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John Carpenter’s Suburban Screams (2023): volevate una nuova regia del Maestro? Eccola!

Ormai dopo tutti questi anni di volo a bordo di Bara un po’ dovreste conoscermi, credo essenzialmente in due cose: che ogni giorno passato a parlare di John Carpenter sia un giorno ben speso ma anche che ho i miei pareri, per quanto brutalmente onesti, sempre argomentati.

Non lo faccio mai, ma siccome avevo le idee chiare su cosa scrivere su “John Carpenter’s Suburban Screams”, ho provato a dare un’occhiata alle recensioni in italiano su questa serie, devo dire che ho capito perché alcune persone mi dicono di apprezzare la Bara Volante. L’unica recensione in italiano che ho pescato, scritta da qualcuno che sicuramente avrà ricevuto dei soldi per buttarla giù (non vi metto il link, per non alimentare certa robaccia), ruota più o meno intorno al fatto che i primi tre episodi della serie, senza alcun riferimenti agli altri tre che la completano, sono diretti benino da Carpenter per quanto abbia avuto poco spazio di manovra. Problema: i primi tre episodio di “Suburban Screams” NON sono diretti da John Carpenter, lo è solo l’ultimo, sarebbe bastato leggere i titoli di coda quindi dopo questa storia (vera) di grande professionismo io ve lo dico, state per leggere il primo parere vero in italiano sulla serie, scritto da qualcuno (io) che non ha preso un centesimo per farlo e che soprattutto, la serie l’ha vista davvero.

Questa Bara è fondata sul Maestro, uno che si tiene la salma di Nosferatu nel soggiorno di casa può solo essere un’icona.

L’altra sera il Maestro John Carpenter era ospite al Late Show di Stephen Colbert, una delle gag messa su dal presentatore era più o meno questa: John, tu sai come finisce per davvero La Cosa no? Ok senza fare rivelazioni o spiegare, nel film, ci sono indizi sul finale come lo hai pensato tu? Risposta del Maestro, che per l’occasione si è anche vestito a modino: la spiegazione esiste, tu pensaci, poi se mi mandi un assegno io te la confermo o meno. Bordata di risate dal pubblico (storia vera).

«…’Azzo ridi? Io il mio assegno lo voglio»

La prendo alla larga, perché so che questo post verrà letto anche dai Carpenteriani, fetta di popolazione strana, posso dirlo perché ne faccio fieramente parte, quindi vi ricordo la politica del Maestro: viene annunciato un remake di un suo film? Lui fa spallucce, in qualche caso anche gli auguri, quando poi provano a coinvolgerlo se gli staccano un assegno lui fa il tifo per il progetto, lo supporta, magari gli compone anche la colonna sonora (in cambio di un altro assegno), l’unico modo per fargli pronunciare qualcosa contro un progetto è pestargli i calli a livello personale (come ha fatto Rob Zombie) oppure non staccargli un assegno. Iniziate a vedere un disegno in tutto questo?

Che Carpenter sia cresciuto nel mito di Alfred Hitchcock lo sanno tutti, dopo una carriera dove Giovanni ha regalato quintali di iconografia alla settima arte e alla cultura popolare, per la sua felice pensione ha optato per una strategia stile vecchia Rock Star (cosa che il Maestro è sempre stato, anche prima di mettere su una carriera musicale a tempo pieno), monetizzando sul fatto di essere un’icona, proprio come zio Hitch, ai suoi tempi volto e presentatore della classica “Alfred Hitchcock presenta”, modello che Carpenter ha replicato anche con la sua “John Carpenter’s Tales for Halloween night” oppure “Tales of science fiction” o ancora “Asylum”, storie a fumetti in cui Carpenter non fa NIENTE (a differenza del suo fumetto sceneggiato su Joker), ma applica il suo celebre genitivo sassone ad una serie di prodotti pubblicati dalla Storm King Comics, casa di produzione fondata dalla moglie dal Maestro ovvero Sandy King, che guarda caso è la stessa che ha messo su, insieme a Peacock, un altro utilizzo del celebre genitivo sassone, ovvero i sei episodi che compongono la prima stagione di “Suburban Screams”. Io ci sto girando attorno amici Carpenteriani eh? Non so se lo avete notato. 

