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JFK – Un caso ancora aperto (1991): il passato è solo un prologo

Chi ha preso il cervello di JFK? Che cosa significa per noi ora? Yeah. Oh, è una solida sicurezza, però posso dirti che questa non è una bugia. Il mondo intero sarà presto diverso, il mondo intero sarà risollevato e no, non sono impazzito, sto solo canticchiando un pezzo a tema per scaldare i motori e darvi il benvenuto al nuovo capitolo della rubrica… Like a Stone.

Nato il quattro luglio e The Doors possono essere considerate biografie con il coltello tra i denti, perché l’obbiettivo del nostro Oliviero Pietra era sempre lo stesso, raccontare la verità e di conseguenza, destabilizzare, far sorgere dubbi e in generale, smontare le certezze relative ad un intero decennio, gli anni ’60 degli Stati Uniti, quelli che hanno deciso delle sorti di tutto il mondo. Quindi ecco perché proseguendo sullo stesso filone, Stone qui completa un’ideale trilogia, con un’altra biografia, a suo modo basata sul procuratore distrettuale di New Orleans, Jim Garrison, che all’epoca dei fatti fu uno dei pochi a mettere in dubbio la verità sull’omicidio del Presidente degli Stati Uniti John Fitzgerald Kennedy, la verità dichiarata per lo meno, ovvero la tesi ufficiale successiva all’indagine della Commissione Warren, la quale stabilì che Lee Harvey Oswald fu il solo esecutore materiale dell’attentato.

Il vero Jim Garrison, un po’ per i suoi trascorsi (in particolare alcune sue affermazioni piuttosto forti riguardo al tema dell’omosessualità) un po’ per l’inevitabile berlina mediatica, risultava decisamente più controverso della sua scintillante versione cinematografica, ma questo mi permette di introdurre il discorso, perché se “JFK” chiude un’ideale trilogia di biografie, a suo modo ne apre una seconda, quella che ha un po’ (anzi, un altro po’) etichettato Stone come il regista dei presidenti, anche se proprio come questo film – e in generale la filmografia di Oliviero ci insegna – per capire davvero qualcosa, bisogna scavare e andare più a fondo.

«Scavare comporta fatica, lasciatelo dire da un esperto caro il mio balla coi lupi»

Vi ricordate quando ho iniziato questa rubrica, sono partito con una premessa ballerina, una mia bizzarra associazione mentale per cui mi era impossibile trattare Oliver Stone prima di Brian De Palma, perché così ho conosciuto il cinema di due registi che hanno collaborato insieme, ma non sono mai diventati grandi amici, anche se un tema comune lo avevano (oltre al cinema ovviamente), mi riferisco proprio all’omicidio Kennedy, di cui De Palma è sempre stato ossessionato, almeno quanto la sua fissa per lo sguardo, che ben si sposa con il singolo evento più analizzato e studiato da ogni angolazione, come i fatti avvenuti a Dallas il 23 novembre del 1963, per altro stessa data della messa in onda del primo episodio della serie Doctor Who. Un caso? Un Complotto? Dubitate gente, dubitate.

De Palma ha raccontato più volte l’omicidio Kennedy nei suoi film, direttamente o da altre angolazioni, ma lo ha sempre fatto per far convivere le sue grandi ossessioni nella sua arte, perché il punto di vista del regista del New Jersey è sempre stato di una persona reticente alla leva, assolutamente e incrollabilmente contro la guerra del Vietnam, lo abbiamo visto. Il punto di vista di Oliver Stone è leggermente diverso, nel corso della rubrica abbiamo parlato dei suoi trascorsi, figlio di una francese e di un americano piuttosto conservatore, il nostro Oliviero in Vietnam ci è andato come volontario, giovanissimo e convinto di combattere una guerra giusta, come la Seconda Mondiale in cui ha combattuto suo padre, salvo poi scoprire sulla sua pelle che di giusto laggiù nel ‘Nam, non c’era un bel niente.

Oldman un tempo era la quintessenza del cattivo, persino a Kennedy ha sparato!

Immaginatevi le notti del giovane soldato Oliver (arruolato come William), lo zaino troppo pesante come cuscino, dopo ore di marcia nella giungla con la costante e logorante tensione di un nemico invisibile, pronto a spuntare in qualunque momento. In una situazione del genere la mente vaga, quanti pensieri avrà fatto quel giovane soldato? Sulla vita che si stava perdendo, su come sarebbe stata una volta tornato, ma poi, sarebbe davvero tornato? Non riesco proprio a non pensare che Stone laggiù, non abbia vagliato tutte le opzioni possibili, anche quelle storiche, per la caduta di tessere in un lungo effetto domino, se lui si trovava impantanato in quella guerra senza senso, la vera ragione doveva essere anche storica, gli eventi del 23 novembre del 1963 erano il colpo dato alla prima tessera. Per un reduce del Vietnam come Stone, l’omicidio di JFK è una faccenda dannatamente seria, ma non solo, anche molto personale.

