza. La tecnica è sempre quella:
macchina da presa sul cofano dell’auto in corsa, alternata a primi piani del
protagonista intento a girare il volante e pestare sui pedali, quando poi
Caruso decise di inseguire la sua ossessione in una via contromano, il film non
diventa Vivere e morire a Los Angeles, perché nella strada scelta sono in corso
le manifestazioni del capodanno cinese, quindi l’auto nera procede stirando
passanti e lasciando a terra cadaveri, mentre Caruso si becca l’odio della
folla tappato nel traffico. L’inseguimento in auto di “Jade” segue lo stesso
andamento del film, non un crescendo glorioso e adrenalinico, ma un finale anticlimatico, più realistico e decisamente non eroico, in linea con un film che fa
del pessimismo una bandiera.

Forse anche per questo “Jade”, malgrado contenga alcune
scene che mettono in chiara l’eleganza e la tecnica di William Friedkin, ha
finito per venire demolito dalla critica, ignorato dal pubblico che
probabilmente si aspettava una sorta di “Basic Instinct 2” (che, comunque, oh!
Resta meglio di Basic Instinct 2),
invece si è trovato davanti un film che l’unico verde che ha visto è quello
della “Giada” del titolo, perché fogli di quel colore con sopra facce di ex
presidenti defunti, ne ha portati a casa proprio pochi visto che, per certi
versi, è proprio un noir, nel senso
nerissimo del termine.

Grosso guaio ingorgo a Chinatown.

Nella sua autobiografia “Il buio e la luce”, il regista di
Chicago conclude il capitolo su “Jade” chiedendosi se il disastro del film
fosse colpa della maledizione dell’esorcista, quella che molti gli avevano
suggerito (se non proprio augurato), oppure se fosse per colpa del fatto che il
meglio del suo talento fosse tutto rimasto nel passato. Secondo me, il problema
vero è la terza questione portata da Billy, materiale di partenza scarso,
infatti quanto di buono si trova nel film, non ho dubbi sia tutta farina del
sacco di Friedkin più che quello di Eszterhas, ma è anche vero che il pubblico
non era pronto a tutto il cinismo di questo film, l’ennesimo titolo controverso
nella filmografia esperto in film al limite.

Prossima settimana ci riuniamo per deliberare, perché la
carriera di Billy Friedkin aveva bisogno di un giudizio ben argomentato, non
mancate tra sette giorni qui con il nuovo capitolo della rubrica!

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