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John Carpenter Live @ Torino 26/08/2016: Fuga da Torino (grazie Maestro!)

Vorrei potervi dire che mi sono completamente ripreso dal concerto di
Venerdì scorso 26 agosto, del Maestro John Carpenter qui a Torino, in realtà
non credo che mi riprenderò mai, quindi, tanto vale parlarne… Con grande
gioia vi do nuovamente il mio benvenuto alla rubrica, questa volta in versione
dal vivo… John Carpenter’s The Maestro!




Vi do un consiglio: non tenete il cane in braccio mentre leggete le notizie
in rete, perché mesi fa quando mi sganciarono addosso la bomba “John Carpenter
a Torino” ho quasi strangolato la bestiola (storia vera). La notizia era
clamorosa, non solo Giovanni Carpentiere decideva di abbandonare il suo divano
e il campionato NBA (si vede che i suoi Lakers vanno proprio male, eh?), ma come
tappa italiana per il tour Europeo ha scelto proprio Torino, my hometown come
canta un altro che mi piaciucchia parecchio. Ah! Ci tengo a precisarlo: il mio
cane sta benissimo, giuro!

Cosa vi devo dire? Lo sapete cosa ne penso del Maestro, non ricordo un
momento in cui i suoi film e le sue colonne sonore non siano stati parte della
mia vita, ci sono stati ben pochi bipedi su questo gnocco minerale che ruota
intorno al Sole su cui mi sono documentato di più, negli anni mi sono tritato
ogni intervista rilasciata su cui ho potuto mettere gli occhi, prima di
elevarlo a mio regista preferito per gli evidenti meriti artistici, l’idea che
mi sono fatto del Maestro è di uno alla mano, con cui si potrebbe passare la
sera che so, a parlare di Basket.
Malgrado le affinità di gusti che mi hanno sempre fatto apprezzare Giovanni
Carpentiere, mi è sempre sembrato una presenza fisicamente lontanissima, tipo Marte
e fantasmi che lo popolano, per fare un esempio.


Non che le occasioni siano mancate, nel 1999 al cinema Reposi di Torino
partecipò ad una conferenza sul Cinema insieme al suo amico Dario Argento, una
cosina da nulla che mi sono perso per motivi squisitamente anagrafici. Secondo
estratto, nel 2010, quando il suo ultimo lavoro The Ward venne presentato al Torino Film Festival, il film, perché Giovanni
per sua ammissione rimase nella soleggiata Los Angeles, chiamatelo scemo.


“Trasmettiamo dall’anno, uno, nove, nove…” (Cit).

Mancate le due occasioni cinematografiche, ci ha pensato la musica ad unire
per la terza volta John Carpenter e questa città che, parliamoci chiaro, soffre
di invidia del pene nei confronti di altre città (potreste aver sentito parlare
della storia del Salone del libro), d’inverno ha più nebbia di Antonio Bay, ha
dei viali alberati che non hanno nulla da invidiare a quelli di Haddonfield, in
certe zone è mal messa come la Los Angeles di Essi vivono e in altre,
come l’ex Fabbrica INCET dove si è esibito il Maestro venerdì scorso, non
sarebbe troppo strano veder correre Jena Plissken. Abbiamo tutte le sfighe del
mondo, ma lo ha capito anche John Carpenter che la città più rock, gotica e
Horror di questo strambo Paese a forma di scarpa è sicuramente Torino.

Siccome mi conosco e so che colto da emozione potrei fare gesti inconsulti,
mi presento al concerto con il mio avvocato (ciao Ele!), sono già stato allo
Spazio 211, dove si sono esibiti gli M83, ma non ero mai stato ad un concerto nell’ex
Fabbrica INCET, la location è adatta come dimensioni al numero di “fedeli”
accorsi alla corte del Maestro, non so dirvi dell’acustica, sono finito così
davanti al palco che sentivo il masticare della gomma di Giovanni. Non so voi,
quando metto i piedi sulla base in ferro delle transenne sotto palco mi sento
come essere tornato a casa.

Il Todays Festival, non esiste da molto tempo, penso che questa sia stata
la sua seconda edizione, se posso muovere una critica, un minimo di
organizzazione in più non guasterebbe, l’entrata della ex Fabbrica INCET sembra
il vicolo dove John Nada cercava di convincere Keith David ad infilarsi gli occhiali
in Essi Vivono. Magari non mettere la
fila per quelli con il biglietto, nello stesso posto della fila per chi deve
ritirare pass e accrediti, che allo stesso tempo coincide con la fila per lo stand
della magliette, del paninaro, del bagno e della coda per ritirare la pensione,
agevolerebbe pubblico e organizzazione. Ad un certo punto mi giro c’era Roddy
Piper che faceva un body slam ad un anziana signora che aveva già il pass, ma
doveva usare il bagno (no non è vero, ma nel macello avrebbe potuto anche
essere).


