
Avrei voluto aspettare, lo dico subito, così ci togliamo il dente: avrei voluto attendere di leggere anche il fumetto omonimo, ancora inedito soprattutto in quello strambo Paese a forma di scarpa. Perché “Cathedral” nasce proprio così, come un progetto a metà strada fra musica e fumetto, e l’idea di ascoltare il disco avendo davanti agli occhi le tavole della storia mi sembrava la maniera più corretta per affrontarlo. Però, come mi insegna da anni la mia stessa incapacità di aspettare qualsiasi cosa abbia a che fare con John Carpenter, due post su Carpenter sono meglio di uno e ogni giorno passato a parlare del Maestro è un giorno ben speso!
Con “Cathedral”, Giovanni Carpentiere torna insieme al figlio Cody Carpenter e al figlioccio Daniel Davies, ormai squadra collaudatissima, e stavolta decide di spostare ancora un po’ più in là il confine rispetto ai precedenti Lost Themes, specialmente l’ultimo dedicato a sonorità più Noir. Lì c’erano i film immaginari, qui c’è una trama: una cattedrale abbandonata nel cuore di Los Angeles, un omicidio, qualcosa di decisamente poco raccomandabile che vive nei sotterranei e un viaggio verso l’inferno. L’idea nasce addirittura da un sogno avuto da Carpenter nel 2024, talmente cinematografico da convincerlo che quella storia avesse bisogno di una colonna sonora, per un soggetto che ovviamente ricorda Il signore del Male.
Primeval, che apre il disco, non perde tempo a spiegartelo, parte Daniel Davies con una chitarra che sembra avere già visto qualcosa che noi non abbiamo ancora visto, mentre sotto Carpenter e Cody costruiscono il pavimento elettronico sul quale questa roba infernale può tranquillamente camminare, un’apertura più pesante di quella che siamo abituati ad aspettarci dai Lost Themes, con Davies sempre più protagonista e un’idea di riff che torna per tutto il disco.
Poi arrivano Identity e Inside Out, e qui la faccenda comincia ad assumere quella forma da colonna sonora vera più canonica, non sono necessariamente i pezzi che uno si metterebbe a canticchiare sotto la doccia, ma funzionano come passaggi narrativi perché ti portano da qualche parte. Una beh, cosa, che Carpenter ha sempre saputo fare benissimo, anche quando sembrava semplicemente mettere in fila quattro note su un sintetizzatore. Abandoned Cathedral, invece, è già praticamente un’installazione artistica, un minuto e mezzo appena, synth, atmosfera e archi, e hai davanti questa chiesa abbandonata che non avrà assolutamente nulla di buono da raccontare, questa qui sotto invece è Revenge.
A questo punto arrivano Elevator ed Elevator Two, e qui mi piace particolarmente l’idea di avere due pezzi consecutivi legati allo stesso momento narrativo. Sono molto curioso di scoprire a che porzione di fumetto faranno riferimento queste due tracce, mi sto già facendo tutto un film in testa, anche se beh, sarà un fumetto.
Musicalmente sono anche due dei momenti in cui Davies può fare quello che evidentemente gli piace tantissimo fare: prendere la chitarra e trasformare una colonna sonora carpenteriana in qualcosa che potrebbe tranquillamente essere l’inizio di un disco metal.
Con Desolation in the Underworld torniamo dalle parti del Carpenter più riconoscibile, sintetizzatori, oscurità, quella sensazione di essere entrati in un posto dal quale probabilmente sarebbe stato meglio tenersi alla larga. Una delle tracce in cui la componente elettronica torna a prendersi la scena, dopo la bella scazzottata chitarristica dei brani precedenti.
The Mapmaker e The Ferryman continuano il viaggio e, a questo punto, il titolo del secondo non lascia esattamente molto spazio all’immaginazione, c’è un traghettatore, siamo nel sottosuolo (se non proprio all’inferno, il fumetto ci darà conferma) e la storia tira dritta verso quell’immaginario da Stige che Carpenter sembra essersi divertito parecchio a trasformare in heavy metal. The Ferryman è anche uno dei brani dove i tre musicisti sembrano incontrarsi meglio: chitarra, armonie costruite da Cody e archi alla Carpenter, il tutto spinto in avanti con una bella dose di elettronica e metallo.
Ci sarà un motivo se il disco è stato pubblicizzato con il singolo Lord of the Underground, qui, gente, io alzo le mani. Perché questa è una di quelle tracce in cui il concetto di “Carpenter che fa musica da film” prende una deviazione piuttosto interessante, sembra quasi che il film abbia deciso di fare irruzione nel concerto. Il riff è bello tirato, Davies sembra essere stato chiuso in una stanza con un amplificatore e gli sia stato detto di non uscire finché non avesse evocato qualcosa di brutto, mentre Carpenter e Cody fanno quello che sanno fare meglio in un suono Heavy Metal vecchia scuola.
Death of the Mapmaker, appena un minuto e sedici secondi, è quasi l’esatto opposto di Lord of the Underground: breve, malinconico, dominato dal lato più atmosferico del progetto. Uno di quei piccoli frammenti che, ascoltati da soli, potrebbero sembrare intermezzi, dentro “Cathedral”, invece, hanno il compito di ricordarti che questa roba non è semplicemente una raccolta di riff.
I Lost Themes erano, per definizione, colonne sonore di film che non esistevano, “Cathedral” fa una scelta diversa, il film mentale adesso ha una storia, dei personaggi e delle immagini che esistono davvero, solo che sono disegnate. È quasi come se Carpenter avesse finalmente deciso di costruire il set dopo aver passato anni a suggerircelo con i sintetizzatori, Back to Ruins, Revenge e infine Resolution accompagnano questa parte finale con una logica che si comprende anche senza aver ancora visto una singola tavola.
Perché se ascolto “Cathedral” come un album autonomo, senza fumetto, senza immagini e senza il contesto narrativo per cui è stato concepito, ogni tanto mi manca qualcosa. Non necessariamente una melodia, mi manca l’immagine. “Cathedral” non è forse il capitolo che mi ha fatto saltare dalla sedia come era successo con certe cose del passato, e capisco perfettamente chi potrebbe trovarci una formula ormai consolidata.
Ci sono momenti in cui riconosci immediatamente il Carpenter dei Lost Themes, ma forse è proprio questo il punto, John Carpenter continua a trovare nuovi modi per giocare con il suo stesso immaginario, io, sinceramente, non so cosa chiedergli di più, anzi, una cosa sì, la prossima volta vorrei una colonna sonora Western, adesso però, per favore, qualcuno mi faccia arrivare quel fumetto!


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