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Karate Kid II – La storia continua (1986): per pareggiare domani

Rivedere in età adulta (o presunta tale) i film della propria infanzia per me è sempre un’esperienza, spesso ho la conferma del perché mi esaltavano così tanto durante la mia “piccolezza”, altre volte sono sonore delusioni nel ritrovarsi davanti una robetta diventata mitica più che altro nei ricordi. Ecco, poi ci sarebbe lo strano caso di “Karate Kid II”, perché io non ricordo niente di questo film?

Sono certo di averlo visto mille mila volte come tutti i ragazzini degli anni ’80 che ora viaggiano tra i trenta e i quaranta o giù di lì, sì, ok, allora perché non me lo ricordo? Avessi dovuto testimoniare sotto giuramento, avrei dichiarato – convinto della mia affermazione – che questo era il capitolo della vendetta del Cobra Kai, quello che iniziava con lo strombazzamento di Miyagi ai danni del naso di John Kreese, la scena girata per il primo film e mai utilizzata (lasciatemi l’icona aperta su questa, più avanti ci torniamo). Sempre convinto della mie parole avrei anche giurato di ricordare un viaggio ad Okinawa dei protagonisti che nei miei ricordi durava cinque o dieci minuti. Ecco, rivedendo “The Karate Kid, Part II” ho capito perché non ricordavo niente del film: mi diceva poco allora e continua a farlo anche oggi.

Il successo di Per vincere domani – The Karate Kid è micidiale, il film porta a casa un botto di fogli verdi con sopra la faccia di alcuni ex presidenti defunti, il seguito viene messo in cantiere immediatamente, con la stessa identica squadra: John G. Avildsen dirige, Bill Conti compone e Robert Mark Kamen scrive la sceneggiatura.

«Pat sei pronto a fare un altro film?», «Un altro? Ma non ho più macchine da far lucidare al ragazzo»

Il successo del primo film è così grande che Ralph Macchio diventa di colpo un idolo e nel tentativo di spremere il massimo dai suoi quindici minuti di celebrità, manda a segno una serie di scelte oculate, tipo rifiutare il ruolo da protagonista in un film scritto da due tizi di nome “Bob”, per andare a lavorare con una leggenda vivente come Walter Hill e su questo davvero non ho nulla da criticarli. Ecco perché Macchio diventa il protagonista di un “Karate Kid” con il Blues (o presunto tale) al posto del Karate, Mississippi Adventure che, però, come troppi film di Hill incassa risate al botteghino subito, per diventare mitico con il tempo. A proposito di tempo, il film dei due “Bob” rifiutato da Macchio, da lui definito «Una scemenza con una macchina del tempo», diciamo che è diventato mitico subito incassando anche qualche soldino, si trattava del primo Ritorno al futuro. Cosa c’insegna questa storia (vera)? Che Ralph Macchio quando interpretava Daniel LaRusso non stava recitando, era davvero uno spocchiosetto affetto da una sfiga cronica!

Piano B, si torna a fare “Karate Kid” questa volta senza il Blues, ma con il karate vero (o presento tale), se non altro la pellicola incassa bene e John G. Avildsen che si è visto sfilare la regia di Rocky II dalle mani da Stallone conferma, comunque, di aver capito la lezione, proprio come i film del pugile di Philadelphia, anche “The Karate Kid, Part II” comincia pochi secondi dopo la fine del primo film e occhio perché i gradi di separazione con la saga di Sly Stallone non sono finiti qui, ma prima chiudiamo l’icona lasciata aperta sulla famigerata scena iniziale.

«Dove vai maestro?», «Vado a chiudere un’icona, a colpi di Karate»

Negli anni si è creata una specie di leggenda urbana secondo la quale la prima scena di questo film, quella in cui John Kreese (Martin Kove) nel parcheggio, dopo la fine del torneo, frantuma in due il trofeo di secondo classificato di Johnny Lawrence (William Zabka) e poi si prende una sonora lezione dalle mani d’acciaio di Miyagi (Pat Morita) con “strombazzamento nasale” finale («Per chi non ha il perdono nel cuore, vivere é punizione peggiore della morte»), fosse stata già girata e poi tagliata dal montaggio finale del primo capitolo. Niente di più falso, questa scena è stata girata apposta per il secondo capitolo ed oltre ad essere l’unica che ho conservato, è anche quella che riassume tutto il film. Sì, certo, durante il successivo viaggio ad Okinawa e i restanti cento e passa minuti di film, qualche momento caruccio si trova anche, ma tutto sommato “The Karate Kid, Part II” finisce qui.

La leggendaria e letale tecnica dello strombazzamento nasale.