Una porzione consistente della filmografia di Stone consiste nella sua produzione di documentari, iniziata ufficialmente nel 2003, una continuazione quasi naturale per un regista da sempre votato ad usare la macchina da presa per raccontare la realtà. Da questo punto di vista “JFK”, da noi appesantito dal solito chilometrico sottotitolo italiano, rappresenta proprio questo, in parti uguali una biografia Jim Garrison ma allo stesso tempo l’esposizione di una tesi, portata avanti utilizzando il cinema e va detto, Hollywood al suo meglio, visto che il film si sarà portato a casa “solo” due Oscar (miglior fotografia e miglior montaggio, scusate se è poco) ma è stato uno schiacciasassi al botteghino, capace di portarsi a casa duecento milioni di fogli verdi con sopra facce di ex presidenti defunti, attirando il pubblico con un cast nutrito, uno di quelli che può permettersi un nome famoso anche nel più piccolo dei ruoli, ma soprattutto un tema caldissimo, una ferita scoperta per il popolo Americano, senza contare il fattore KEV, perché il Costner sposta ancora oggi, figuriamoci nei cuori del pubblico degli anni ’90.

«Kev però se spari al tuo pubblico poi nessuno verrà a vedere i tuoi Western»

Ed ora perdonatemi se parto per la tangente come la teoria della pallottola zigzagante, ma qui è necessario affrontare una doverosa questione: Stone è sempre stato etichettato in base alla posizione (sempre rigorosamente scomoda, perché la verità lo è) del suo ultimo film, quindi il giudizio su di lui rimbalza tra il “Macho man della sinistra” (ovvero uno sporco Comunista) oppure il rigido conservatore e reduce (insomma, Fascio), come sempre la verità sta nel mezzo, Stone ha sempre criticato chi a suo giudizio si meritava la critica, senza ragionare per logiche di schieramento o di partito, da qui il suo puntare il dito contro Presidenti e amministrazioni in parti uguali Democratiche o Repubblicane, ma di base – e in tal senso Nato il 4 Luglio dovrebbe averlo messo in chiaro – parliamo di un uomo che nei valori sani degli Stati Uniti, ci crederebbe anche, diciamo nel lato Springsteeniano dell’America ecco. Stone s’incazza quando quei valori, che sulla carta sarebbero anche giusti e condivisibili, vengono calpestati. Ecco perché “JFK” è una crociata cinematografica, un grosso “Solo contro il mondo”, la storia di un testardo (come Stone) abbastanza determinato nel suo andare a sollevare tutti i sassi per rivelare le vipere che si nascondono sotto di essi.

Normale che tutto questo sia ammantato, non solo nella bandiera a Stelle e Strisce, ma anche in un’aurea agiografica abbastanza vistosa, perfettamente incarnata nella scelta di affidare il ruolo di un burocrate, controverso e anche pistino, a colui che negli anni ’90 era IL DIVO più rovente del mondo, Kevin Costner. Porto avanti la mia tesi? Lo faccio alla moda di Stone e comincio dai punti deboli del film: ci sono passaggi assolutamente canonici, se non proprio melensi del copione firmato dal regista a quattro mani con Zachary Sklar, basato sul libro dello stesso Garrison “Sulle tracce degli assassini” e su quello di Jim Marrs, ovvero “Fuoco incrociato: Il complotto che ha ucciso Kennedy”.

Chi ha il personaggio più eccentrico? Gavino Pancetta…
… Tommy Lee Jones (alla prima di tante prove per Stone)…
… Oppure Joe Pesci?

Il personaggio del KEV che si prende così tanto del suo lavoro da ignorare la famiglia, tanto che la moglie Liz (Sissy Spacek) prima lo molla e poi decide di riprenderselo, proprio quando alla tv assiste all’attentato al fratello di JFK, ovvero la prova della bontà delle teorie del marito. Tutta roba che sarà anche successa davvero, ma che viene trattata in modo molto canonico, non vorrei dire con un tono da Soap Opera ma quasi, da uno Stone che ha veramente un sacco di altra roba da raccontare, in cui è chiaro, gli stava ben più a cuore, perché le notti insonni laggiù nel ‘Nam ad interrogarsi mille volte su come ci fosse finito lì, gli avevano acceso dentro un fuoco che arde chiaramente in ben altri passaggi di “JFK”, a questo proposito, parliamo della “Director’s cut”.

