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John Wick 3 – Parabellum (2019): si WICK pacem…

Da vecchio lettore di fumetti, penso sia abbastanza normale ritrovarsi a fantasticare su trame che ci piacerebbe leggere, ad esempio ho sempre sognato una storia del Punitore intitolata “Punisher: Parabellum” perché… Beh, mi è sempre sembrato un titolo fighissimo (storia vera). Potete immaginare la mia gioia davanti al terzo capitolo delle avventure di John Wick.

Credo ci siano stati pochi titoli recenti capaci di diventare un culto istantaneo com’è accaduto a John “Tu mi ammazzi il cane, io ammazzo te” Wick, il secondo capitolo mi era piaciuto molto, anche se era azzoppato da un secondo atto in cui a volare, più che le pallottole o le mazzate, erano le parole, tante parole… Troppe parole! Ma spazziamo via ogni dubbio subito: “John Wick 3 – Parabellum” ha gli stessi difetti del secondo capitolo, però migliorati. Questa lo so, mi rendo conto che richieda un minimo di spiegazione.

John Wick 2 aveva una grande scena iniziale, poi ti faceva cascare a terra le viti che tengono insieme il volto, con una porzione infinita di pellicola dedicata a Riccardo Scamarcio che riusciva a tenere il naso fuori dall’acqua, restando a galla nel suo ruolo, grazie al fatto di essere un Italiano che interpretava (il cliché di) un Italiano e da una Claudia Gerini che… No, niente, la Gerini quando si parla di recitare va sotto bevendo dall’idrante, non stiamo qui a raccontarcela.

Dopo gli attori cani del secondo capitolo, sicuramente meglio i cani attori.

Il tutto per mettere su un finale in cui il legnoso, ma motivato Keanu Reeves, ripeteva ossessivamente la stessa mossa da forze speciali che aveva imparato (due-colpi-al-petto-uno-alla-fronte), prima di un finale visivamente spettacolare che, tutto sommato, teneva su la giostra e ti faceva venire voglia di un terzo capitolo SUBITO. Anche perché prometteva davvero che questa volta John, avrebbe dovuto prepararsi alla guerra. Così faccio vedere che due parole in latino le conosco anche io che sono un cane, tanto per stare in tema con il film.

“John Wick: Chapter 3 – Parabellum” inizia un minuto dopo la fine del film precedente e state pure sicuri che se gli incassi lo concederanno – e per ora così pare – anche il quarto capitolo utilizzerà lo stesso trucco quasi da serie televisiva. La struttura del capitolo precedente è riproposta in maniera identica, seguendo la regola aurea dei seguiti: uguale, ma più grande! Anzi, in questo caso, uguale, più grande e migliorato. L’ufficio reclami del regista Chad Stahelski funziona alla grande bisogna dirlo.

Spacca vetrata…
…Lancia coltello. Cento volte poi ripeti.

Il modo in cui la saga di “John Wick” è esplosa mi ha fatto pensare ad un paragone ardito con un’altra saga “nominativa” molto celebre, quella di Mad Max: entrambe sono iniziate con un piccolo film diventato subito di culto, hanno proseguito con un secondo che allargava il mondo del protagonista (anche se John Wick 2 per qualità, un film come Road Warrior non lo vede nemmeno con il binocolo) per arrivare ad un terzo capitolo tutto matto in cui ormai non si fa più nemmeno finta di cercare il realismo, ma si punta tutto sul perdersi in quel mondo immaginario creato dal secondo capitolo. Ed ora che ci penso: sia Wick che Mad Max hanno un cane, sarà per quello che ho fatto questa bizzarra associazione mentale?

I primi venti minuti di questo “Parabellum” sono una meraviglia, no sul serio, sembra di trovarsi davanti ad un film occidentale che potrebbe quasi sedersi allo stesso tavolo (quello dei migliori) con i grandi film di arti marziali orientali, non vorrei sembrare esagerato, ma davanti a tanta determinazione e passione per i film “di menare” viene voglia di applaudire forte tutte le persone coinvolte nella produzione del film.