Con un riga di dialogo, viene eliminata dallo scacchiere prima la famigerata signora LaRusso, finita a Fresno per le vacanze (fiuuuuu!) dopodiché la stessa premura viene riservata ad Ali, anche perché Elisabeth Shue, ben più accorta del suo compare Ralph Macchio, nel frattempo aveva pensato bene di riprendere i suoi studi universitari interrotti temporaneamente per girare il primo film, quindi tanti saluti a tutti e campo libero a Daniel LaRusso per amoreggiare con la bella giapponesina Kumiko (Tamlyn Tomita).

“Karate Kid II – La storia continua” si concentra sul personaggio più interessante di questa saga, ovvero il maestro Miyagi, perché non venite a dirmi che LaRusso vi ha conquistati con il suo carisma, tanto non ci credo. Miyagi riceve una lettera dalla nativa Okinawa e lo dico per i lettori più giovani, le lettere sono come le email, però su carta… Sì, lo so, preistoria!

«Brutte notizie maestro?», «Mai brutte quanto tua camicia Daniel San»

Il padre di Miyagi è molto malato per questo il maestro deve tornare in Giappone per essere al suo fianco e poterlo salutare un’ultima volta, il problema è che Miyagi ha lasciato il Paese dopo essere andato contro le tradizioni e da allora viene ricordato come il vigliacco che è fuggito.

Sì, perché la grande amicizia tra Miyagi e Sato (Danny Kamekona) – entrambi allievi del padre di Miyagi – è finita zampe all’aria quando il giovane Miyagi ha dichiarato pubblicamente la sua relazione con la promessa sposa di Sato che, colpito nell’orgoglio, lo sfidò pubblicamente a duello, puntualmente rifiutato da Miyagi per non dover rompere le ossa combattere contro il suo migliore amico. Un telenovela in salsa giapponese, anche se Okinawa è “interpretata” del film dall’isola di Oahu nelle Hawaii (storia vera).

«Cosa sei McFly, un fifone?» (devo aver fatto confusione con le citazioni)

Ora, immaginatevi uno come Miyagi che deve tornare a casa sapendo di trovare un padre malato, un Paese che ride di lui e tutti i peccati del suo passato, cosa ci saranno di volo tra la California e il Giappone? Quindici ore? Di più? Ecco, lui le passa tutte con quel cagaminchia da competizione di LaRusso nelle orecchie che gli chiede menate sul Giappone: «Maestro mi racconta della sua medaglia al valore? Maestro, ma è vero che da quelle parte i mostri giganti distruggono tutto? Maestro, ma perché avete gli occhi a mandarla? Maestro perché chiama tutti San? Maestro…». Poi ditemi che quelli del Cobra Kai non facevano bene a menarlo.

«Maestro con cosa confina Okinawa?», «John Kreese vienitelo a prendere», «Cosa ha detto maestro?», «Niente dormi, il viaggio è lungo»

“The Karate Kid, Part II” aggiunge qualcosa più che altro all’iconografia del maestro Miyagi, ad esempio, qui scopriamo che è arrivato negli Stati Uniti via nave (e senza LaRusso nelle orecchie) passando prima per la Cina, questo potrebbe forse spiegare perché il famigerato colpo della Gru, il “Crane Kick” che ha fatto vincere il torneo a Daniel nel primo film, sia di fatto una tecnica cinese, non di certo una del Karate di Okinawa.

Ma la storia in sé è basata su un DELICATISSIMO parallelismo: Miyagi e LaRusso sono maestro e allievo “buoni”, mentre Sato e il tamarrissmo Chozen (Yuji Okumoto) quelli “cattivi” che accolgono i nuovi arrivati nel modo peggiore possibile e non fanno altro che provocare, aspettando la fine dei tre canonici giorni di lutto di Miyagi, per rinnovare la loro sfida. Dico sempre che i primi minuti del film ne determinano tutto l’andamento, qui i primi minuti sono tutto il film: Sato e Chozen non hanno il “Perdono nel cuore”, mancano di equilibrio e sono destinati a cadere.

Tony “Chozen” Manera, il tamarro del sabato sera.

Siccome sia John G. Avildsen che Robert Mark Kamen devono essersi convinti che per far arrivare un concetto fosse necessario sottolinearlo quattordici volte con il pennarellone a punta grossa (no no no, Robert Mark Kamen San! Sottolinea concetto, risottolinea concetto) questa volta Daniel LaRusso si allena con un gancio acuminato, lanciato tipo pendolo, da evitare all’ultimo secondo, una roba pericolosissima, perché al massimo la cera per le auto poteva intossicarlo e lasciarlo con le braccia indolenzite, qui una distrazione e finisce trafitto come una delle vittime di Jason Voorhees. Il tutto per far arrivare concetti chiave del tipo «Modo migliore per evitare un pugno è non essere lì» che poi, è la base di qualunque corso di arti marziali oppure di autodifesa, ma in ogni caso vince lo stesso il premio GAC: Grazie ACazzo. Che non so come si dica ad Okinawa, ma è un concetto abbastanza internazionale.

