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Jojo Rabbit (2020): Nazisti… Io la odio questa gente (ma voglio bene a Taika Waititi)

Vi ricordate di Taika Waititi? Quello che tanti di voi odiano per aver diretto Ragnarok, ma che dovreste amare per aver diretto uno dei più geniali film sui Vampiri e… Beh, anche per l’unico film su Thor che ha davvero qualcosa da dire (tiè!).

“Jojo Rabbit”, molto liberamente ispirato al romanzo “Il cielo in gabbia” (2004) di Christine Leunens, era un progetto nella testa dell’attore e regista neozelandese da ben prima di What we do in the shadows, ma per portare al cinema una storia così era necessaria una certa affermazione e la libertà creativa che solo il successo di un parco a tema film della Marvel può darti, perché con buona pace di zio Martino Scorsese, Waititi è uno dei pochi che, fino a questo momento, è riuscito a fare il suo cinema, anche lavorando per i tizi della grande “M” rossa.

Waititi ha il suo modo di rispondere alle polemiche (lo tiene a portata di mano).

Il problema, non di questo film, purtroppo, ma di tutti quanti
noi, è che viviamo in tempi veramente bizzarri, dove sembra che qualcuno (anche parecchio altolocato) possa permettersi di inneggiare impunito all’odio
verso il “diverso” e invece di essere preso a pernacchie e sputi, trova anche
un grande riscontro di pubblico. Assurdo, perché l’altra faccia della medaglia
è una società in cui ogni gesto, affermazione e comportamento social(e) viene
messo alla berlina dai difensori della morale, dei diritti, delle minoranze e soprattutto
dei bambini: un campo minato pieno di nostalgici del ventennio da una parte e
signore Lovejoy dall’altra.

In questa polveriera di “…ismi” Taika Waititi entra a gamba
tesa con un film che si presenta come una satira sul Nazismo, in cui per non
farsi mancare proprio niente, il regista ci mette proprio la faccia,
interpretando l’amico immaginario del protagonista Johannes “Jojo”
Betzler, un tale di nome Adolf Hitler. Boom! Polemica assicurata! Perché tanto
ormai se un film non genera qualche polemica in rete, non viene nemmeno preso
in considerazione per la distribuzione. Vi ho già parlato dei tempi bizzarri,
vero?

“Ognuno ha l’amico immaginario che si merita”, “A me proprio il Babau doveva toccare?”

Mi ero già espresso sulla questione, ma ci torno perché il
caso lo richiede: trovo ammirevole la capacità di quei pochi che possono
permettersi di utilizzare la più alta forma di verità (l’ironia) per parlare di
tutto, anche dei temi più caldi e, invece di beccarsi gli insulti, riescono a
portare a casa risate e approvazione, a patto, ovviamente, di usare questo potere
con tutta la responsabilità che da esso deriva. Ad oggi riconosco questa
capacità in serie come Big Mouth, nei lavori di Leo Ortolani, nei discorsi ai Golden
Globes di Ricky Gervais e… Beh, da oggi anche in Taika Waititi che con “Jojo Rabbit”
firma un film bello e quanto mai al passo con i tempi, quelli bizzarri
di cui sopra.

Però io “Il monello” di Charlie Chaplin lo ricordavo leggermente diverso.

Parliamoci chiaro: “Jojo Rabbit” ha un inizio micidiale,
super satirico che sembra strizzare l’occhio al cinema di Wes Anderson (anche per la trovata visiva delle “farfalle nello
stomaco), poi abbraccia un registro molto più canonico e classico di quanto la
sua premessa lascerebbe intendere. A volte si incarta un po’ nel ritmo, ma Taika
Waititi trova sempre il modo, grazie ad una battuta fulminante (ma che ridere
fa la gag sui cloni?), oppure ad un momento toccante e non melenso, di far
funzionare un film che viene voglia di consigliare a tutti e che risulta
memorabile, perché mai come ora la memoria è fondamentale.

“Lo vedi quel signore laggiù? Si chiama Roberto Benigni, dicevano lo stesso di lui nel 1997”

Ormai ripeto le cose allo sfinimento stile nonno Simpson, ma
perché sono vecchio convinto che i primi cinque minuti di un film siano fondamentali,
quelli di “Jojo Rabbit” sono al fulmicotone. Ognuno ha l’amico immaginario che
si sceglie, Jesse Custer aveva il Duca,
Woody Allen aveva “Bogie” e il piccolo Jojo (un bravissimo Roman Griffin Davis,
perché recita naturale come un bambino e non come uno strano adulto in miniatura)
che crede fermamente nelle dottrina del Führer, può contare sui consigli di Adolf
Hitler in persona e la scena della sfilza di “Heil Hitler” è tutta da ridere.

Sulle note di I want to hold your hand Komm gib mir
deine hand dei Beatles prima e di quella poesia sghemba che è “I don’t want to
grow Up” di Tom Waits, assistiamo alla routine del nostro Jojo presso il campo
di addestramento della gioventù hitleriana, un luogo da favola filtrato dal
punto di vista del giovane e indottrinato protagonista, dove, invece di consultare
il manuale delle giovani marmotte, si lanciano libri nel fuoco e si disegnano
identikit degli odiati ebrei.

“Quegli imbecilli, che marciano con il passo dell’oca come lei, dovrebbero leggerli i libri invece di bruciarli!” (Cit.)

Tutti i personaggi di “Jojo Rabbit” sono determinati dalla
loro aderenza (oppure distanza) dai principi di allineamento cari al Nazismo,
il più aderente alla dottrina è proprio Jojo, ma attorno a lui ruotano una serie
di personaggi tutti molto riusciti e affidati all’attore o all’attrice giusta
(persino Rebel Wilson per una volta funziona, praticamente un evento!), in
quello che è un romanzo di formazione tutto sommato molto classico, in cui i
dettagli contano e il confronto con il “diverso” alimenta la scintilla per il
cambiamento.

