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Jerry Maguire (1996): servire la commedia perfetta come al fast food

Per festeggiare i primi trent’anni di un film diretto dall’uomo con i migliori gusti musicali del mondo, ovvero Cameron Crowe, oggi abbiamo qualcuna dai gusti musicali (e cinematografici) dello stesso livello, vi lascio nelle capaci mani di Rebel Rebel.

«You had me at Rebel Rebel» (quasi-cit.)

C’è qualcosa di più esaltante, di più feel-good, di più divertente e scalda cuore, di più aderente alla famigerata serata sul divano con tazza di tisana al seguito, di una commedia romantica americana degli anni 90? Un genere variegato e variopinto ma caparbiamente fedele a se stesso, che ha visto sfilare una gran quantità di nomi che ad Hollywood fanno srotolare tappeti rossi e montagne di dollari, e che in certo modo ha definito un’epoca mescolando, con sapienza da veri professionisti (in realtà avrei voluto dire mestieranti) umorismo di facile acchiappo, romanticismo di pari accessibilità, buonissimi sentimenti, perfetto cestone da super store da cui pescare classici per famiglie. Tutta la strumentazione adoperata, con accenti più o meno sfacciati, ti sta urlando (perché sussurrare puzzerebbe di intellettuale per il mood del contesto) “metti in pausa il cervello, la vita è bella, scivolando sulla superficie ognuno può sognare la sua America”. Inaugurano il decennio successoni del calibro di Pretty Woman e Ghost, entrambi del 1990, e potremmo nominarne molti altri con gradi diversi di appiattimento ai canoni del genere, con sceneggiature più o meno accattivanti, con andamenti che soddisfano più di un palato. In ogni cosa del mondo ci sono sfumature che non vanno cancellate. Tuttavia può accadere che la banalità sia dietro l’angolo, anzi che lo abbia già svoltato e si piazzi lì in piedi davanti a noi reggendo nella mano la bandiera della leggerezza a tutti i costi. Bisogna ricorrere a luoghi comuni? Bisogna ignorare qualsivoglia complessità? Bisogna azzerare i dualismi del mondo e del nostro animo? E facciamolo porca la miseria ladra! È il business bambina e noi siamo qui per vendere (come giustamente puntualizza la fidanzata storica del nostro protagonista in una scena del film).

Immagini e obbiettivi al botteghino che puoi sentire.

Jerry Maguire (Tom Cruise) è un procuratore sportivo di successo che in seguito all’ennesimo infortunio occorso ad un suo atleta entra in crisi esistenzial-professionale. Fino a che punto è accettabile spremere questi sportivi per farci soldi? I rapporti umani che rilevanza hanno in questo genere di professione? In preda a questi scrupoli di coscienza decide di scrivere una relazione programmatica che distribuisce a tutti i membri della company per cui lavora in cui auspica una maggior attenzione e rispetto umano verso gli sportivi rappresentati, scopo che potrà realizzarsi solo riducendone il numero. Volumi ridotti, legami più autentici. In risposta alla sua proposta Jerry viene licenziato venendo addirittura deriso per aver osato inquinare gli affari con questioni morali ritenute dai suoi colleghi pressoché ridicole. L’unica collega che viceversa vive come una rivelazione la sortita di Jerry è la contabile della società, la giovane madre single Dorothy Boyd (Renèe Zellweger quando ancora era padrona della sua faccia) innamorata di lui da sempre. Jerry si ritrova, con il solo aiuto di Dorothy che decide di seguirlo nella sua nuova impresa, a doversi ricostituire un parco atleti da gestire ma l’unico che gli si affida corpo e anima è il giocatore di football, talentuoso ma anche bizzoso, Rod Tidwell (Cuba Gooding Jr. che aveva già lavorato con Cruise in Codice d’onore). La scelta etica del protagonista lo porta inevitabilmente all’isolamento e il suo unico cliente, Rod non è così semplice da lanciare. La sua fidanzata storica (Kelly Preston) fedele alla religione della vendita ad ogni costo, com’è prevedibile (e figurati!) rompe con lui che, com’è di nuovo prevedibile si avvicina sempre più a Dorothy e al suo dolcissimo bimbo Ray (un irresistibile piccolo Jonathan Lipnicki, scelta di casting furba e azzeccatissima). Il travaglio professionale si intreccia con la difficoltà del protagonista nel lasciarsi andare anche nel rapporto sentimentale con Dorothy; la sposa ma il matrimonio non decolla. Forse non la ama davvero, forse si è legato a lei solo per lealtà. Ma… Dirò per la terza volta: “com’è prevedibile” il riscatto è a portata di mano. Amore e vittoria professionale arriveranno travolgendo i protagonisti con esplosioni di gioia al massimo volume. La scelta umana di Jerry infine paga, non solo in termini di rapporti umani (non sarebbe sufficiente per lo standard USA) ma anche in termini di successo e riconoscimento sociale. In fin dei conti è una commedia americana degli anni ‘90.

