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Killer Joe (2011): petto o coscia?

Ogni viaggio prima o poi finisce e quello con William
Friedkin ci porta in Texas per l’ultimo capitolo della rubrica… Hurricane
Billy!

Abbiamo lasciato Billy Friedkin al telefono con Tracy Letts, dopo aver portato al cinema la sua
opera teatrale Bug, il regista di
Chicago era l’uomo giusto per ripetere l’operazione puntando più in alto,
“Killer Joe” era la prima opera scritta da Letts, carica di una rabbia che
aveva radici profonde, portato in scena per la prima volta nel 1993. La storia
è ambientata in un campo caravan nella periferia di Dallas, i protagonisti sono
quelli che negli Stati Uniti vengono definiti – non proprio con affetto –
“White trash”, bianchi, non proprio tutti laureati alla Bocconi, ben
rappresentati dal protagonista Chris Smith, un ragazzo che deve un sacco di
soldi ad un boss locale della droga. Nel tentativo di tirarsi fuori dalla
cacca, Chris cerca di convincere il padre, un buono a nulla tonto, ma non cattivo
di nome Ansel e la sua nuova matrigna, la procace e sfattissima Sharla, ad
uccidere la vera madre del ragazzo Adele che, al momento, è fidanzata con un
tale di nome Rex, per incassare i cinquantamila dollari di assicurazione sulla
vita, beneficiaria della polizza? Dottie, la sorellina dodicenne di Chris, che
non è né scema e né ritardata, vive solo in un mondo immaginario tutto, la più
pura e candida di tutti in questo inferno di tradimenti e degrado, per cui vale
l’antico adagio: il più pulito c’ha la rogna.

Occhio, che più avanti nel corso del post arriverà anche lui, consideratevi avvisati.

Per eliminare Adele, Chris contatta “Killer” Joe Cooper, un
poliziotto di Dallas che arrotonda con questi lavoretti ben poco leciti, la sua
tariffa sono venticinquemila dollari, da sottrarre alla polizza che
incasseranno gli Smith, ma siccome Killer Joe non accetta dei “pagherò”, nel
frattempo si prende come caparra Dottie per cui ha preso una sbandata, alla
faccia di Chris che con la sorellina ha un rapporto platonico, ma non proprio
tra fratello e sorella, non a giudicare dai sogni che Chris fa su Dottie almeno.
Come potete intuire da questo quintale di dinamite ammonticchiata tutta
insieme, il piano non andrà per niente come da programma, anche perché Sharla
ha una storia segreta con Rex e Killer Joe sarà pure uno sbirro, ma è matto
come un cavallo da corsa, infatti la violenza esploderà in un crescendo che
culmina in una grottesca fellatio praticata sotto minaccia di Joe da Sharla ad
un… Beh, cosciotto di pollo fritto. No, William Friedkin dalle storie
controverse proprio non riesce a tenersi a distanza.

Con un cosciotto di pollo fritto? Come direbbe un personaggio di Verdone: in che senso?

Capite da soli che questa è roba radioattiva, nitroglicerina
instabile se mi passate la citazione,
materiale che scotta così tanto che nessuno vuole bruciarsi le dita
ritrovandosele appiccicaticce a causa del pollo fritto, inoltre Billy nella sua
autobiografia “Il buio e la luce” non nasconde una certa stanchezza nei
confronti dell’industria cinematografica, quella per cui un Autore con la “A”
maiuscola come lui, ogni volta si ritrova a dover radunare il cast e la troupe,
sbattersi a trovare i fondi per girare come se ad ogni nuovo film, bisognasse
reinventare la ruota.

Le attrici e gli attori interessati al soggetto scritto da Tracy
Letts, che nel frattempo si era portato a casa anche un premio Pulitzer con la
sua “August: Osage County” erano tanti, ma i contatti di Friedkin finivano tutti
per tirarsi indietro, qualche esempio? Kurt Russell era interessato al ruolo di
Killer Joe, ma finì per declinare dicendo al regista che sua moglie Goldie Hawn
lo avrebbe lasciato se avesse accettato quella parte. Tutti i Carpenter che vuoi Kurt, ma niente pollo
fritto in casa di Goldie.

Da questo film di Friedkin si esce un po’ così, logori, pesti e bisognosi di un abbraccio.