La prova che il Maestro è attivissimo, solo non c’ha più cazzi di fare film, alla faccia delle vane speranze dei suoi fan.

“Suburban Screams” va detto, ha un titolo fighissimo, ma di base è una serie di tipo “True crime” identica a mille altre, avete presente il formato no? Attori e attrici che interpretano i “veri” sopravvissuti di vere storie criminali mentre il loro racconto in prima persona, viene intervallato da ricostruzioni dei fatti (veri eh?) interpretati da altri attori. I nostri palinsesti ne sono pieni, quelli americani anche di più e a dirla tutta, non è nemmeno la prima volta che un grande regista di genere si è cimentato con questo formato, un altro John che stimo molto, ovvero Waters, narratore e presentatore della sua “Finché morte non ci separi” (2007). La differenza? John Waters si è sempre dichiarato un fanatico del formato, Carpenter mai.

Va detto che “Suburban Screams” risulta essere un po’ più grafica nella violenza mostrata, un po’ più della media di qualunque altra serie “True crime” analoga, ma va detto, non si tratta di un formato che Carpenter ha inventato o rivoluzionato, “Suburban Screams” rispetto alla concorrenza non ha nessuna novità, se non il fatto di poter contare su John Carpenter, che ci ha messo il suo genitivo sassone, che legge le due righe da narratore che introducono ogni episodio (sempre le stesse), ci ha messo la colonna sonora composta con il figlio Cody, poi ad un certo punto, qualcuno deve aver preso coraggio chiedendogli se voleva anche dirigere un episodio (in cambio di un assegno eh?) e il Maestro ha accettato, però alle sue condizioni. 

I registi americani dirigono con il berretto (anche dal soggiorno di casa)

Ormai lo sapete perché sono anni che Carpenter lo dichiara ai quattro venti, dopo una vita passata a combattere per trovare fondi e poter fare i propri film, il nostro non c’ha più cazzi degli scazzi, gestire un set? Ma siete scemi?! Ci sono tanti videogiochi con cui giocare ed è appena ricominciata la nuova stagione NBA, troppo da fare sul divano e ve lo dico, io lo capisco perfettamente. Nessuno gli offrirà mai la possibilità di girare un film un paio d’ore la mattina, magari dietro casa, per poi avere la giornata libera, oppure no? Perché la parte più divertente di “Suburban Screams” sono i nutriti dietro le quinte in cui Carpenter, dal soggiorno di casa sua, usando Zoom ha dato indicazioni da remoto al cast di attori sul set a Praga, dirigendo dal divano di casa sua (STORIA VERA). 

John Carpenter padre nobile dello smart working! 

Non è l’espressione giusta, ma visto che in uno strambo Paese a forma di scarpa ormai lavorare da casa si chiama “Smart working” (usando la lingua ufficiale italiana, l’inglese usato a caso) allora possiamo dirlo, dopo aver dato un fondamentale contributo al Cinema e alla cultura popolare, Giovanni Carpentiere è diventato il padre nobile dei lavoratori ibridi! 

Ed ora mi rivolgo a voi, fratelli e sorelle Carpenteriani, voi che ad ogni nuovo fumetto annunciato dal Maestro avete detto: fotte sega! Io voglio un film! A voi, che ad ogni nuovo disco avete detto: Fotte sega! Io voglio un film! Voi, che ad ogni “trollata” perpetuata da Carpenter ai giornalisti gonzi sempre pronti a fargli domande idiote avete invocato una nuova regia, specialmente quando avete sentito parlare Carpenter del videogioco “Dead Space”. Avete invocato la sua regia per un eventuale adattamento? Parlo a voi: fate attenzione a quello che desiderate. 