Nei 189 minuti di durata, Stone riesce a raccontare parecchio di una storia bella densa, un complotto con tantissimi nomi e personaggio coinvolti, posso dire che questa versione risulta assolutamente riuscita, l’unico difetto sta nel grado di interesse del pubblico per la vicenda, perché di suo “JFK” è un film eccezionale la cui versione da 206 minuti, la Director’s Cut, aggiunge delle parti ma non stravolge il senso del messaggio, al massimo dedica qualche minuto in più al personaggio del “Cavaliere della tavola rotonda” recalcitrante se non proprio mezzo traditore, impersonato da Michael Rooker, ma soprattutto aggiunge spazio all’infangamento mediatico subito da Garrison, novello Parsifal della situazione. Infatti nella “Director’s Cut” tutta la sua apparizione televisiva, nel Talk Show dove viene trattato come un paranoico che straparla, risulta molto più lunga per ribadire il concetto. Io ve le consiglio entrambe, la prima al momento la trovate su Disney+ la seconda va cercata su qualche copia fisica, dipende da quanto tempo (o interesse) avete per questa storia in cui Stone, si mette ancora una volta il coltello tra i denti e armandosi di macchina da presa, si addentra in un’altra giungla, quella del complotto dietro alla morte del presidente Kennedy.

«Prima la Theatrical, poi la Director’s cut e infine il documentario, il tutto per scrivere un solo post, solo Cassidy poteva fare una follia del genere»

L’inizio di “JFK” è perfettamente in equilibrio tra documentario e cinema, la cronaca dei fatti è esposta come il discorso di apertura di un processo da parte dell’accusa (e non è un caso che il film trovi il suo apice proprio in un’aula di tribunale) con la discriminante che dentro questo “documentario” spunti il KEV a commentare le reazioni dei suoi concittadini («Dio mi vergogno di essere americano oggi») e tutto sia raccontato con un ritmo e un montaggio impeccabile. Malgrado le tante informazioni da fornire, le descrizioni sulle traiettorie di tiro e i voli pindarici sulle macchinazioni della CIA, dell’esercito e in parte della Mafia, “JFK” non molla mai l’osso, non perfette fisicamente allo spettatore di calare l’attenzione, anzi il senso di minaccia è costante perché è chiara la foga, l’esigenza narrativa che muove Stone, letteralmente un uomo in missione con un conto aperto. Dopo aver raccontato il Vietnam da tutti i punti di vista, gli mancava davvero solo raccontarne l’origine, perché esponendo la sua tesi, l’avvocato dell’accusa Stone, mette in chiaro che se Kennedy non fosse stato ucciso, lui non sarebbe mai diventato un reduce di una guerra che sarebbe finita prima, molto prima.

L’analisi di un titolo come “JFK” potrebbe trasformarsi nell’elenco delle macro sequenze chiave, quelle con cui il personaggio impersonato dal KEV smonta tutte le tesi della commissione Warren, che ammettiamolo, parte già sospetta, non solo perché è sospetto il capro espiatorio selezionato, ovvero Lee Harvey Oswald (perché sì, ad un certo punto della sua carriera Gary Oldman era talmente un assoluto umanoide da aver impersonato anche il grande incubo americano pre 11 settembre, ovvero l’attentatore solitario), a sua volta zittito eternamente da un altro attentatore come Jack Ruby. In una girandola di personaggi apparentemente infinita (tanto che Stone qui riesce nell’impresa di infilare nuovamente nello stesso film Walter Matthau e Jack Lemmon, fateci caso) l’avvocato dell’accusa Oliver Stone, per bocca del suo alter-ego impersonato da Costner, espone tesi, porta prova e soprattutto mette in crisi con la più potente mossa di Judo del mondo: facendo domande.

Nessuno ha mai guardato John Candy con l’aria tanto incazzata.

Ci sono momenti incredibili in “JFK”, ma quello che apprezzo di più è il modo in cui il film riesca a seguire il filo logico della tesi esposta dall’Avvocato dell’accusa Oliver Stone, grazie ad una serie di micro sequenze, ognuna con la stessa importanza della precedente (e con la stessa enfasi) perché una alla volta, sono prove accumulate, verità da scagliare contro il muro di bugie della commissione Warren. Stone nella sua arringa si gioca momenti satirici, come far pronunciare a Wayne Knight la frase «Chiunque può procurarsi un fucile in Texas» e altri drammatici, ma con la testardaggine che ha sempre sfoggiato nel DNA del suo cinema, utilizza i fatti per smontare bufale vendute come realtà, ad esempio l’impossibilità fisica di sparare tre colpi a quella velocità con un residuato bellico come il fucile Carcano, il tutto mentre rimestando sotto ogni sasso, porta alla luce il torbido.