L’attore Elliot Page, all’epoca prima della sua transizione
di genere Ellen Page, aveva espresso interesse per il ruolo di Dottie, ma il
suo agente telefonò a Billy per dire che aveva cambiato idea. A farsi avanti
per la parte della piccola Dottie anche Jennifer Lawrence che si autodefinì
«L’unica in America in grado di interpretare quel ruolo», per certi versi
potremmo dire che aveva ragione, salvo poi preferire andare a recitare il
ruolo di Mystica in X-Men – L’inizio… Insomma, la volontà a Friedkin non mancava, ma tutto il resto sì.

La svolta arrivò con il produttore Nicolas Chartier, nato in
Francia, a vent’anni lavorava come custode a Disneyland Paris con il sogno di entrare nel mondo del cinema, sbarcò a Los Angeles e il suo primo lavoro fu lo
sceneggiatore per i film porno dei canali via cavo, imparando che le vendite
all’estero dei film sono vitali per il cinema indipend
ente. Chartier si ipotecò
la casa per raccogliere i fondi necessari a girare “The Hurt Locker” (2008),
soltanto perché ammirava Kathryn Bigelow e sognava di poter lavorare con lei (storia vera e provate a dargli torto), il risultato furono sei premi Oscar portati a casa da quel film e Chartier lanciato nel mondo del cinema indipendente
americano, poteva il nostro Billy trovare un alleato così distante dal
“sistema” di Hollywood? Non credo proprio, ma grazie a lui “Killer Joe” stava
cominciando a prendere forma.

Ve l’ho detto che sarebbe arrivato, il Texano dagli occhi di ghiaccio e il cognome da codice fiscale.

Ma è inutile girarci attorno: la svolta vera ha un nome, un
cognome (difficile da scrivere) e un marcato accento Texano. Una sera alla tv Billy
inciampa in un’intervista a Matthew McConaughey, il suo “Senso di Friedkin” per
gli attori comincia a pizzicare, anche se la scelta sembra un suicidio
artistico. Sì, perché oggi Matthew in amicizia detto McCoso è uno degli attori
più stimati del globo, ma all’epoca dei fatti stiamo parlando del campione
mondiale delle “Rom-Com” sceme, parliamo di un attore che un tempo sembrava
scegliesse i ruoli in base alla possibilità offerta dalla trama di sfoggiare
gli addominali, tanto di cappello, McCoso si è fatto il mazzo con i piegamenti,
ma oltre a questo, la sua presenza in un film un tempo era garanzia di ciofeca
assicurata, un ammonimento umanoide a girare al largo, almeno fino al
sottovalutato “The Lincoln Lawyer” (2011), uscito un attimo prima di “Killer
Joe” e primo film che mi ha fatto pensare che McCoso con la maturità avesse
imparato anche a recitare.

Anche se McConaughey è esploso proprio quando Friedkin lo ha
convinto ad infilarsi sotto il cappello a tesa larga di killer Joe Cooper, un
ruolo che McCoso non voleva, dopo aver le letto la sceneggiatura la gettò via
dicendo che si sentiva come il bisogno di farsi una doccia strofinandosi con
una spazzola di metallo (storia vera), ma Friedkin sapeva di aver trovato il
suo assassino, uno pacato all’esterno che nascondeva dentro di sé il seme della
follia, guarda caso un poliziotto al limite, in equilibrio e oltre le zone
d’ombra, insomma il tipo personaggio Friedkiano se ne esiste uno.

Io non ci scherzerei troppo, ha recitato in uno dei seguiti di Non aprite quella porta (storia vera)

McConaughey capisce che “Killer Joe” parla di tutte quelle
persone che vivono nella periferia del Texas dove è cresciuto lui, quindi non
solo accettò il ruolo (dimezzandosi l’abituale compenso), ma con l’aiuto della
sua agenzia, la CAA, fece da tramite con Chartier e contribuì ad
arrivare a tutti gli altri attori che compongono questa sorta di nuova commedia del disastro di Billy, dove
l’elemento comico è difficile da trovare anche per chi ha uno spiccato umorismo
nero come il vostro amichevole Cassidy di quartiere.