Secondo voi dirigendo dal divano di casa una formula trita e ritrita, potrà davvero venire fuori qualcosa all’altezza del nome di John Carpenter? Una cosa è metterci il genitivo sassone e le musiche, ben altro paio di maniche avere un regista a cui frega davvero qualcosa di tutto questo, quando è chiaro che ricevere un assegno per stare sul divano di casa a sparare un paio di “Action!” e “Cut!” a chi non piacerebbe? A Carpenter, padre nobile dello “Smart working”, di sicuro. 

Ora lavora un po’, poi tornerà a fare cose davvero importanti, come i videogiochi e l’NBA ma sempre senza cambiare poltrona.

Il primo episodio di “Suburban Screams” si gioca ragazzi che usano una tavola Ouija, ed io già avevo un po’ voglia di spegnere, quando poi mi sono trovato davanti delle serie impilate proprio come in Poltergeist ho pensato che con queste storie vere (ma vere vere eh?) non sarei mai arrivato alla fine, ovvero all’unico episodio diretto da Carpenter, anche se i miei esimi non-colleghi (loro pagati, io no) hanno attribuito al Maestro la regia di tutto. 

Nella cinquina di episodi che non ci interessano, anche uno che inizia quasi con un tocco da Western ma scade presto in noia, mentre il tipo ucciso a colpi di frecce non la smette di smonologare, giusto per farvi capire il taglio televisivo – nel senso peggiore del termine – di tutta la serie. Vi piacciono i “True Crime”? Buona visione, questo è uno dei tanti, forse un filo più crudo degli altri, ma siccome la materia di questa Bara non sono i “True Crime” ma John Carpenter sì, per il Maestro questo ed altro! 

Un’immagine all’episodio 1×04 (NON diretto da Carpenter, lo scrivo per i “colleghi” professionali e stipendiati)

La puntata conclusiva della prima (probabilmente, auguri e lunga vita!) stagione di “Suburban Screams” si intitola “Phone stalker” la storia vera, ma vera vera eh? Di una donna di nome Beth Spierer tormentata da telefonate a tutte le ore del giorno e della notte da parte di un “ammiratore”, sicuramente smanettone (non in quel senso, oddio forse però si) che vorrebbe staccarle la testa e tra vocine, meme sanguinolenti e messaggi ad ogni ora, trasforma la vita della donna in un incubo. 

La vera attrice che interpreta la parte della era Beth, non come l’altra vera attrice che interpreta la Beth delle ricostruzioni eh?

Iniziamo dai lati positivi, non sono molti ma iniziamo da quelli, a voler cercare della continuità, lo spunto di partenza è lo stesso identico spiccato uguale di Pericolo in agguato, film televisivo del Maestro del 1978, una delle chicche della filmografia di Carpenter, qui aggiornato alla tecnologia del 2023, anche se poi qualitativamente tra le due messe in scena, un abisso in favore del più datato dei due titoli. 

In un paio di momenti, non manca nemmeno uno dei tocchi classici di Carpenter, l’ombra del maniaco che passa dietro, velocemente, visto solo da noi spettatori ma non dalla “Final girl” di turno voltata di spalle. Lo avete visto in tutti gli horror del Maestro, lo trovate anche qui, ed ora, la parte difficile del mio lavoro, perché un Carpenteriano vero si vede in momenti come questo. 

Ed è qui che si vede la vera fedeltà all’operato del Maestro, ed io sarò SEMPRE in missione per conto di Giovanni Carpentiere.

I passaggi di “Phone stalker” in cui è chiaro che sia stato diretto da Carpenter dal divano di casa sua sono tanti, ad un certo punto per farci capire che Beth, ormai il suo persecutore se lo sogna anche ad occhi aperti, arriva la classica scena del sogno, dell’illusione ad occhi aperti in cui spunta l’assassino, “ammazza” male la protagonista per suscitare lo shock nel pubblico, salvo poi risolversi tutto con un nulla di fatto. Tutto bene, tutto giusto, se non per il fatto che nella coltellata alla gola il montaggio grossolano si sofferma troppo sullo schizzo alto un metro di sangue (ben poco Carpenteriano, visto che lui del sangue per spaventare, spesso poteva fare anche a meno), quel tanto che basta per farci notare fin troppo la scarsa qualità degli effetti speciali, ma da qui in poi va anche peggio. 