Uomo in preda all’estasi del momento, se stai leggendo, facci sapere se ti sei ripreso.
Ora, da buon fan dei Pearl Jam, sono un po’ fissato con la sicurezza ai
concerti (infatti me ne sono già capitate di ogni), sono sicuro che l’INCET in
quanto ex fabbrica abbia delle ottime uscite di sicurezza, ma da dove stavo io
non ho visto le segnalazioni, benissimo le grandi porte tipo assedio zombie (“Chiudete
le porte! Non fateli entrare!!”) per accedere, ma siccome viviamo in un mondo
già bello agitato di suo (non credo serva fare tristi esempi fin troppo recenti)
un minimo di attenzione non guasterebbe, detto questo, è andata tutto bene! Seratona! Sono solo io che sono un rompicoglioni.

L’esibizione del Maestro è in programma per mezzanotte (mi sembra logico,
no?) il tempo passa velocemente, finché puoi bere e tentare di realizzare cosa
sta per accadere, ad aprire prima di Carpenter ci pensa Paolo Spaccamonti,essendo io uno di quelli di “Non si parla mai dei gruppi spalla”, dico che era
vestito di nero (bene), aveva una chitarra fighissima (Gibson diavoletto nera)
e ha rispettato i tempi stabiliti, sull’esibizione in sè magari ne parliamo un’altra
volta, ok?


Si bravo, ehm, bella chitarra.
Quando arriva finalmente il momento tanto atteso, sul palco sale la band:
cinque elementi, tutti rigorosamente vestiti di nero, tra cui il figlio del
Maestro, Cody Carpenter, che non ha i baffi, ma è smilzo come papà. Quando entra
Giovanni, lo fa con pugno in cielo per saluto, occhiali sul naso, vestito di
nero e con il chewing gum d’ordinanza in bocca, quindi possiamo dire che le
gomme ci sono, ma ci ha preso a calci nel sedere lo stesso, il concerto è una
bomba clamorosa che ha fatto tremare i pilastri della terra!
Ora, siccome sono un tipo semplice(mente pirla) tutto quello che so sulla sindrome
di Stendhal l’ho imparato da un film di Dario Argento, per circa due secondi il
mio corpo ha la tentazione di iniziare a fare come Asia Argento in quel film
(questo spiegherebbe perché da venerdì parlo sbiascicato e ho la tentazione di
farmi tatuare un angelo sull’inguine) per fortuna il Maestro mi riporta subito
all’ordine con i primi due pezzi della sua incendiaria setlist, si parte con il
tema di Fuga da New York seguito a
bomba da quello di Distretto 13, per
me il concerto (e la mia vita) potrebbero terminare qui e sarei già felice, ma
questa gioia va avanti due ore (Yuppi!).



Il concerto è una sapiente miscela dei temi musicali più celebri composti
da Giovanni e di alcuni pezzi tratti dai due dischi solisti composti dal
Maestro, con i brani tratti da Lost Themes, in vantaggio numerico su quelli
presi da Lost Themes II, infatti a ruota arrivano subito “Vortex” e “Mystery”
entrambi fighissimi, ma il primo dal vivo suona ancora più grosso.
Il palco si riempie di nebbia finta (per quella vera John ripassa verso gennaio e lascia a casa la macchina del fumo), sullo schermo dietro compaiono le
immagini di The Fog, il pubblico risponde benino, sì, dai tutto sommato… Una
polveriera! Basta che Carpenter faccia il gesto con le dita “I see you” al
pubblico e qualcuno esplode per autocombustione interna.


“There’s something in the fog!” … Si, Giovanni.
Che il Maestro fosse una rockstar è una cosa che ho sempre sostenuto, sul
palco è perfettamente a suo agio, gigioneggia con il pubblico, ma l’apice lo
raggiunge ballicchiando sul posto sulle note dei suoi stessi pezzi… No, sul
serio! Una meraviglia! Il concerto prevede dei suoi rituali non scritti, ad un
certo punto Carpenter fa ordine tra gli oggetti vicino alla sua tastiera (tra
i quali, immagino, anche un grosso posacenere), cambia occhiali e s’inforca quelli
da sole, partono le note iniziali di Essi vivono, mentre sullo schermo si susseguono le scene del film e le scritte “Consume”
e “Obey”. DE-LI-RI-O!