Cercherò di spendere due parole per gli attori, ma sono talmente tanti che potrei scrivere un post su “JFK” solo per tentare di citarli tutti, fin dalla prima visione mi ha colpito, oltre al fatto che Oldman sia riuscito ad impersonare un altro grande cattivo (la scena di come avrebbe fatto le scale a super velocità è quasi tragicomica una volta illustrata da Garrison), soprattutto la prova di Kevin Bacon, carcerato omosessuale pronto a tutto pur di accorciarsi la pena, personaggio tutto tranne che positivo ma mai recitato come un cliché. L’unico che sfiora forse questo pericolo è il Clay Shaw di Tommy Lee Jones, ruolo inedito per il roccioso Texano che però al servizio di Stone, si è sempre lanciato in personaggi anche sopra le righe, lo vedremo nel corso della rubrica. Menzione speciale per Joe Pesci, che da solo riesce a rappresentare la quota Scorsesiana (per altro Maestro di Stone, quindi sensato), con un personaggio che sembra finito qui dopo essere scappato da un film di zio Martino ed essere passato al vaglio della cura Stone per i dialoghi.

«Poniti una domanda: chi può scrivere e dirigere dialoghi come quello che abbiamo appena recitato?»

Menzione speciale? Facile, Donald Sutherland, che se la gioca di puro carisma in quella che per me, è la scena d’azione del film anche se di fatto, è un dialogo tra due personaggi sullo sfondo dei maggiori monumenti di Washington, ovvero la continuazione diretta degli scontri verbali (dialoghi diretti come combattimenti nell’arena) di Talk Radio, tra tutte le prove raccolte dal protagonista, quella sa di pistola fumante infatti Stone la dirige così, anche perché deve rappresentare l’ultimo slancio di motivazioni per Garrison per dare l’assalto finale al muro di menzogne, ecco, ed ora parliamo del KEV, doveroso.

La scelta di Kevin Costner, e per di più del Kevin Costner DIVO degli anni ’90 è una manifesto programmatico per Stone, il vero Jim Garrison sarà anche stato controverso, il suo invece è un monolite di puri sentimenti americani, il primo e più fedele dei cavalieri della tavola rotonda della Camelot messa su da Kennedy, un eroe che è puro cinema (quindi finzione) e che per questo, poteva essere incarnato così bene solo da Costner, lanciato a bomba contro l’ingiustizia e il muro di bugie che per Stone hanno minato alle fondamenta i valori dell’America che lui ritiene migliore, quella giusta, quella come l’ho definita lassù Sprinsgteeniana. Trovo altamente simbolico che usando la sua versione puramente cinematografica di Garrison, Stone utilizzi come arma principale per opporre i fatti (o la pura e semplice fisica, come la spiegazione sulla traiettoria dello sparo… «All’anima della pallottola») alle bugie proprio un film, il celebre film di Zapruder, che ha messo su pellicola il momento esatto del colpo fatale, sottolineato da Stone e dal KEV con un passaggio che non si dimentica: «Indietro e a sinistra. Indietro e a sinistra»

«E non vi dico cosa avrebbe potuto fare se fosse anche stata d’argento»

La prova di Costner è come al solito incredibile, un attore da lanciare in faccia ai predicatori della fantomatica “espressività” a tutti i costi (qualunque cosa voglia dire), per lui “JFK” rappresenta l’altra faccia del clamoroso dittico “Costner in completo da uomo salva l’America” che guarda caso, va sotto braccio con un film di De Palma, poi chiedetevi perché nella mia testa Oliver e Brian hanno il posto a sedere uno accanto all’altro eh?

Resta il fatto che quel monologo finale, esattamente come Talk Radio, resta uno dei più belli e allo stesso tempo mai citati della storia del cinema, tra riferimenti a Cesare e quel finale («Non dimenticate il vostro Re morente») Costner non cambia mai espressione o livello di motivazione cambia solo il tono di voce rotta dalla commozione mentre si spreme una singola lacrima maschia, in equilibrio perfetto tra documentario e finzione cinematografica, tra cinema e voglia di raccontare la verità, il film termina con la famiglia Garrison che “cavalca” verso l’orizzonte con un gruppo di pistoleri del passato, di fatto per la Storia con la maiuscola hanno perso, ma è la verità che li rende vincitori.

«C’ho un monologo grosso così e nessuna paura di utilizzarlo signore e signori della corte»

Un passaggio che mi fa impazzire è quando Garrison sostiene di ripetere al figlio di tenersi in buona forma, per l’anno 2038, quando i documenti verranno desegretati. In questo cortocircuito di cinema e realtà al servizio della verità messo su da Stone, “JFK – Un caso ancora aperto” ha contribuito a beh, riaprire il caso o per lo meno, a riportarlo all’attenzione e per farvi capire di quanto per Stone, l’omicidio Kennedy sia una faccenda del tutto personale, nel 2021 il regista è tornato sul luogo del delitto con il suo documentario “JFK Revisited: Through the Looking Glass” che mi sono visto in coda al film per poter scrivere in maniera completa questo post. Il fatto che abbia poi passato una settimana a pensare a traiettore di pallottole era un piccolo prezzo da pagare per chi vuole pilotare la Bara (storia vera).

