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Killer Elite (1975): il principio delle sei “P”

Quando sei a terra puoi rialzarti in piedi, oppure metterti a scavare. Questa è la storia di un grosso buco scavato nel terreno, benvenuti al nuovo capitolo della rubrica… Sam day Bloody Sam day!

Due catastrofi in fila, un film grandissimo massacrato al montaggio e distribuito peggio che era un capolavoro, ma ci sono voluti anni prima che le persone potessero capirlo, un secondo titolo, una pellicola di rottura tra le migliori mai dirette da Peckinpah che venne odiata dal pubblico tanto da mettere in dubbio il talento del regista di Fresno, il piano per cercare di rimettersi in carreggiata di Bloody Sam era il thriller “The Insurance Company”, la 20th Century Fox detentrice dei diritti era in trattative con Charles Bronson per il ruolo del protagonista, ma l’attore fu lapidario: «Non lavoro con gli ubriaconi» ed in un attimo Peckinpah era nuovamente a spasso, inoltre, non aiutava di certo la condizione fisica del regista che in quel momento della sua vita stava sotto un treno.

Sul set di Voglio la testa di Garcia aveva fatto la conoscenza della grande droga bianca nota come Cocaina che Peckinpah utilizzava per alleviare gli effetti negativi dell’alcool che è un po’ come decidere di tagliarsi un dito per risolvere un problema di unghie rotte. Peckinpah usava la droga per riprendersi dopo aver bevuto troppo e l’alcool per far scendere gli effetti eccitanti della droga, una spirale di distruzione che lo portò più volte ad eccessi pubblici plateali, come quando all’aeroporto di Los Angeles prese a pugni il rivenditore dei biglietti per una stupida discussione, finendo così per essere accusato per aggressione (storia vera).

«Aggressione tzè! Gli ho dato giusto un buffetto»

Più o meno nello stesso periodo, il comico più geniale e conosciuto del suo periodo, John Belushi, finì per “omaggiare” Sam Peckinpah imitandolo in uno sketch del Saturday Night Live, in cui il regista alle prese con la sua prima commedia romantica, finiva per prendere ripetutamente a schiaffoni e calci la sua attrice protagonista, se non lo avete mai visto, lo trovate per intero qui, fa molto ridere, ma era il segno che la carriera di Peckinpah stava finendo giù lungo lo scarico.

Anche gli amici e i collaboratori di sempre lo stavano abbandonando, quando venne ripescato strafatto nella piscina di casa sua, dove si era buttato con tutti i vestiti addosso in cerca di un po’ di refrigerio, prima di collassare e finire a peso morto sul fondo rischiando la morte prematura, Peckinpah venne ricoverato allo UCLA Medical Center dove la sua principale attività era sbraitare contro tutti quelli che, venuti in visita, non si presentassero muniti di alcool e sigarette per lui. Uno dei fedelissimi del suo “Mucchio selvaggio” come lo chiamava Sam, l’attore Jason Robards aveva toccato anche lui da poco il fondo, dopo essersi sgargarozzato una distilleria, era finito con l’automobile oltre il terrapieno rischiando di non raccontare a nessuno la sua esperienza tanto traumatica da spingerlo a troncare per sempre con la bottiglia, ma poco dopo anche con l’amico fraterno Sam Peckinpah che non ne voleva sapere di rimettersi in sesto nemmeno dopo la nuotata in piscina e l’esperienza del suo amico. Per anni Peckinpah e Robards restarono in buoni rapporti, ma qualcosa tra loro si era definitivamente spezzato.

Facciamo luce sui titoli di testa del film.

Ma chi mendica non può scegliere, come avrebbe detto Jack Burton, quindi quando Mike Medavoy capo delle produzioni della United artist decise di dare ancora fiducia a Peckinpah affidandogli una storia di spionaggio piena di momenti d’azione, intitolata “Killer Elite”, Bloody Sam accettò al volo, anche se i paletti erano tanti e piuttosto rigidi, tra le clausole Peckinpah non poteva modificare in alcun modo la sceneggiatura. Ma secondo voi si può tenere un cavallo di razza con le briglie così corte?

Peckinpah replicò gli stessi atteggiamenti distruttivi che avevano portato al suo scontro con la produzione sul set di Sierra Charriba, ridicolizzando il film durante le interviste e chiedendo agli attori sul set di improvvisare il più possibile, questo spiega perché la parte iniziale di “Killer Elite” con i due protagonisti intenti a scherzare su malattie veneree e finti certificati medici, somiglia più ad un “Buddy Movie” che al vostro normale film di Sam Peckinpah.