Esaurita presto la carica propulsiva (ma irresistibile) di
Adolf l’amico immaginario che nel corso del film compare sempre meno man mano che
Jojo diventa sempre meno allineato, il film si basa molto sull’incontro e lo
scontro (di vedute) con la giovane ebrea Elsa (un’impeccabile Thomasin McKenzie),
per assurdo questa che è la parte più importante della storia, è anche la
porzione di film in cui Taika Waititi, palesemente fuori dalla sua zona di
sicurezza cinematografica, zoppica un po’ di più a livello di ritmo, ma è
apprezzabile la volontà del regista di portare il suo cinema fuori dalla
commedia pura a cui ci ha abituato, provando altre strade e se riesce ad ottenere
così tanto dal suo cast, non è certo un caso, evidentemente essere diretti da
uno che è anche un attore (per di più così spigliato) piace parecchio agli
attori che rispondono “presente”. Oh! Questo è quello che ha fatto sembrare vivo
anche quell’armadio dell’Ikea di Chris Hemsworth, anche se odiate Ragnarok questo lo riconoscerete, no?

“Tu conosci quella cieca di Anna Frank?”, “Ti sembra il caso di citare film di Kevin Smith?”

Tutti i personaggi oltre ad essere molto ben recitati sono
scritti in punta di penna, mai appesantiti da troppe spiegazioni o
sovrastrutture, infatti vivono tutti di idee suggerite (ma molto chiare per il
pubblico) piuttosto che ribadite e sottolineate con il pennarellone a punta
grossa. Ad esempio, capiamo tutto quello che serve sapere sul Capitano K (un Sam
Rockwell in grande spolvero), dal modo in cui si sofferma un po’ troppo (per un
Nazista) a guardare il suo socio Alfie Allen, il Theon Greyjoy di Giocotrono.

Rockwell riesce ad essere trasandato anche in alta divisa.

Menzione speciale per Scarlett Johansson, attrice
sottovalutata e anche qui bravissima, nei panni di una mamma sola (niente
battute facili, please!) forse già vedova, alle prese con Jojo, un figlio indottrinato
dal Führer, da portare sulla retta via più con l’esempio e le buone maniere che
con le brutte («Niente politica a tavola, questa tavola è la Svizzera»), perché
a volte si ottiene di più con tempo e pazienza, a patto, ovviamente, di averne di
tempo a disposizione. Un po’ come se il Nazismo fosse una fase preadolescenziale
che un giorno verrà superata e dimenticata, gran modo di ridimensionare in modo
satirico, qualcosa di orribile e fin troppo radicato.

“Due complimenti da Cassidy nel giro di due settimane, oh yeah!”

Taika Waititi arriva in meta (è neozelandese, quello è il
LORO gioco) con una serie di momenti uno meglio dell’altro, qualche gag
spassosa (come il divertente Yorki e il suo bazooka che mi hanno fatto molto
ridere), oppure scene in cui ti ritrovi aggrappato ai braccioli della poltrona
(la perquisizione da parte della Gestapo) e al regista basta a volte davvero
poco, tipo soffermarsi ad inquadrare un po’ troppo a lungo in una certo momento
del film un paio di scarpe, per regalarsi discreti sobbalzi al cuore sullo
stesso paio di scarpe, mostrate in un contesto tutto diverso. Quando vedrete la
scena capirete al volo, non potete mancarla e poi oh! Mica solo Tarantino ha il
monopolio sui piedi al cinema, che cavolo!

“No one expects the Spanish inquisition Gestapo!” (Quasi-cit.)

“Jojo Rabbit” premiato a Toronto e presentato a Torino, pare
avere la strada spianata fino al Dolby Theatre di Los Angeles che di solito
verso febbraio si popola di gente famosa vestita bene e tappeti rossi. L’aspirazione
è un po’ quella, il che può spiazzare visto che la premessa era uno Hitler
buffo, ma i fatti parlano di un film che utilizza l’umorismo a volte come ascia,
più spesso come fioretto e lo alterna ad una certa dose di delicatezza, tanto
da renderlo bello e aggiungerei anche necessario, per chi vorrà e potrà capirlo, per gli altri ci sono sempre le polemiche vuote che lasciano la situazione inalterata.

Sì perché in questo bizzarro e ben poco coraggioso mondo, ci
sono fin troppe persone che pensano di avere Adolf Hitler come migliore amico
(immaginario), solo che quello che parla nella loro testa non fa battute su
Jesse Owens come quello di Taika Waititi, ma gli dice cose ancora meno
politicamente corrette. Senza stare a scomodare proprio Charlie Chaplin che aveva
tutto un altro spessore e ben più genuina e condivisibile furia nel cuore, Waititi
dimostra di aver capito quello che conta davvero, ovvero che solo un
pagliaccio armato di ironia, può metterne in ridicolo un altro armato di odio
e che la bellezza sta lontana dal famigerato Gleichschaltung, l’allineamento alla
dottrina che tanti (troppi) ancora oggi vorrebbero.

Lui tiene alta la quota dei bambini grassi e miopi (sei uno di noi!)

Ultima prima di andare, giuro, qualche minuto prima dell’ultima
scena del film, mi sono ritrovato a pensare con un certo grado di sicurezza:
«Ora parte David Bowie» (storia vera). Quindi, questo ve lo dico: sì parte un
pezzo di David Bowie ed è la ciliegina sulla torta di un film molto bello… Via,
filare, andate a vederlo… RAUS!

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