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Jupiter’s Legacy – stagione 1 (2021): quando ad una storia derivativa, togli la potenza dei disegni

Lo ammetto candidamente, ho qualche problema con Mark
Millar e mi sono preso una lunga pausa dalla lettura dei suoi lavori.

Lo scrittore scozzese è stato capace nel tempo di tenere botta nel passaggio di consegne ai testi di “The Authority” dopo la gestione di Warren Ellis. Ha scintillato sulle pagine di
“Ultimates” per la Marvel, fornendo tanto materiale all’universo
cinematografico, basti pensare all’aspetto di Nick Fury ritratto con le
sembianze di Samuel L. Jackson, inoltre con il primo volume di “Kick Ass” – fumetto, non l’edulcorato film che ne è stato tratto – ha saputo dire qualcosa
di nuovo e non per forza rassicurante sui super eroi.

Eppure Mark Millar è lo stesso che mi ha tremendamente
deluso con “Superior”, che ha raccolto risate sulla pagine di “Fantastici
Quattro” e che è riuscito a tirare un potente calcio al secchio del latte con
“Kick Ass 2” e “Kick Ass 3”, dove la propensione di Millar è venuta
drammaticamente fuori: uno che per tante pagine si atteggia da Punk iconoclasta
pronto a sputare in faccia alle tradizioni (super eroistiche) al fine di
smontarle, metterle in ridicolo per poi ricostruirle, salvo poi far spesso
terminare le sue storie come il peggiore dei conservatori, uno che non solo lo
status quo non vuole alterarlo, ma a cui tiene anche parecchio.

Non vi siete stufati anche voi di vedere supereroi che indicano e gesticolano come se fossero Nick Cage?

Ecco perché mi sono tenuto alla larga da molti dei suoi
lavori recenti, anche se sto provando il recupero anche se con molta difficoltà lo ammetto, ad esempio “Jupiter’s Legacy” non mi è piaciuto quasi
per niente. Pubblicato nel 2013, in coppia con il disegnatore Frank Quitely che
proprio con Millar aveva fatto scintille su “The Authority”, questo fumetto è
al momento composto da due volumi, più uno spin-off intitolato “Jupiter’s Cirle”,
dedicato alle origini di Utopian e della prima generazione di eroi della serie.

Nel 2019 è stato annunciato anche il capitolo finale, “Jupiter’s
Requiem” che però non è ancora uscito perché Frank Quitely, al fine di evitare
lunghe attese ai lettori, si è preso del tempo per curare a dovere le sue
dettagliate matite. Non ho idea invece di come sia “Jupiter’s Cirle”, perché non l’ho
letto, ma i primi due volumi di “Jupiter’s Legacy” come dicevo lassù, mi sono
sembrati tanto la montagna che partorisce il topolino, non nel senso Mickey
Mouse del termine.

Purtroppo o per fortuna, a seconda dei punti di vista,
Mark Millar è uno degli autori più corteggiati dal grande e ultimamente anche
dal piccolo schermo, basta dire che il suo “Wanted” arrivò al cinema nel 2008,
quando il secondo numero del fumetto originale non era ancora stato pubblicato, questa
spiega perché le due trame in comune hanno giusto il titolo (storia vera).

Da grandi poteri, derivano pigiamini pacchiani e parrucche imbarazzanti.

Ma dopo Kingsman
e il suo seguito, anche “Jupiter’s
Legacy” non poteva stare lontano dai radar degli adattamenti, infatti molti
fumetti targati “Millarworld” – etichetta fondata dallo schivo scozzese, la cui prossima autobiografia in uscita si intitolerà “L’uomo con il cervello d’oro”,
quando distribuivano la timidezza Millar era al pub a sfondarsi di birra – verranno portati sul piccolo schermo da Netflix, proprio come accaduto per questa serie che devo ammetterlo, sulla base dei due volumi che ho letto,
risulta essere un adattamento piuttosto fedele, al netto di un paio di
personaggi che hanno cambiato etnia senza perdere il loro spirito originale. Niente di drammatico da segnalare, a meno che non siate dei paladini del:
«Hanno rovinato il fumetto perché tizio non è nerooooooo!», ma questo
concedetemelo, è un problema vostro, di mio devo già affrontare i problemi di “Jupiter’s
Legacy”, quindi sono già indaffarato per oggi.

“Questo Re Artù mica lo aveva a Camelot eh?”

Utopian (un tutto sommato adatto Josh Duhamel) è una
sorta di Gesù Superman, insieme al resto della sua famiglia, la moglie Grace
Sampson (Leslie Bibb) e il fratello Walter (Ben Daniels) sono stati benedetti
dai super poteri che il nostro ha deciso di utilizzare con estremo giudizio,
questo primo circolo di eroi si attiene fedelmente al codice, una serie di
regole tra cui non uccidere e non interferire con la politica, che ha
migliorato le cose nel mondo, ma non ha certo creato un’utopia, in compenso la
seconda generazione di eroi non ha certo intenzione di portare avanti la tradizione di famiglia.

I figli di Utopian vivono all’ombra di cotanto padre,
qualcuno vorrebbe seguire le sue orme con tutte le difficoltà del caso altri
invece, come la ribelle figlia Chloe (Elena Kampouris) preferisce passare la
giornata a sballarsi, fare il giro delle discoteche e posare mezza nuda per le
copertine più prestigiose. Tranquilli, nella serie tv non si vede niente,
riponete gli ormoni.

Non sto in piedi ma sto in posa / Storta sì, ma favolosa (cit.)