Occhiali scuri per mettersi al sicuro da possibili alieni tra il pubblico.
Da un capolavoro all’altro, un Maestro che ne omaggia un altro quando parte
il pezzo di Ennio Morricone tratto dalla colonna sonora di La Cosa, seguito a
ruota dal pezzo di apertura di Lost Themes II. “Distant Dream” è fighissima a
riassume alla grande l’anima Rock di Carpenter, è un pezzo stranissimo, la
prima volta che l’ho sentito nel video ufficiale della canzone (diretto da
Giovanni, ma questa era la parte facile) mi ha fatto un grande effetto, nella
versione del disco mi è sempre sembrato meno potente, dal vivo, invece, funziona
alla grande, recuperando la forza di quel primo ascolto.
Come una consumata star del palcoscenico Carpenter sfoglia le pagine del
leggio montato sulla sua tastiera e inizia a parlare di un suo amico, uno con
cui ha fatto cinque film insieme, ho già capito dove vuole andare a parare, se
non avessi un’immagine da mantenere a questo punto dovrebbero iniziare a
sudarmi le palpebre, Carpenter fa riferimento ad un film in cui il suo amico, era alla ricerca di una ragazza con gli occhi verdi. Parte Grosso guaio a Chinatown… And the crowd
goes banana!


Chi ha ordinato una Kim Cattrall in formato gigante?
Arrivano “Wraith” e la fighissima “Night”, il Maestro ne approfitta
per sedersi un attimo, ma soprattutto, per fare il cambio di gomma da
masticare! Ho una (sgranata) foto nel momento del pit-stop, non è dato sapersi
che fine abbia fatto la gomma ciancicata, la leggenda vuole che qualcuno ora,
nelle segrete di un castello, stia cercando di clonare il Carpenter partendo
dal suo DNA (Buuahahahah ah ah!).
Altra sfogliata di leggio, altre frase ad effetto che mette a dura prova le
coronarie (mie) e le fondamenta del cielo: «All my career I’ve made horror
movies» ghigna il Maestro, «I love horror movies. Horror movies will last
forever» e parte a bomba il cinque quarti più famoso della storia del cinema,
improvvisamente è il 31 di Ottobre, la notte in cui LUI (Carpenter) torna a
casa.
In effetti, a suonare il celebre ritmo sincopato non è Carpenter, ma suo
figlio Cody, considerando che il Maestro ha imparato le note che in seguito
sono diventate il tema di Halloween, da suo padre, siamo alla terza generazione
di Carpenter alle prese con le note di Mike Myers. Siete liberi di vederci
qualcosa di poetico in tutto questo.



Il livello di Rock sale alle stelle con Il seme della follia (dal vivo bomba!) e la
band lascia il palco per qualche secondo, quando parte il coro “One more song!”
alternato da “John!
John! John!”
mi viene automatica la citazione: “E’ una città che ama i vincenti”.
L’encore e si riparte con una cosina da nulla, solo il tema de Il Signore del Male, a questo punto cosa vi devo dire, sono a cinque metri da John
Carpenter che suona “Prince of Darkness”, la consapevolezza e la Stendhal si
danno il cinque alto ed io capisco tutto, ho un momento di onniscienza in cui
comprendo tutto, guardando i suoi film e ascoltando i suoi sintetizzatori,
quell’uomo con i baffi lì è sempre stato un pezzo della mia vita, incontrarlo
era impossibile, sentirlo suonare dal vivo follia, eppure è successo, la notte
della cometa di Carpenter, siamo stati tutti testimoni, da qualche parte nel
flusso del tempo (forse nell’anno uno, nove, nove…) il me stesso di allora
ringrazia, quello di adesso, invece, è solo su un altro pianeta.


Alla corte del Maestro, un giorno potrete dire “Io ci sono stato!”.
“Virtual Survivor” e “Purgatory” arrivano a ruota, prima dell’augurio
finale del Maestro, per tornare a casa guidate prudenti, perché Christine è là
fuori. Ho sempre detto che il tema di Christine – La macchina infernale, parte piano, si fa spazio in punta di piedi prima
di partire strapotente, da consumato uomo di cinema quale è, le immagini del
film NON partono per tutta la parte iniziale del pezzo, lo fanno solo quando la
canzone inizia a farsi sentire in tutta la sua disarmante forza e le immagini
non sono scelte a caso, sono quella scena del film, direi LA scena del film, “Christine
Show me!” il finale incendiario (in tutti i sensi) di un concerto che ha messo
a dura prova i pilastri del cielo, il sottoscritto… Lasciamo perdere!