«Fatemi capire, se mi sposto di lato in tempo non finisco trafitto e sbudellato giusto? Preferivo passare la cera sulle auto»

I minuti passano e tocca inventarsi qualcosa per giustificare il saggio temporeggiare di Miyagi e sempre al grido di «DELICATISSIMO!» la trama introduce il famigerato tamburello di LaRusso, una roba a metà tra uno strumento per suonare la Taranta e quei giochini con corda e pallina che mettono sempre a dura prova la coordinazione delle persone. In linea con la filosofia di questo film, per cui l’apprendimento delle arti marziali avviene sempre per vie traverse, LaRusso impara cose, vede gente e ogni tanto va anche al “Ballo incanto sotto il mare” (versione giapponese) con Kumiko, infatti i due finiscono a ballare sulle note di “Earth Angel” che dev’essere la canzone ufficiale di tutti i balli tra adolescenti americani (lo abbiamo visto anche in Superman III), oppure era un modo per ricordare a Ralph Macchio che avrebbe potuto essere Marty McFly, invece è qui a fare Mr. Tamburino.

Forse l’unica altra scena che ricordavo davvero di questo “The Karate Kid, Part II” era quella delle lastre di ghiaccio da spezzare con un colpo solo, questo forse spiega perché nella mia testa il viaggio ad Okinawa dei protagonisti durava sì e no qualche minuto, evidentemente avevo salvato in memoria la scena di LaRusso che prepara la granita e il resto lo avevo volutamente dimenticato. Forse non avevo fatto così male.

Granita, grattachecca! 

A proposito di balli, balletti e musica, nel tentativo di dare un aspetto molto esotico alle isole Oahu travestite da Okinawa, in questo “Karate Kid II” non mancano i titoli di balli locali che sono tutti abbastanza una palla, quindi parliamo della colonna sonora. Bill Conti ci dà dentro con l’effetto orientaleggiante, ma vi avevo promesso che i gradi di separazione con “Rocky” sarebbero tornati di moda ed è ora di parlarne.

Madamo Butterfly (Perdonami David!)

Sì, perché Bill Conti ha preferito lavorare su “Karate Kid II” piuttosto che sulla colonna sonora di Rocky IV che era proprio il film per cui Peter Cetera aveva originariamente composto “Glory of Love” che, però, è stata scartata da Stallone in favore di “Hearts on fire” (storia vera). Pari e patta comunque, perché Peter Cetera si è beccato una candidatura agli Oscar per il suo pezzo finito nella colonna sonora di “Karate Kid II” e ancora oggi è uno dei pezzi più gettonati proprio nei balli studenteschi negli Stati Uniti.

Tra un balletto, una canzone, una moina e un tamburello, da qualche parte questo “Karate Kid II” dovrà pur andare a parare, no? I problemi di una produzione messa su velocemente si consumano in un finale frettoloso, una tempesta che sa tanto di “Deus ex machina” si abbatte sul villaggio e diventa l’occasione di riscatto per i protagonisti.

State cominciando a farmi girare i tamburelli, con ‘sta storia del tamburello.

Quel tamarro di Chozen si scagazza allegramento sotto dalla paura rifiutandosi di aiutare una bambina e facendo la figura del macaco perdi braghe davanti a tutti. LaRusso, invece, la salva e in confronto a Chozen pare subito Superman. Ma quando un grosso tronco blocca Sato, è Miyagi con la sua mano che “Po’ esse fero e po’ esse piuma” a liberarlo, guadagnandosi il rispetto del suo vecchio amico, del villaggio, del Giappone e del mondo. Perché se io posso cambiare e Sato può cambiare… Tutto il mondo può cambiare! No, mi sa che ho fatto un po’ di confusione tra i seguiti, vabbè ci siamo capiti.

«Cannonate scoppiano alla mia destra, cannonate rispondono a sinistra» (Cit.)

Evidentemente, però, John G. Avildsen deve aver pensato che, cinematograficamente parlando, a questo film mancava qualcosa – oltre alle idee intendo – ovvero un duello finale con Daniel come protagonista, per questo il colpo di coda lo regala Chozen che per ripagare il suo onore ferito si traveste da Kim Rossi Stuart indossando una sorta di “Kimono d’oro” per sfidare Daniel San, con Kumiko nella parte delle damigella in pericolo.

«Il tuo naso sta per subire la furia dello strombazzamento»

Lo scontro sul terrapieno sospeso è lo scontro finale, per far capire che Chozen è un dritto, questa volta non basta nemmeno il colpo della Gru che viene parato dal tamarrissimo avversario con tanto di espressione alla «Bitch, please» finale, ma dove non arriva la Gru arriverà la mossa del tamburello e lo “strombazzamento” di naso chiude il cerchio tra allievo e maestro e, in qualche modo, anche con me che, finalmente, ho capito perché non ricordavo nulla di questo secondo capitolo. In compenso, ricordavo bene il terzo, ma di quello ne parleremo diffusamente tra qualche giorno, non mancate!

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