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John Carpenter’s Toxic Commando (2026): un altro assegno per il Maestro

Quinto Moro ha provato per noi la demo del videogioco che sfoggia il nome del Maestro in copertina. Riuscirà a trasformare qualche cinefilo in videogiocatore, e viceversa?

Mi tocca l’ingrato compito di commentare una cosa chiamata “John Carpenter’s Toxic Commando”, un videogioco sparatutto in prima persona. Ne parliamo per completismo verso Carpenter, ma ci sarebbe poco da dire vista l’invidiabile onestà del Maestro che a domanda diretta sul suo coinvolgimento nel progetto ha risposto: “io tendo la mano e arriva un assegno”. Dita sulle labbra, microfono a terra e fine della discussione.

A me però piace sparare alle cose, e avendo fatto voto di dedicare l’equivalente di ore che mi costerebbero le serie tv in ore dedicate a sparatorie ed esplosioni, un’occhiata al gioco non potevo non darla.

Sia chiaro: questa non è una recensione, ho provato soltanto la demo per farmi un’idea, e sprecato altri preziosi istanti di vita a guardare i gameplay per vedere se questa roba poi migliorava. Spoiler: non migliora.

Almeno il colpo d’occhio non è affatto male

“John Carpenter’s Toxic Commando” è uno sparatutto ignorante, cooperativo fino a quattro giocatori, con esplosioni ed ettolitri di sangue e frattaglie a schermo. Insomma, il mio genere, eppure nelle due ore che gli ho dedicato, mi sono annoiato come mai in vita mia. Certo, non si giudica un titolo dalle prime due missioni, ma è sufficiente per catturarne l’essenza. Compito di una demo sarebbe invogliarti a comprare il gioco, missione fallita per quanto mi riguarda.

L’apocalisse zombi è stata proposta in mille salse nel mondo ludico, “Toxic Commando” è l’ennesimo epigono della formula “Left 4 dead”, riproposta un’infinità di volte dai vari Back 4 blood, Killing floor, World War Z: tutti titoli che ho giocato negli anni con gli amici, apprezzandone la formula basilare e la caciara, con pregi e difetti. Il fatto è che “Toxic” ripropone la formula senza fare niente per innovarla o distinguersi. Solita formula cooperativa per quattro giocatori (giocarlo in single player è la noia assoluta), con le solite armi, persino gli stessi nemici: orde di zombi corridori, esplosivi, i grossi e cattivi tank spugne da proiettili. Percorri una mappa, raccogli risorse, sopravvivi alla caciara finale per portare a casa la pellaccia e una manciata di risorse per potenziare/modificare il tuo personaggio in un loop infinito.

Il problema non è nemmeno che la formula sia già vista, è quanto poco viene fatto per darle nuova linfa. L’unico elemento distintivo di “Toxic Commando” è la presenza dei veicoli, necessaria per procedere lungo le mappe e superare determinate zone. Tutto il resto è la fiera del già visto, con un vestitino nuovo, e nessun motivo di interesse a meno di essere fisicamente assuefatti a questo concept.

Un’apparizione della Cosa da un altro mondo, fra tante cose da un altro gioco

Carpenter viene citato spesso nei videogiochi, anche in quelli che più insospettabili. A questo giro i furbacchioni di Saber Interactive, seguendo l’esempio di Suburban Screams, hanno pensato di brandizzare nuovamente il nome del Maestro. Carpenter è accreditato come compositore della colonna sonora, ma finisce qui.

Viene da chiedersi quali e quanti film del Maestro abbiano visto i ragazzi di Saber. La trama è risibile: uno scienziato scava troppo a fondo e una creatura aliena esce dal sottosuolo, infestando un vasto territorio. Lo scienziato ingaggia quattro mercenari per fare cose, che verranno però infettati dalla suddetta piaga aliena che dona loro dei superpoteri (sigh!), con cui combattere orde di zombi.

C’è niente di carpenteriano in tutto questo? Ovviamente no. Come non c’è nell’estetica, nell’atmosfera né in scelte di design o di gameplay. Non c’è la volontà di dare quel po’ di fan service che sarebbe lecito aspettarsi da un titolo che porta il nome di Carpenter. Che so: il caposquadra con la benda sull’occhio, poter guidare un camion alla Jack Burton invece di un banale suv, una tipa di colore che somigli a Pam Grier, lo scienziato asiatico misterioso alla Victor Wong. O idee di gameplay ispirate a una qualunque opera di Carpenter, che so, avamposti con sopravvissuti che potrebbero essere infetti, e puoi riconoscerli solo con degli occhiali speciali. O i tentacoli che ricoprono la mappa da scacciare solo a colpi di lanciafiamme. Magari zone di nebbia verde assassina da cui fuggire. O una IA che minacci di nuclearizzare il pianeta se non viene disinfestato in tempo sparando da satelliti Dark Star… Insomma, il minimo sindacale carpenteriano, ci voleva tanto? Non c’è nessuna voglia di omaggiare Carpenter, nemmeno in modo banale.

E niente, qui stavo sbadigliando

Il titolo è prodotto da Saber Interactive, gente che ha una certa esperienza con gli sparatutto, e che aveva già prodotto il gioco di “World War Z” (2019), riuscendo ad azzeccare quei due o tre elementi per svecchiare la formula. Il problema è che a questo giro l’azione è puro chiasso, e non mi ha fatto venir voglia di trascinare il mio piccolo commando di amici per sparare tutti insieme allegramente.

L’unica cosa che mi ha ben impressionato è la costruzione della mappa di gioco. Anche il feedback delle armi non sarebbe male, se sparare a questi zombi fosse divertente, cosa che non è, anche a causa di una limitazione tecnica (di certo verrà risolta in seguito, ma ridicola al lancio), come il campo visivo ridotto e non regolabile.

L’idea è che possa piacere a un pubblico che non ha mai giocato a nessuno dei titoli da cui copia, o che sia del tutto assuefatto al massacro di orde zombi. Di sicuro John Carpenter non c’azzecca nulla con questa roba. È puro marketing, l’esca con cui scucire soldi ad una fetta di pubblico riproponendo qualcosa di già visto e senz’anima.

Ringraziamo Quinto Moro per le due ore di vita che ha buttato su questo titolo e che avrebbe potuto usare per giocare a Doom o riordinare il cassetto dei calzini. In ringraziamento del sacrificio vi invito a scoprire i suoi racconti cliccando QUI. Invece per tutto e il contrario di tutto su John Carpenter vi ricordo la monografia della Bara Volante.

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