Due pesi massimi per la vostra commedia anni ’90.

Jerry Maguire del 1996 s’innesta con ogni diritto nel filone dell’America sognata al fine ultimo di essere venduta. A firmare l’opera è il californiano doc Cameron Crowe, nato a Palm Springs e cresciuto a San Diego, diremmo che reca in sé il substrato perfetto -sole, mare, palme e belle figliole- per saper ben apparecchiare produzioni di questo stampo. JM arriva dopo Say anythig (da noi Non per soldi ma per amore del 1989) e Singles (Singles – L’amore è un gioco del 1992) ed è sempre lui che nel 2001 realizzerà Vanilla Sky (sempre con Cruise) ovvero il remake di Apri gli occhi di Amenabar riuscendo a trasformarlo come da copione (!) in merce fruibile per il pubblico dei popcorn delle sale americane. Pregio o limite, ognuno rifletta per conto suo. Candidato a ben cinque premi Oscar, nell’anno del trionfo de Il paziente inglese, JM ottiene quello per il Miglior Attore non Protagonista (a Cuba Gooding Jr.per il ruolo di Rod Tidwell). Costato 50 milioni di dollari ne incasserà la valangata di 274 in giro per il mondo, tant’è che Crowe ne avrebbe volentieri tratto una serie TV incentrata sul personaggio di Rod, ma non riuscirà a trovare investitori disposti a produrla. Voci dal web giurano che il film sia nato da una crisi personale del regista (amicizie che riteneva sincere ma rivelatesi invece interessate) e sappiamo anche che il ruolo del protagonista fosse in origine pensato per Tom Hanks il quale però aveva già in tasca due bei omini d’oro come protagonista ed al momento fosse più interessato a sperimentare la strada della regia. La scelta sarebbe dunque ricaduta su Tom Cruise, per altro già impegnato nello stesso anno con le riprese di Mission Impossible, più giovane e prestante di Hanks, in grado di imprimere un’immagine più stereotipata dell’acerbo rampante che nuota tra gli squali del business. Ispirato alla figura del super agente sportivo, nonché filantropo, Leigh Steinberg, il quale è stato per altro consulente per il film, la trama prende spunto dal “tradimento” subito nella storia reale dal procuratore (brav’uomo) quando un collega di lunga data cercò di portargli via gli atleti che rappresentava. Un merito di JM bisogna ammettere, è quello di aver scelto di esplorare un argomento non sfruttato eppure pesante per la sua capillarità ed influenza nel mondo dello sport e della società americana-occidentale. Il rapporto atleta-agente, il grande giro di soldi che movimenta allorquando lo sportivo assurge al rango di superstar, la responsabilità dell’uno nei confronti dell’altro ed il legame tra le due figure oltre il reciproco utile economico. “Coprimi di soldi”, frase pronunciata dal personaggio di Rod alla stregua di un mantra, è divenuta una delle più famose citazioni tratte da film nella storia del cinema. Tutto bene? Mah….