«Ecco visto? Avevo ragione io, come sempre»

Il documentario riporta la stessa tesi ma questa volta, per bocca di testimoni, esperti forensi, studiosi e persone coinvolte, quindi non attrici e attori, ma alla fine, ribadisce tutti i punti salienti già descritti nel film, alla luce però dei documenti desegretati, il bello è che riesce ad essere un grosso «Ve lo avevo deeeeeeto!» da parte di Stone, senza entrare proprio in modalità Nelson Muntz, ma restando professionale.

Dopo aver raccontato il Vietnam dal punto di vista dei soldati e con “JFK” anche da quello della Storia con la “S” maiuscola, cosa restava ancora ad Oliver Stone? Poteva finalmente dirsi pacificato? Mai nella vita! A questo punto mancava davvero solo un punto di vista su quella guerra maledetta, quello di coloro che come occidentali ci hanno insegnato essere i cattivi, che poi, erano cattivi per davvero? Ma di questo parleremo qui sulla Bara, tra sette giorni, non mancate.

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  1. @Sergio
    Espressione parigina perdonata (anche a me viene fuori il francese quando sono sovrappensiero…).
    A me piace ascoltarvi perché parlate con competenza senza supponenza, senza guardare dall’alto in basso chi giudica i film prevalentemente di pancia come la sottoscritta. Motivo per cui forse sono molto meno indulgente di te sul film di Nolan (ma spero di riuscire ad argomentare meglio tra un po’, Zinefilo permettendo 😛).
    Mi sa che Nolan è diventato per me quello che Giei Giei è per Cassidy, o quello che Tarantino è per Lucius…
    Nel frattempo ho finito di ascoltare il puntatone della settimana scorsa. Vado a commentare di là prima che il Pilota mi cacci per Off Topic fraudolento, ma una cosa qui la devo dire: non so se vi perdono la puntata musical 😶

  2. P.S.: dimenticavo, ultimamente col podcast tendiamo a darci dentro sì 😀 … E’ quello che si ottiene quando si sceglie di non preoccuparsi della durata delle puntate, finché i dati ci dicono che darsi dei limiti di tempo non fa aumentare la nostra audience io sono ben contento di parlare a nastro di film e di molestare i vostri timpani :p. La cosa per me fondamentale è che agli ascoltatori interessi quello che abbiamo da dire, che li arricchisca, li diverta, li coinvolga…. li. 😀

  3. > Vasquez, dubbio legittimo il tuo su Oppenheimer, staremo a vedere. Al di là dei nostri pareri personali, la verità (purtroppo, aggiungo io) è che il fatto di resistere alla prova del tempo è un dato sicuramente interessante, ma che di per sé non è prova della qualità del film. E vale anche il ragionamento opposto: JFK oggi è amato da una nicchia più o meno grande o più o meno piccola di appassionati, ogni tanto viene citato quando si parla dell’omicidio Kennedy… per il resto chi se lo incula (perdonami questa tipica espressione parigina)? Eppure secondo me è un film dai tantissimi meriti, anche oggettivi. Per Oppenheimer vale lo stesso discorso: che sia (stato) esaltato per una questione di “moda” credo sia oggettivo, che abbia comunque dei meriti credo sia altrettanto vero. Magari fra 30 anni sarà ancora sulla bocca di tutti (ne dubito fortemente), o magari no, ma nel secondo caso non credo significherà che non fosse un film valido. Poi certo, anch’io preferisco il film di Stone e mi dispiace molto che oggi tutti esaltino Oppenheimer e che nessuno s’inchiappetti JFK che ha vari punti in comune. Però…

  4. In “JFK” si dimostra ancora una volta quanto, per Stone, la verità stia nel mezzo, il che è sempre interpretabile pure in senso (quasi) letterale: laddove il mezzo è il cinema, ci si può servire di quest’ultimo per portare avanti la ricerca della verità e, pur nell’eventualità che forse non proprio di ogni cosa sia possibile trovare prove certe durante il percorso, lo stimolo che riesce a dare è comunque sufficiente a indurti a riflettere e ad impegnarti a tua volta nella suddetta ricerca. Ai tempi, per dirla come Vasquez, penso fossimo stati in molti ad andarci sotto di brutto, a riprova di quanto e come questo monumentale capolavoro avesse profondamente (e, aggiungo io, sacrosantamente) colpito nel segno 😉