Fine delle trasmissioni, il Maestro saluta ed esce, prendiamo la via dell’uscita,
ho ancora una cosa da fare, incontrarmi con la mia amica (ciao Elisa), la più
famigerata cacciatrice di celebrità della galassia, vi dico solo che quando
questa signorina è nei paraggi succedono cose pazzesche, tipo che ti ritrovi
imbucato alla festa in spiaggia di George Clooney (storia vera!), personalmente
non sono uno da autografi o fotografie (sarò stato un Apache nella mia vita
precedente), sta di fatto che la trovo già appostata all’uscita artisti dell’INCET,
che se volete saperlo si trova [SCENA CANCELLATA per non essere ucciso dall’organizzazione
del festival], siamo tutti in attesa un gruppetto non esagerato di fedelissimi,
a ben pensarci sembriamo un po’ gli assedianti di Distretto 13, alzo lo sguardo
alla finestra che si sbraccia affacciato c’è John Carpenter, io e il tizio
accanto a me ci mettiamo a gridare “John!”, il Maestro ricambia il saluto.
Poco dopo la portavoce del Maestro annuncia che a Carpenter vorrebbe fare
un autografo a tutti, ma dobbiamo fare una fila, la fila si forma in tre
secondi, per poi diventare una “fila all’Italiana” (un mucchio informe di corpi
e testa, in pratica La Cosa ma senza gli effetti speciali di Rob Bottin), il Maestro firma tutto, poster, DVD, magliette, assegni, cambiali, vitalizzi, la fila
diventa preoccupatemene lunga, ho Carpenter vicinissimo, sto facendo quello che
preferisco, fotografie mentali per il mio archivio mentale, che per fortuna non ha
(ancora) problemi di spazio, alla richiesta “No Photos” partono i maniaci delle
Selfie (mai un lanciafiamme quando serve), il Maestro è un Signore (del Male),
gentilissimo firma e ci manda a casa contenti, prima di sparire nella notte,
dopo essere fuggito da New York, Cleveland e Los Angeles, aggiungete anche
Torino tra i luoghi di evasione del Maestro.


Segni concreti del passaggio del Maestro.
Negli anni mi sono creato un’immagine tutta mia e forse immaginaria di
Carpenter, uno alla mano con un pragmatismo disarmante, un artista (e una
persona, via) degno di ammirazione e stima, il palco lascia sempre quel minimo
di distanza di sicurezza per non scottarti, nello scoprire che il tuo idolo è
uno stronzo come tanti altri, questo incontro ravvicinato del Carpenter tipo,
sarà pure durato poco, ma ha evitato l’effetto “Sweet Lew” (citando i Pearl
Jam). Ero piuttosto sicuro, ma è bello avere avuto la conferma che tanti anni
di stima sono stati ben riposti, una vita passata a prepararmi (“Sono nato
pronto!”) e la conferma che San Giovanni Carpenter (nuovo patrono di Torino) è
sempre e comunque THE Maestro.
Volete che vi racconti di come la cacciatrice di celebrità ha scovato l’albergo
dove Carpenter soggiornava, che per la cronaca era [SCENA CANCELLATA] situato
in via [RULLO MANCANTE] o di come lo abbiamo raggiunto in auto, per altro [SCENA
MANCANTE per evitare multe dal comune], oppure di come [SCENA OMESSA per non
urtare i Vegani]. Boh, insomma, alla fine foto e autografo sono arrivati, così
anche questa parte della storia la posso concludere.
I concerti belli ti lasciano contento una settimana, a questo aggiungeteci
l’aver realizzato un sogno che ho sempre creduto assolutamente impossibile,
penso che cavalcherò come gli effetti positivi di questo Carpenterismo a lungo,
anche per questo, grazie Maestro.
Setlist completa del concerto di John Carpenter
Torino (26/08/2016)
1.  Escape From New York: “Main Title”
2.  Assault on Precinct 13: “Main Title”
3.  Vortex
4.  Mystery
5.  The Fog: “Main Title Theme”
6.  They Live: “Coming To L.A.”
7.  The Thing: “Main Theme – Desolation” (Ennio
Morricone cover)
8.  Distant Dream
9.  Big Trouble in Little China: “Pork Chop
Express”
10. Wraith
11. Night
12. Halloween Theme – Main
Title
13. In the Mouth of Madness: “In
The Mouth Of Madness”
Encore:
14. Prince of Darkness: “Darkness Begins”
15. Virtual Survivor
16. Purgatory

17. Christine: “Christine
Attacks (Plymouth Fury)”

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