«Peppiniello! Passa ‘sta cazzo di canna!» (l’atmosfera rilassata sul set)

Ma il problema era molto più radicato, l’inevitabile ritorno della grande droga bianca era un fattore non da poco, si vocifera che gli attori sul set ne facessero largo uso a partire da James Caan (che aveva già recitato in “Doringo!” (1965) film sceneggiato dallo stesso Bloody Sam), Peckinpah avrebbe voluto girare il film lontano da Hollywood, ma Caan che era appena tornato dalla vecchia Inghilterra dove aveva recitato in uno dei ruoli più iconici di sempre, il Jonathan E di Rollerball, preferiva restare in California dove aveva tutti i suoi agganci, compreso lo spacciatore personale che lo riforniva direttamente sul posto di lavoro… Immaginatevi uno leggerissimamente propenso a generare dipendenza come Peckinpah in una situazione del genere che razza di straccio poteva essere.

Tra uno sparo e un tiro, questo film va in porto (ah-ah)

Non possiamo dire che ci sia mai stata una vera “fase Pop” nella carriera di Sam Peckinpah, come accaduto, ad esempio, ad altri maestri, per certi versi, “Killer Elite” sembra un grosso concentrato di tutti quei generi che andavano fortissimo negli anni ’70: ci sono due divi come James Caan e Robert Duvall nei ruoli principali, l’elemento da storia di spionaggio vagamente bondiana, ci sono gli inseguimenti in auto, la violenza e, ad un certo punto, ci sono anche combattimenti marziali e guerrieri Ninja come in un film di Kung Fu. Spiegatemi perché uno cresciuto in un ranch, con il mito della frontiera, dovesse sentire il bisogno di qualche combattimento a colpi di Katana nel suo film? Non esiste una spiegazione, infatti “Killer Elite” è un film disomogeneo, le cui parti appaiono quasi scollate tra di loro.

«Per caso è una rappresaglia perché abbiamo battuto la squadra di Tokyo

Anche perché per molte scene, Sam Peckinpah lasciava tutto nelle mani della sua seconda unità, mentre loro giravano intere sequenze, lui restava chiuso nel suo camerino a bere ancora un po’, la salute, le precarie condizioni fisiche e il pessimo stile di vita avevano ormai logorato la meticolosità con cui Peckinpah sul set controllava tutto come un generale. Bloody Sam aveva toccato il fondo, si era messo a scavare e quello che è uscito fuori dalla sua autodistruttiva operazione di scavo è stato “Killer Elite” che, di fatto, è il classico disastro firmato da un genio, comunque meno peggio di tanta altra roba diretta da persone più lucide, ma meno talentuose.

Dentro “Killer Elite” c’è una bella storia, per assurdo anche incredibilmente coerente con la poetica di Peckinpah, il filo rosso delle grandi coppie e del tradimento che ha sempre unito molti dei titoli del regista fin dai suoi primi film, possiamo ritrovarlo anche qui.

Mike Locken (James Caan) e George Hansen (Robert Duvall) lavorano per un’organizzazione segreta che si occupa di protezione di personalità in vista, ma più spesso di assassini politici, oltre ad essere i migliori in circolazione sono colleghi e amici da una vita, almeno fino al giorno in cui George cambia bandiera e decide di uccidere il cliente che i due erano stati assoldati per proteggere, ma prima di scomparire lascia un regalo al suo amico Mike, ferito ad un ginocchio e ad un gomito molto gravemente da due colpi di pistola dell’amico traditore. Sì, amico, perché se non fosse stato tale, Mike non sarebbe sopravvissuto per raccontarla.

«Ne nene nene ne…» (Cit.)

Ironicamente una parte abbondante del minutaggio di “Killer Elite” se ne va nella lunga riabilitazione di Mike che, per certi versi, era anche quella cinematografica con cui Peckinpah sperava di tornare nelle grazie del pubblico con questo film, ma il risultato è un numero infinito di minuti stracolmi di James Caan che fa riabilitazione, cammina fatica con il bastone e sembra essere già reduce dal suo futuro incontro con Annie Wilkes.