    • Ed il mezzo per raccontarla, per Stone è sempre il cinema 😉 Cheers

  5. Se mi puntassero una pistola alla tempia per chiedermi il mio film preferito risponderei senza esitare: JFK! Un film che ha tutto quello che piace a me. L’ho visto tantissime volte e lo conosco quasi a memoria nonostante la lunghezza. Mi sono anche informato parecchio sull’omicidio Kennedy per capire quanto ci sia di vero. Oltre alla fesseria del proiettile magico quello che risalta in maniera spaventosa è la biografia di Oswald. Uno che ha rinunciato alla cittadina usa per andare in Urss e poi torna senza difficoltà è veramente incredibile. Soprattutto uscire dall’URSS!! Ancora oggi se vai a Cuba non puoi mettere piede in Usa per 5 anni, figurati se venivi dall’Unione Sovietica negli anni ’60! Io non so quanto esistesse un complotto e fosse esteso ma per far espatriare una persona dall’URSS non basta la mafia, servono agganci militari e dei servizi segreti importanti. Poi alcune coincidenze possono essere effettivamente dovute a imperizia e pressappochismo ma che ci siano palesi macchie di ombra sull’inchiesta appare evidente. Qualche anno fa hanno fatto una serie TV chiamata 22/11/1963 con James Franco (in quel momento lanciatissimo con the deuce e oggi un po’ scomparso) che parlava di Oswald e approfondiva il suo rapporto con i russi “bianchi” emigrati negli Usa e desiderosi di un atteggiamento più belligerante verso l’URSS.
    La parte debole del film è affermare che Kennedy voleva smetterla con il Vietnam. Pensare che Johnson abbia tramato per eliminarlo insieme ai militari mi sembra azzardato. Di sicuro non è stata opera di uomo solitario e il film di Zapruder lo dimostra chiaramente.
    Dal punto di vista strettamente cinematografico hai un cast stellare, prove attoriali enormi, carisma da tutte le parti e nonostante le più di 3 ore non guardi mai l’orologio (cosa che con Oppenheimer che mi è piaciuto però ho fatto). Il film, poi, ha una dedica finale retorica ma potente. Uno di quelle pellicole che ti segna dentro al di là del suo merito tecnico autoriale. Quando Hollywood ti fa riflettere, ti racconta la realtà e prova a fornirti la sua versione.
    Per trovare qualcosa che mi ha toccato così tanto nel profondo ho dovuto aspettare tanti anni dopo con un film molto diverso ma altrettanto potente come “i cento passi”

    • Concordo in pieno, anche se la miniserie tratta da King era azzardata in senso opposto, visto che dava per scontato che a sparare sia stato un solo attentatore, quindi gli preferisco ancora il punto (per quanto militante) portato avanti da Stone. Cheers!

  6. Ciao Sergio! Io te ne propongo un altro, di esperimento. Adesso il film di Stone ha 33 anni, si lascia rivedere come se fosse uscito ieri e possiamo tranquillamente parlarne come di un capolavoro. Fra 33 anni si potrà dire la stessa cosa di “Oppenheimer”?

    P.S. Mi manca ancora un’ora da ascoltare dell’ultima puntata dei Caballeros… ci avete dato dentro stavolta, eh? 😅

    • Pensa che per le puntate “normali” ormai stiamo andando a ruota libera anche nel minutaggio. Infatti per la prossima punta, una di quelle lunghe, stiamo già registrando anche in questo momento, ci siamo attrezzati con sacchi a pelo, scorte d’acqua e cibo in scatola 😉 Cheers

  7. Ah ecco, mi fa piacere leggere che anche Vasquez ha trovato delle analogie tra JFK e Oppenheimer, pure a me aveva dato quell’impressione. Poi per carità, io il film di Nolan l’ho anche apprezzato eh. Ma è anche vero che piove sempre sul bagnato: di un film di Nolan ne parlano tutti perchè è lui, di JFK oggi ne parla molta molta molta molta molta meno gente.
    P.S.: proposta per un esperimento sociale, facciamo in modo di far uscire nuovamente al cinema JFK ma nelle locandine e nei trailer cancelliamo “Un film di Oliver Stone” e lo sostituiamo con la scritta “Un film di Christopher Nolan”. Sento già le urla dei vari “CAPOLAVOROOOOHH!!111” provenienti dai 4 cantoni del pianeta.