La prima stagione di “Jupiter’s Legacy” è composta da
otto episodi che ho fatto fatica a terminare, il ritmo non è certo pieno di
brio ma mi rendo conto che ci sono alcune storie, che siano esse raccontate sulle pagine di un fumetto o dal paginone di Netflix con cui proprio, non scatta la
scintilla, per quanto mi riguarda “Jupiter’s Legacy” è una di queste. 

Mi rendo conto che il pubblico generalista, l’enorme bacino
di spettatori di Netflix, potrebbe apprezzare questa serie più di me, perché
Mark Millar è un dritto, un discreto paraculo che non si fa problemi ad
abbracciare concetti e trovate altrui per fare bella figura. In “Jupiter’s
Legacy” viene citato apertamente H.P. Lovecraft, che va sempre di moda ormai, ma ci sono anche scene che ricordano da vicino Watchmen
(come Utopian che si confessa con l’unico che lo conosce da tanto tempo, ovvero uno
dei suoi peggiori ex nemici) ma anche concetti come la seconda generazione di
super eroi, ben diversa nell’atteggiamento dalla prima, che di fatto era già stata
raccontata in “Kingdom Come” di Mark Waid e Alex Ross. 

Quello che di norma mi piace dello stile di Millar è la
sua capacità di imprimere ai suoi personaggi il suo stesso atteggiamento strafottente,
purtroppo quell’aria da tipo che si atteggia a Punk, ma sotto sotto è il
peggiore dei conservatori lo perseguita, infatti in “Jupiter’s Legacy” il
personaggio più riuscito risulta essere il super criminale Starfox, l’unico con cui Millar
riesce davvero a criticare l’incapacità (o la mancanza di volontà) da parte dei
“Super” di modificare lo status quo. Se Alan Moore si era spinto fino a questo
estremo con Miracleman, spiegandoci anche qualcosa di molto cinico sulla
natura umana, Millar vorrebbe rubare il fuoco agli dei, scrivendo un fumetto
che nelle intenzioni, potesse sedersi accanto ad opere come “Watchmen” e “Kingdom
Come”, ma la sua natura di conservatore alla fine lo frega. 

Malgrado il costumino discutibile, Starfox resta il più tosto.

Starfox e la sua critica all’operato dei supereroi dura
lo spazio di un mattino, il suo arco narrativo viene spazzato via da Millar,
sacrificato sull’altare del colpo di scena a tutti i costi (un altro dei
problemi che affligge la prosa dello scozzese) e “Jupiter’s Legacy” di fatto si
conclude con la peggior morale, il trionfo dello status quo, alla faccia delle
volontà rivoluzionare di Millar. 

Lo scrittore scozzese è bravissimo a creare fumetti che sono come “Blockbuster”
su carta, ma quando si tratta di dire davvero qualcosa di nuovo sui super eroi,
le sue ambizioni si scontrano con i finali conservatori delle sue trame. Quindi
cosa mi è piaciuto di “Jupiter’s Legacy” inteso come fumetto? Essenzialmente
solo le ottime tavole di Frank Quitely. 

La sensazione di stare guardando un episodio dei Power Ranger girato con i soldi di Netflix mi colpisce più forte dei super pugni.

Spesso accusato per i volti “cicciotti” dei suoi
personaggi, Frank Quitely ha una cura
per i dettagli notevole, in “Jupiter’s Legacy” ha saputo mandare a segno tavole
davvero spettacolari, molto migliori della trama derivativa e frutto di uno
stile sempre più stilizzato di Millar. Quindi consiglio la lettura di “Jupiter’s
Legacy” giusto per i bellissimi disegni di Quitely, la serie tv invece? Forse
ha tutto per affascinare il pubblico generalista in cerca di altri super eroi
sul piccolo schermo, ma non posso proprio dire che mi abbia esaltato. Leggo troppi fumetti o leggo quelli giusti? Questo dubbio mi tormenterà per un po’.

Rifatevi gli occhi con la classe del signor Quitely.

La serie curata per Netflix da Steven S. DeKnight (forte della sua esperienza con i super eroi) è un
adattamento fedele che però dispone di mezzi non proprio cinematografici,
l’invecchiamento degli attori è gestito in un modo che mette a dura prova la
sospensione dell’incredulità inoltre, nella serie non mancano le trovate alla
Millar, tipo il super cattivo “teletrasportato” su un piano mentale differente,
per essere menato con comodo in quello reale, ma è proprio il formato
televisivo a non rendere giustizia alla storia di Millar, che già non è
originalissima ma sempre più stilizzata, se poi gli togliamo i budget e il grande schermo
cinematografico, che i suoi “Blockbuster” a fumetti richiedono, beh il
risultato non può che risultare davvero poca cosa. 

Sono sicuro che molto pubblico interessato più ai super
eroi del piccolo e grande schermo, che a quelli originali cartacei,
potrebbe trovare interessante questo “Dallas” con una disfunzionale e potente
famiglia di super eroi, ma dal mio punto di vista “Jupiter’s Legacy” è quello che
succede quando ad un fumetto la cui principale qualità erano degli ottimi
disegni, togli anche quelli riducendo tutto a sceneggiato da piccolo schermo. 

Oppure molto più semplicemente, Utopian, la sua famiglia
ed io, non saremmo mai per davvero amici, ma credo che dipenda dall’onda lunga
dei miei problemi con Mark Milla. Temo che dovrò prendermi un’altra lunga
pausa dalle opere dello scozzese, anche questo un dubbio che mi tormenterà per un po’.

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