“Alaska? In quella direzione, si bravò di là, quando vedi la neve sei arrivato, non puoi sbagliare”

Parliamoci chiaro, è proprio grazie alla presenza di Matthew
McConaughey, alla prova monumentale che gli ha fatto spiccare il volo,
cambiando per sempre la percezione che il pubblico aveva di lui, che un film
come “Killer Joe” è più rispettato rispetto al fratello gemello Bug (stesso autore, un pugno di attori,
quasi tutti girato in interni e sensazione di disagio che non ti abbondona
nemmeno dopo i titoli di coda), ma McCoso è la punta di diamante di un casting
impeccabile. Emile Hirsch nei panni di quel tonno di Chris Smith è perfetto, un
personaggio che vorresti prendere a schiaffi per tutto il tempo, in cui Hirsch
s’impegna molto, ma sembra il suo perfetto alter ego, un attore che sembrava
destinato a molto e che, invece, è ancora oggi quello di Into the wild e poco altro.

Thomas Haden Church
nei panni di Ansel Smith riesce ad essere addirittura spettacolare nel suo
lavorare per sottrazione, nel ruolo del padre tonto, ma non completamente
idiota, sarebbe stato un attimo per qualunque attore meno talentuoso scadere
nella macchietta, invece Thomas Haden Church trova il modo di dare una
dimensione realistica a questo marito che, comunque, ha dell’affetto per la sua
nuova compagna traditrici e il figlio coglione che si ritrova, era più facile
sbagliarlo un ruolo così che farlo giusto.

Provateci voi a renderlo così credibile un personaggio di questo tipo.

Per la parte di Sharla, invece, ci voleva qualcuna con un
fegato invidiabile, Gina Gershon è
sempre stata bellissima e nel tempo sfiorita non proprio con grazia, ma
restando comunque molto sensuale. Parliamo di un’attrice che non si è fatta un
problema nella vita ad accettare le briciole scartate dalle sue colleghe,
nessuna voleva recitare in “Bound” (1996) che è ancora oggi una delle sue prove
migliori, così come Showgirls, in un
ruolo che persino Madonna ha avuto timore di affrontare (storia vera). Per un
curioso caso del destino, Gina Gershon aveva rifiutato il ruolo di Sharla a
teatro, perché non se la sentiva di doverlo ripetere cinque o sei volte al mese
(pollo fritto compreso), ha scelto, invece, di calarsi nei panni del personaggio
una volta sola nelle condizioni migliori possibili, ovvero diretta da Hurricane
Billy.

“Senti un po’ Gina, che ne dici del pollo per cena?”, “Mi sono appena ricordata di essere vegana”

Questo cast ad orologeria mancava di un solo pezzo, per
certi verso complicato da trovare almeno quanto il titolare del film, malgrado
il parere di Chartier che non era affatto convinto della scelta, il nostro Billy
trovò in Juno Temple la sua Dottie. Classe 1989, quindi ben più che dodicenne,
l’attrice risultò perfetta per il ruolo anche in virtù della sua altezza non
proprio da giocatrice di basket, 1.57 di puffosità, per citare un film di John
Woo: «Una palla di neve lanciata all’inferno», perché non solo l’attrice
britannica sapeva imitare alla perfezione l’accento Texano (poi un giorno
capirà cosa non sanno fare le attrici e gli attori provenienti da Albione), ma
ha saputo dare il candore che il personaggio richiedeva.

Dottie è una ragazzina che pensa di aver trovato in Joe il
principe azzurro, salvo poi scoprire che in realtà è un fottuto pazzo maniaco
che, però, stravede per lei, perché per certi versi “Killer Joe” sarà anche
l’ultimo film (per il momento) della filmografia di Friedkin, ma è totalmente
coerente con i temi cari al regista.

Regan, sei tu?

“Killer Joe” non è piacevole da guardare, perché è un fiero
rappresentante di quel cinema affilato, senza paragomiti che ormai Hollywood (e
il pubblico) non vuole toccare nemmeno con un bastone per assicurarsi che sia
morto. Friedkin non moralizza mai, anzi taglia corto su molte parti della
storia (l’omicidio di Adele è raccontato, una scena fuori campo) perché il
nostro Billy sembra più interessato agli effetti dei fatti sui suoi personaggi
più che al loro piano che, tanto, è chiaro fin dal primo minuto è destinato a
trasformarsi in un disastro.