    • Se facessimo un poster finto di un film su Masha e Orso diretto da Nolan sarebbe già capolaaaaaaavoroooooo 😉 Cheers

  8. 850mila motivi per cui questo film è bellissimo e gli sono affezionato fin da quando l’ho visto la prima volta (avrò avuto non più di 16 o 17 anni), già solo il montaggio e il montaggio sonoro sarebbero un motivo abbondantemente più che sufficiente per vederlo e rivederlo. Ma poi c’è altro: io nemmeno ci credo del tutto ad alcune (ho detto “alcune” eh) teorie esposte nel film, per il semplice fatto che non vengono esposte prove, ma “solo” ragionavoli(ssimi) dubbi, ragionamenti logici ecc. Però qualcosa lo prova in fin dei conti – ed è già tanto – ovvero che la commissione Warren ha fatto un lavoro pietoso. Su quello non si scappa. Cerco di ricordarmelo ogni volta che che qualcuno fa volare espressioni come “complottismo”, “abbi un po’ di fiducia nelle istituzioni” o “a questi risultati c’è arrivata gente che ha un curriculum molto più lungo, resistente e in grado di dare piacere alle donne rispetto al tuo, di curriculum” 🙂

    • Anche la tua perfetta analisi, Stone qui lancia il cuore oltre l’ostacolo, puntiglioso certo, ma come sempre testardo nel portare avanti le sue tesi ma ad Ovest di quelle, c’è del gran cinema in questo film. Cheers!

  9. Quando ho visto per la prima volta JFK sentivo che se avessero consegnato a me il filmato di Zapruder e i faldoni della commissione Warren, l’avrei trovato io l’assassino, sarei riuscita a capire tutto, ricostruire traiettorie, tempistiche, mandanti… ci andai sotto di brutto.
    Negli anni un pochino quella foga si è placata, però mi basta poco per ricaderci, è un film davvero strepitoso.
    Ricordo anche quanto mi faceva strano, e me lo fa tutt’ora, vedere le persone, la gente comune, piangere alla notizia della morte del presidente, e non posso fare a meno di pensare che sia una cosa tutta americana legata proprio a quel presidente… non credo avrebbero pianto per qualsiasi altro presidente.
    E non ho potuto fare a meno di pensare a un riferimento a questo film in quell’ultima battuta nell’ultimo film di Nolan, cosa che mi ha fatto inc@%&are quasi più di quanto non abbiano fatto tutte le tre ore del film di Christopher, perché secondo me lui voleva a tutti i costi che “Oppenheimer” fosse affiancato a questo (per la durata, per la struttura “processuale”, per l’uso del bianco e nero in determinate scene, ecc…), ma nel caso gli spettatori non ci fossero arrivati da soli, il riferimento ce l’ha messo lui. Bene, anche oggi ho parlato male di Nolan, giornata spesa bene, chiedo scusa al Pilota, alle Bariste e ai Baristi, ma dovevo farlo 😅

    • Ci sta, perché del film di Nolan parlano tutti, di questo mai nessuno o per lo meno, non nei termini che merita. Cheers!