Zoppo, ma fermamente convinto a completare la sua vendetta, Mike mette su una squadra di tutto rispetto composta tra gli altri da Mac, interpretato dal mitico Burt Young, il Paulie della saga di Rocky. Mike ha l’occasione di vendicarsi quando lui e il suo vecchio compare George mettono gli occhi sullo stesso bersaglio, la vicenda si complica quando di mezzo entrano in scena anche i Giapponesi, con i loro Ninja, le loro spade e il loro onore.

«Non vorrai anche tu fare la dichiarazione a mia sorella Adriana vero?»

In parecchi momenti “Killer Elite” sembra uno sguardo distaccato sui generi, come se i personaggi facessero quasi dell’ironia su di essi, non mancano i momenti d’azione ben girati e anche adrenalinici, ma a spiccare sono i momenti comici come, ad esempio, la bomba nascosta sotto l’auto, affidata ad uno zelante poliziotto della stradale (che esploderà comodamente fuori scena), oppure il notevole scontro al porto delle navi militari, dove i protagonisti si lanciano in dubbi amletici sui combattimenti con la spada, ben riassunti nel dialogo: «Non ho capito questa faccenda dell’onore, ma poi perché con gli spadoni?», «Magari affilano meglio l’onore, proprio non capisco».

Questa didascalia la dedichiamo a Lucius.

Se fossi uno di quei critici con gli occhiali e la pipa, starei qui a cercare di raccontarvi che “Killer Elite” è la sarcastica critica di Peckinpah ai generi in voga in quel momento, ma secondo me è solo un film che avrebbe potuto essere una bella storia di tradimento, se solo il regista di Fresno fosse stato nelle condizioni psicofisiche per prendersi cura della storia e dei personaggi, quello che resta è un film composto da parti poco omogenee tra di loro e singoli momenti anche molto divertenti, ad esempio mi ha sempre fatto ridere la frase di Duvall sul suo modo per presentarsi pronto ad ogni nuovo incarico, quello che lui chiama il principio delle sei “P”.

«Piani Precisi Per Prevenire Possibili Papere…  Facile no?»

Ecco, Peckinpah, forse, avrebbe avuto bisogno del principio delle sei “P” prima di affrontare questo film che, comunque, venne completato con un solo giorno di ritardo sulla tabella di marcia e senza sforare sul budget, tanto che nella prima settimana in sala incassò esattamente quanto Getaway! Prima di smettere di incassare a causa del passaparola, il film non era abbastanza forte per conquistare un pubblico che in quel periodo aveva scoperto un altro genere di stupore cinematografico, sì, perché quando piove, poi di solito grandina e Sam Peckinpah era uscito senza ombrello.

Il 1975 è stato l’anno della rivoluzione, con il trionfale successo di Lo Squalo, Steven Spielberg aveva portato al grande pubblico un tipo di intrattenimento diverso, i ragazzini andavano in sala a vedere e rivedere il film anche cinque o sei volte, quindi un solo titolo era in grado di far guadagnare a tutti milioni di dollari. Perché impegnarsi a produrre, dirigere ed interpretare tanti film di buona fattura, quando potevi farne uno solo, grandissimo e incassare più di due o tre film insieme? Era cambiata la filosofia, era cambiato il vento, erano nati i Blockbuster.

«Dovremmo avere dei fucili per cose di questo tipo», «In effetti li abbiamo»

Spielberg e il suo compare George Lucas erano una generazione di registi che avevano imparato a fare cinema all’Università, ma che prima si erano alimentati con storie viste in televisione, del tutto diverse dai Western con cui si era formato Sam Peckinpah, per certi versi storie più adolescenziali in grado di fare tanti soldi in poco tempo, ecco perché anche a Peckinpah vennero proposti titoli improbabili come, ad esempio, la regia di un rifacimento di King Kong, oppure una roba tratta da un fumetto, con un tizio volante in mantello rosso (storia vera).

Ho aperto questo post con un bivio: rialzarsi o mettersi a scavare. Lo concluderò con un altro: adattarsi alla nuova moda imperante oppure andare avanti, orgogliosamente controcorrente. Secondo voi un cavallo di razza, una testa matta come Sam Peckinpah cosa scelse di fare? Bravi, di andare in guerra… Letteralmente. Ma lo vedremo la prossima settimana, con il nuovo capitolo della rubrica dedicata a Bloody Sam, non mancate!

Sepolto in precedenza giovedì 10 dicembre 2020

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