La trama del film, riassunta nella locandina (di sicuro la campagna pubblicitaria è stata onesta)

Per sfuggire dagli assassini della “Gran Tavola” pronti a raccogliere la taglia sulla sua testa, John Wick sfrutta quasi in tempo reale gli ultimi minuti prima della scomunica che lo renderà il nemico pubblico numero uno. Fin dalla prima scena è chiaro che Chad Stahelski abbia utilizzato tutta la sua lunga esperienza come stuntman per correggere gli errori del film precedente e Keanu Reeves, bontà sua, malgrado sia il solito pezzo di legno scolpito dalla Foppapedretti ci mette una volontà e una voglia di mettersi in gioco che a 55 anni è comunque ammirevole. Nei primi minuti del film sfoggia una varietà di mosse e colpi che credo, non abbia mai utilizzato in tutta la sua carriera, abbastanza da far dimenticare l’ossessiva ripetizione due-colpi-al-petto-uno-alla-fronte, del film precedente.

In cerca d’aiuto per contrattaccare e in corsa contro il tempo e i nemici, John Wick si ritrova prima in una biblioteca a fare un uso dei libri un po’ meno canonico di quello classico, tipo cercare di infilarne uno giù per la gola dell’enorme sgherro che gli hanno mandato contro… E quando dico enorme, intento proprio gigantesco, visto che parliamo dei 222 centimetri di quel mito vivente che risponde al nome di Boban Marjanović!

Non è la prospettiva che inganna, non è photoshop, è Bobi Marjanović!

…Vi lascio due minuti per immaginare il vostro amichevole Cassidy di quartiere che in uno dei suoi film più attesi, si trova l’attuale centro dei Philadelphia 76ers nella NBA. Lasciatemi l’icona aperta su “Bobi” che più avanti ci torniamo.

L’unica mossa ripetitiva eseguita da Reeves questa volta è “Spacco vetrata, lancio coltello” che, però, si traduce in una scena di combattimento a breve distanza molto riuscita, seguita subito da una lotta in una scuderia, una fuga a cavallo e in un inseguimento equino VS motociclette che con un minimo – e non invasivo – utilizzo di CGI risulta il migliore degli inizi possibile, dopodiché la fotocopia della struttura del secondo capitolo, interviene e richiede il suo tributo di sangue.

Ho sentito qualcuno dire “True Lies” per caso? Ah no mi sembrava.

In cerca di alleati, John Wick torna dove per lui tutto è iniziato, nei panni di una matrona russa che potrebbe essere stata la sua prima maestra nelle arti dell’omicidio (e questo spiegherebbe il suo soprannome, Baba Jaga direttamente dalla mitologia russa) troviamo la mitica Anjelica Huston. Ed è qui che “Parabellum” non ci prova nemmeno a sistemare le regole del mondo create nel primi due film, semplicemente si affida ad attori miglior di Scamarcio e della Gerini, bombardandoti allo stesso modo di spiegoni pallosissimi.

«Abbiamo un accordo, dammi la mano», «Basta battute su la famiglia Addams, l’ho fatto quasi trent’anni fa quel film»

Mettete in preventivo il solito passaggio di amuleti usati per reclamare vecchi favori, ma soprattutto un infinito ciarlare di questa stramaledetta “Grande Tavola” e di tutta la mitologia, vasta e non meglio decriptata che le ruota attorno. Ecco perché il personaggio della Giudicatrice (Asia Kate Dillon, seconda attrice proveniente da Orange che compare in John Wick) vi ucciderà con il suo continuo: “Le regole della Grande Tavola sono e BLA BLA BLA”, questa è sopra la Tavola, tu sei sotto la Tavola, sopra la Tavola la capra campa, sotto la Tavola la carpa crepa e via così per un tempo fin troppo esagerato.

Volete sapere la mia? Correte a vedervi “John Wick 3 – Parabellum” perché è una figata, dopo i primi venti minuti uscite, state al bar a bervi quello che preferite, se siete fumatori vi fate una bella fumata, poi tornate più o meno dopo cinquanta minuti dall’inizio del film, giusto in tempo per l’entrata in scena di Sofia, il personaggio interpretato da Halle Berry che potremmo riassumere così: Halle tutta inviperita che entra nell’ufficio del suo manager, sbatte fortissimo sul tavolo una copia del Blu-ray di Atomica Bionda sul tavolo e si mette ad urlare «Perché Charlize sì ed io no? Voglio un ruolo così… SUBITO!».