  10. “Diavolo, mi ricordo che una volta ci siamo comprati persino un presidente. Poi quel c……e ha piantato su in piedi un gran casino del c…o…”
    Non credo che il “buon” Quincannon si riferisse a questo presidente, ma sostanzialmente rende bene l’idea.
    E credo che Garth, proprio come Stone, una certa opinione se la sia fatta, in merito.
    E che ci siano andati parecchio vicini, a come sono andate le cose.
    Certo che tra questo, “Gli Intoccabili”, “Guardia del Corpo”, “Balla coi Lupi” e il suo Robin Hood, Costner ai quei tempi era praticamente DIO, in quel di Hollywood.
    Se lo contendevano tutti.
    Poi si sa, arriva quel gigantesco buco nell’acqua (in tutti i sensi) di “Waterworld”, e in un attimo te ne finisci a fare la pubblicita’ del tonno in scatola.
    Comunque ha avuto modo di rifarsi, dai.
    E sentendo le notizie recenti, ho idea che sta per prendersi la meritatissima rivincita.
    Ti giuro che non vedo l’ora.
    Poteva forse esimersi Stone, che coi suoi film ha sempre raccontato la SUA storia dell’America a suo modo, dall’occuparsi del piu’ celebre e insieme famigerato omicidio di sempre?
    Quello che ha di fatto trasformato gli USA nel paese del “Non e’ mai successo”.
    Perche’ se puoi arrivare a uccidere l’uomo piu’ potente del mondo (o almeno quello che ti dipingono come tale. Perche’ ho idea che i rep sono pedine al soldo delle lobbies. E i dem ogni tanto possono andar su, a patto di non farle incazzare troppo) e farla pure franca, allora nessuno e’ piu’ al sicuro.
    Perche’ forse e’ vero che ci sono forze terribili che agiscono nell’ombra, e che con una loro decisione possono farti inghiottire e sparire senza lasciare piu’ traccia.
    E poco importa che spesso i complotti hanno piu’ buchi di un colabrodo, al punto che per tentare di tapparli i mandanti devono assumere altri mandanti per assoldare altri killer che devono liquidare i presunti killer.
    Un casino pazzesco.
    Ma soprattutto, e’ davvero possibile raccontare la storia di un paese tramite i suoi omicidi piu’ celebri?
    Direi di si’. Visto che noi ne sappiamo qualcosa.
    Anzi, potremmo pure tenere scuola.
    Senza contare che l’America stessa e’ nata nel sangue.
    Quel del genocidio di un popolo intero.
    Quindi Stone non poteva fare a meno di trattare il delitto di quello che ancora oggi viene ricordato come un presidente “giusto”.
    Anche se in realta’ era amato da mezza America e odiato a morte dall’altra (“Condannarlo? Dovrebbero dargli una medaglia, a Oswald!!”).
    E aveva anche lui degli scheletri nell’armadio terrificanti.
    E lo fa in modo magistrale.
    Una delle critiche che gli hanno mosso, all’epoca, e’ di aver abbracciato e sposato in pieno la tesi complottistica e cospirazionistica, senza lasciare spazio a dubbi di sorta.
    Un po’ come la commissione Warren, ma all’opposto.
    Ma attenzione: Stone non ha mai detto che la sua dev’essere per forza la verita’.
    Ha detto come la pensa lui, punto. E non pretende che si debba essere d’accordo.
    E comunque, fornisce ottime argomentazioni, a riguardo.
    Ma soprattutto, mette in discussione l’atteggiamento che allora fu predominante: e’ cioe’ di troncare qualunque ipotesi che non contemplava il delitto Kennedy come il risultato dell’azione solitaria di un folle.
    L’indagine fu condotta in modo frettoloso e approssimativo, questo si’ (“Qui in Texas siete fissati coi proiettili magici, eh?”, giusto per citare “Preacher” un’altra volta aggratis, che non fa mai male).
    Fosse anche solo per dare risposte il piu’ in fretta possibile, e passare oltre.
    Ma qualcosa decisamente non torna.
    Ma d’altra parte…e’ morto il Re, viva il nuovo Re.
    Il mondo corre, e la politica pure.
    Chi ha il tempo di occuparsi di un presidente morto, con tutto quel che c’e’ da fare e da decidere?
    Ma Garrison non ci sta.
    Lui crede nel suo paese.
    Non e’ uno stupido. Sa che gli Stati Uniti hanno combinato porcherie di ogni sorta.
    Ma da presunti portabandiera della liberta’ e della democrazia, hanno sempre concesso la possibilita’ di venire a capo di ogni inghippo.
    Qui sbatte contro di gomma. E non lo accetta.
    Perde famiglia, moglie, amici, colleghi e la propria reputazione.
    Ma non si arrende. Farlo significherebbe veder crollare il castello di valori con cui e’ cresciuto e ha vissuto.
    Come si può vivere in un posto nel quale non puoi piu’ nutrire alcuna fiducia?
    Forse dovresti fare un giro dalle nostre parti, Jim.
    Forse ha capito solo cos’e’ davvero l’America. Per la prima volta.
    Come direbbe Cosmo…”Chiunque non e’ un bianco ti direbbe che e’ cosi'”.
    Qui e’ la norma, amico.
    Cast sontuoso, e ottimi interpreti.
    Segnalo Rocker, che dopo l’interpretazione di un certo psicopatico diventera’ uno dei miei attori preferiti.
    Mi sta simpatico. Forse perche’ ha di default la stessa espressione che ho io quando me le fanno girare di brutto.

    • Sono due dalle opinioni forti, sono due dei miei preferiti 😉 Cheers!

  11. La prima volta che lo vidi rimasi di stucco: cast monumentale, montaggio e fotografia d’eccellenza (Scalia e il solito Richardson), una sceneggiatura stratificata. Se non avessi scoperto Talk Radio, questo sarebbe il mio film del cuore di Stone, invece risulta essere il mio preferito a livello tecnico. Certo anche Nixon e W. hanno il loro fascino, ma qui si tratta proprio di un gran esercizio di stile puramente americano. Quoto il discorso finale in aula come miglior scena, almeno per quanto riguarda la chiusura totale del climax del film, quella con “Mr. X” è alla pari con quella di Gola Profonda in “Tutti gli uomini del Presidente”. Un film che rivedo molto volentieri quando ricapita a tiro, nonostante la lunghezza fila liscio nei suoi intenti come pochi.

    • Assolutamente d’accordo con i paragoni, il bello è che molti considerano Stone uno anti-americano, secondo loro, uno che non crede nel suo Paese, scriverebbe quel monologo per il KEV? 😉 Cheers

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Gli intrighi del potere – Nixon (1995): la storia di Tricky Dicky secondo Oliver Stone

Oggi affrontiamo il titolo che per certi versi da solo, ha confermato una delle etichette appioppate al titolare della rubrica, quindi senza ulteriori indugi, benvenuti al nuovo capitolo della rubrica… [...]
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