Il Maestro, così avanti che aveva già diretto questo episodio, però meglio nel 1978.

Uno dei momenti di massimo pathos di “Phone stalker” è costruito attorno ad un crescendo, Beth sul posto di lavoro di notte, con un’ombra minacciosa alle spalle, tasselli che si aggiungono uno sull’altro per raggiungere il momento, più alto, quello in cui come spettatori capiamo che il persecutore è salito di livello nella sua ossessione. Beth si rifugia in auto, riceve una foto del volante della sua macchina, scattato dall’interno della sua automobile, solo che quando allarga la foto sullo schermo del suo smartphone cosa spunta? Un animaletto ammazzato? Un arto mozzato? La testa della nipotina di Beth? No un cazzo, e non nel senso che non si vede niente, ma si vede proprio un cazzo. Immaginatevi l’apice della lunga scena di tensione che culmina con un pipo che spunta. Ed io me lo immagino Carpenter, sul divano di casa sua, pagato, stipendiato, che come direbbero i giovani “trolla” tutti chiudendo la scena così, con un cazzo in bella vista in prima serata su PeaCOCK. Quasi me lo vedo il Maestro che se la ride, tanto che gli frega, può stare a casa? Lo pagano? Fine, ha raggiunto il suo obbiettivo. Eroe! 

“Suburban Screams” è la prima regia di John Carpenter tredici anni dopo The Ward, la prova che al Maestro di dirigere, lontano dal suo divano, non ha più nessuna voglia, quindi a tutti i Carpenteriani che invocano una sua nuova regia ogni volta che il nostro firma un fumetto, una colonna sonora o dimostra il suo apprezzamento con un commento su un videogioco, allora chiedetevi questo: che film può venire fuori lavorando dal divano di casa propria? Secondo me anche ottimo, ma secondo voi Carpenter ha davvero voglia di prendersi questo accollo? Siate intellettualmente onesti, non fate i fanboy e le fangirl. 

«Vi ho dato l’indirizzo? Bene mandate l’assegno, mi trovate qui. Sul divano»

No, la risposta è no, quando dice “iovoglio solo giocare con i videogiochi”, quello è il suo manifesto programmatico, se riesce a farlo da stipendiato meglio e sapete che vi dico? Fa bene, fa benissimo! Non ha più niente da dimostrare a nessuno, ai tempi i suoi film non hanno incassato abbastanza, non cifre pari al loro effettivo valore, quindi il nostro Giovanni Carpentiere fa solo bene a monetizzare in diretta dal suo “Bueno retiro”, come quello che è sempre stato, una Rock Star, che dal divano di casa sua se la spassa, NBA, videogiochi, giornalisti da perculare e a volte anche qualche Carpenteriano, va detto. Anche perché il nostro è stato chiarissimo, quando gli danno del Maestro lui risponde: «Tutto molto bello. Scusate, vado a mangiarmi un ghiacciolo. Non sono un Maestro di nulla. Io voglio soltanto giocare ai videogiochi e guardare le partite di basket. Sono le uniche cose che mi interessano. Ho fatto una serie. Se non vi piace, andatevene a quel paese. Se vi piace, anche a me piacete voi. Ecco tutto» (fonte).

Ed ora che ho aggiunto un nuovo capitolo, vi ricordo lo speciale dedicato al Maestro e vi avviso, non ho finito, presto ne arriverà un altro!

Sepolto in precedenza mercoledì 1 novembre 2023

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  1. “che tipo” è l’unico commento su Carpenter che abbia senso a questo punto della sua carriera!

    • Vale sempre la frase di Jamie Lee Curtis su di lui: «Gli voglio bene, gli devo la mia carriera, ma è un tipo strano, non lo vorrei veder girovagare troppo vicino ai miei figli» (storia vera) 😉 Cheers

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