«Voglio il mio sponsor pagante gigante anche io!»

Diciamolo fuori dai pregiudizi e dal gusto personale. La commedia funziona alla grande a patto di intenderla nella sua funzione d’intrattenimento facile, spensierato come è normale che il pubblico cerchi, o almeno una larga parte di spettatori. Gli ingredienti necessari sono tutti al loro posto: lo scrupolo etico che assale improvvisamente il bel giovanotto in carriera con sullo sfondo le frasi da buon padre di famiglia del suo vecchio mentore (“senza amore per il prossimo non si vende uno spillo”), la dolce ragazza madre con bellissimo bimbo adorabile al seguito (immaginate solo se ci fosse stato un adolescente pieno di acne incline alle sigarette simpatiche), l’amico nero che si fida ciecamente del suo agente bianco e solo tramite lui troverà il suo riscatto, il mondo dello sport inquinato dall’avidità ma che infine resuscita il suo nobile animo intriso di sana competizione e valori umani. Non si può negare inoltre che JM sia pieno di trovate brillanti, a volte tenere a volte esilaranti, come per esempio il gruppo di sostegno composto da donne divorziate che stazionano sul divano della sorella di Dorothy oppure, meglio ancora, la tata del piccolo Ray, ovvero il ragazzo spirituale e molto naif, patito di jazz. Tutto perfetto… Almeno in superficie. Si perché appena proviamo a scendere di qualche centimetro dalla fruizione del film in modalità neuroni a riposo, s’incontrano più di una criticità. Già il fulcro della trama è un pochetto inconsistente o perlomeno avrebbe potuto essere sviluppato in modo meno semplicistico, rischiando un po’ di più. Ma questo non è l’obiettivo di Crowe a cui piace vincere facile. Tramite la ribellione di Jerry si cerca di introdurre l’elemento della ricerca di un fondamento etico in una professione che per sua natura stessa ne può contemplare ben poco. Un procuratore sportivo, collocato negli USA, nel mondo dell’NFL negli anni 90, ad occhio e croce lo immaginiamo ben lontano dal nostro protagonista. Anche qui il livello di superficialità col quale viene affrontata una questione, sulla carta davvero interessante, taglia le gambe ad ogni speranza di credibilità dei personaggi e della stessa storia.

A questo punto devo farvi una confessione. Il giorno stesso in cui ho guardato questo film per poterne festeggiare il compleanno sulla nostra cara Bara, per malaugurata coincidenza, ho visto anche Perfect Days (2023 Wim Wenders). E dai! Non si sono mai viste due pellicole più distanti tra loro in ogni aspetto. Non so se funzioni come alibi ai vostri occhi e se in realtà davvero lo sia, perché ora vorrei parlare della questione recitazione. Chi tra di voi ha avuto il buon gusto di vedere il film di Wenders saprà già cosa succede nel piano sequenza finale e quali corde riesca a toccare in chi guarda. Ecco, i tre protagonisti di JM adoperano stili recitativi un filino diversi. Due parole su Renèe Zellweger perché di più faccio fatica: espressione costante da psicolabile come punto di partenza senza variazioni di rilievo. Veniamo a Tom Cruise, indubitabilmente uno di mestiere ma almeno in questo film sempre eccessivo, troppo carico. Il sorriso che non compare se non aprendosi da un orecchio all’altro, la fisicità sopra le righe. Cruise sa essere senz’altro molto meglio ma in questa interpretazione ha spinto senza dosarsi e la troppa teatralità demolisce nello spettatore la capacità di riuscire ad entrare in sintonia reale col personaggio. Più centrato Rod, altrettanto esuberante ma che pare costruito in maniera più rotonda. Se l’intento è vendere un prodotto, JM ci riesce in pieno con buona pace della capacità, o se non altro almeno dello sforzo, di raccontare la complessità della vita.

Grazie ancora a Rebel Rebel per il compleanno di oggi, la vedrete tornare presto su questa Bara ma se volete altri post scritti da lei, commentate qui sotto!

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