Atomica Bionda Berry remake del celebre “Quattro bassotti cazzotti per un danese”

Halle Berry e i suoi due Malinois sono talmente azzeccati, che è quasi un peccato vederli sullo schermo così poco. Nel mondo immaginario di “John Wick” tutti gli assassini hanno il loro amico a quattro zampe, quindi dopo una scena d’introduzione al personaggio parlata (tanto per cambiare) e un’altra in cui ci ricordano che la regola di questa saga è sempre la stessa (chi tocca il giallo cane muore) con Jerome “Bronn” Flynn protagonista (segnate due anche per gli attori provenienti da Giocotrono in questa saga) Sofia e John Wick ci regalano una sparatoria diretta e coreografata come le scene d’azione dovrebbero sempre essere e dove – pensate – le armi vengono persino ricaricate!

Non so se ho apprezzato di più quella specie di “Stallo alla Messicana” con ricarica al volo delle automatiche, oppure i Malinois volanti di Halle Berry, sì, perché nell’articolata coreografia della scena, vedere anche i due cagnoni zompare da una parte all’altra mordendo i cattivoni è uno spettacolo. Mi ha fatto molto ridere il fatto che il comando usato da Sofia per far attaccare i due cani, sia un verso del tipo «AHIA» che forse è quello che dicono le persone quando se li trovano attaccati ad un braccio.

Lo voglio anche io il Malinois volante! (“AHIA!” è da aggiungere alla fine della gif)

Tra le trovate riuscite del film, mettete pure una piccola dose di umorismo (nero) del tutto non urticante che contribuisce bene a sottolineare quando il film non abbia nessuna volontà di realismo, l’estetica la fa da padrona, grazie alla fotografia curatissima di Dan Laustsen e alla scenografie ricercate di Kevin Kavanaugh. Questo fumettone – nel senso migliore del termine – di realistico ha solo il modo in cui le scene d’azione sono state girate e dirette, per il resto rende il mondo dei protagonisti più posticcio pescando a piene mani da tutti i film “giusti”, in un citazionismo abbondante, ma mai lanciato in faccia al pubblico, se non forse in una singola scena in cui Keanu Reeves si cita addosso, perché quando Ian McShane gli chiede di cos’ha bisogno, sai già che la strizzatona d’occhio a Matrix non può tardare ad arrivare («Armi. Tante armi»).

“Tante così basteranno Keanu?”, “Si, per i primi dieci minuti”

“Parabellum” è un continuo omaggio a qualche altro film, per fortuna questa valanga di citazioni è gestita piuttosto bene da non prendere mai il sopravvento sulla storia… Oddio la storia… Su quello che John Wick deve fare, mi sento più a mio agio ad usare questa espressione.

Ci sono richieste di sacrificio che sembrano uscite da un film di Takeshi Kitano, una deviazione nel deserto che trattandosi di omaggio cinematografico, non può che essere quello che si trova poco distante da “Casablanca” (1942). Abbiamo bisogno di qualcuno che idealmente ricopra il ruolo di Sharīf salvatore di “Lawrence d’Arabia” (1962)? Rivolgiamoci a Saïd Taghmaoui che tanto ormai è specializzato in ruoli da generico nord-africano nei film americani.

Come mi sento, quando il mio cane vuole uscire per la passeggiata in pieno agosto, alle due del pomeriggio.

Ma vogliamo farci mancare qualche omaggio a Sergio Leone? Le scottature da deserto sono – in misura molto minore – quelle di Clint Eastwood in “Il buono, il brutto, il cattivo” (1966) e dallo stesso capolavoro anche la scena di Tuco che smonta e rimonta un revolver per personalizzarlo alla sua maniera. Ecco, messa giù così potrebbe togliervi qualche entusiasmo, ma vi assicuro che è un tipo di citazionismo che, per fortuna, resta abbastanza sullo sfondo, anche se, a dirla tutta, se dovessi fare io una segnalazione all’ufficio reclami di Chad Stahelski, suggerirei di limare la parte “Bla Bla Bla” del film e puntare solo sulle scene d’azione, seguendo le immortali parole proprio di Tuco: «Quando si spara si spara, non si parla» (cit.).

“John Wick 3 – Parabellum” funziona perché è piuttosto sincero nel suo voler si sfruttare, ma anche rendere omaggio ai film a cui fa riferimento, come modelli da imitare. Ecco perché il “Boss finale” è impersonato da un Mark Dacascos – un eroe dei palinsesti di Italia 1 degli anni ’90 – che avrà pure perso i capelli, ma di sicuro non il carisma e il talento e due dei suoi sgherri arrivano direttamente dal cinema d’azione dal luogo più caldo del mondo per quello che riguarda i film di arti marziali al momento, ovvero l’Indonesia di The Raid.

Mark Dacascos perde il pelo, ma non il vizio (di menare).

Sì, perché nella sua scalata allo scontro con Dacascos, John Wick prima deve vedersela con Cecep Arif Rahman e Yayan “Mad Dog” Ruhian, così bravi da non far notare quanto si stiano trattenendo per lasciare che Keanu Reeves possa far finta di stare al loro passo. Sì, ho detto scalare, perché “Parabellum” è John Wick 2 con dei miglioramenti, quindi se il secondo capitolo omaggiava il finale di “I tre dell’operazione drago” (e “la signora di Shangai”) qui si punta al bersaglio grosso e John Wick deve rifare la salita di Game of death, con un talento marziale da sconfiggere ad ogni piano.

“Fate piano raga, io non sono il Maestro Bruce Lee!”

Questo spiegherebbe la presenza di Boban “Bobi” Marjanović nel film, anche se non hanno voluto giocarselo come “Boss finale” come faceva nel 1973 Kareem Abdul-Jabbar, ma nel rispetto della tradizione ci voleva un giocatore NBA nel film e, a livello di culto personale, “Bobi” è la scelta migliore possibile, anche se Kareem resterà per sempre imprendibile. Così con questa posso dichiarare chiusa quell’icona su Marjanović di cui vi ero debitore.

Difetti? Il fatto che il film sia fortemente derivativo va messo in conto ed anche che il finale lasci non la porta, ma un portone aperto per un quarto capitolo potrebbe far storcere qualche naso. Ma per quanto mi riguarda l’unico problema che spero di vedere eliminato in un eventuale “John Wick 4” è davvero solo quel tedioso secondo atto troppo parlato. Chad Stahelski e Keanu Reeves qui hanno perso l’occasione di fare un film alla “The Raid”, con solo azione al servizio di una storia che andava riassunta in una sola frase: “John Wick contro tutti” per 130 minuti. Esattamente come il film di Gareth Evans era un “Iko Uwais contro tutti” per 101 minuti. Fate sparire quella mezz’ora di chiacchiere inutili e saremmo tutti contenti!

«Vi avevo detto di fare piano, ho una certa età ormai»

Alla fine trovo piuttosto ammirevole il fatto che Keanu Reeves si metta al servizio del film in questo modo, certo è un ciocco di legno che ripete movimenti che ha imparato poco prima di girare la scena, ma il suo miglioramento coincide con quello di Chad Stahelski e di questa saga che in una manciata di anni è diventata di culto. Chiaro come il sole che tra le aspirazioni di “John Wick 3” e i fatti di “The Raid” intercorra più o meno la stessa differenza che c’è tra Boban Marjanović (gigante buono, giocatore solidissimo e personaggio di culto) e Kareem Abdul-Jabbar (essere umano più unico che raro e solo uno dei più grandi giocatori della storia), ma già il fatto che il cinema d’azione occidentale si muova in quella direzione è notevole.

Anche perché al momento, i due compari Chad Stahelski e David Leitch – a breve in arrivo con “Hobbs & Shaw” lo spin-off di Fast & Furious con The Rock e Jason Statham – sono gli unici che riescono ad avere soldi, attori e mezzi per sfornare film d’azione che per altro, incassano anche. Il sassolino lanciato con il primo John Wick sta prendendo seriamente la forma di una discreta slavina, nel dubbio voglio “John Wick 4”… SUBITO! Si vis Wick pacem, para bellum.

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