Proprio come il cuginastro di questo film, ovvero Bug, Friedkin ci fa affezionare a questa
banda di bastardi facendo montare la tensione, il regista di Chicago mette su
un contorto corteggiamento che invece di scaturire in una scena di sesso, il più
delle volte raggiunge l’apice con un momento violento, proprio per questo Billy
ha dovuto fare a capocciate con i censori che volevano etichettare “Killer
Joe” mettendogli una bella “X”, equiparandolo così ai film pornografici. La
spiegazione fornita ad un tantinello inferocito Billy è che la violenza era
troppo personificata, se si taglia una gamba ad uno sconosciuto in una scena di
Saw non è un problema, ma la colpa (che non è tale) di Friedkin è stata quella
di aver curato troppo i personaggi, averli resi realistici (specialmente nei
loro errori del tutto umani) e che il cast messo su ha recitato troppo bene.
Assurdo, ma è andata proprio così.

Come diventare un vero attore con un solo film.

Alla proposta di tagliare qualche minuto di film Billy prima
ci provò, poi, forte della sua esperienza e della sua età anagrafica, dev’essere
giunto alla stessa conclusione di Roger Murtaugh: troppo vecchio per queste
stronzate non ha modificato un secondo del suo montaggio definitivo, si è
tenuto il divieto e il film ha trovato il suo pubblico lo stesso. Presentato al
festival del cinema di Venezia è piaciuto ai più anche se a vincere il premio
più ambito quell’anno fu Sokurov, a fine proiezione quel gran provocatore di
Billy alla platea chiese se al lido si trovava un KFC per caso (storia vera),
dubito che da quelle parti la popolare catena Yankee di pollo fritto abbia
attecchito, anche perché chiunque sia stato al lido per il festival sa che non
si mangia. Ci volle un altro anno intero per “Killer Joe” per
arrivare nei cinema di uno strambo Paese a forma di scarpa, da allora ancora
divide il pubblico tra chi lo ama e chi lo trova una porcheria, insomma,
proprio il tipo di reazione che Hurricane Billy sognava.

Gli unici consigli che Friedkin accettò per davvero furono
quelli di Chartier sulla colonna sonora, via quella roba country folk scelta
per il primo montaggio non definitivo. Billy, infatti, affidò le angoscianti
musiche che fanno da sottofondo a questa trama grottesca a Tyler Bates, unica
concessione fatta dal testardo Billy al suo produttore, perché aver diretto
questo film alla bellezza di 76 anni secondo me è anche una delle ragioni che
rende “Killer Joe” un titolo così riuscito.

Sembra il cowboy venuto a salvare la famiglia in pericolo, ma questo è un film di Friedkin.

Dopo aver vinto degli Oscar,
terrorizzato il mondo e per qualcuno,
aver buttato via la sua carriera (in realtà realizzando film stupendi), Hurrican Billy era davvero troppo vecchio e fuori dai
giochi di Hollywood per stare ancora dietro a certi teatrini, infatti “Killer
Joe” sembra un film degli anni ’70 (che per me è il miglior complimento
possibile per una pellicola) ambientato oggi, con una capacità di fotografare i
personaggi e le loro idiosincrasie alla perfezione, non sapendo come
etichettarlo molti critici (non per forza con la pipa e gli occhiali) hanno
cercato di equipararlo a Tarantino o ai fratelli Coen, peccato che l’umorismo
nero dei fratelli del Minnesota qui sia completamente assente, ma per qualcuno
lo schema “Colpo che finisce male con violenza finale” deve rientrare per forza
nel campo da gioco dei Coen, quando, invece, è sempre stato quello di Hurricane
Billy.

Posso andare subito a letto senza cena?

Joe nel suo modo folle e distorto vuole bene agli Smith, nel
finale li fa sedere attorno al tavolo per cenare con il pollo con cui fino ad
un minuto prima aveva strapazzato Sharla. La scena di sesso con Dottie è tutta
basata su del vero sentimento tra i personaggi, sarà grottesca quanto volete
vista la condizione di partenza, ma i due si amano e questo è innegabile, mi
viene quasi da dire che ci sia più romanticismo in quella pazza scena con Juno
Temple che in tutti i corteggiamenti con le protagoniste delle commedie
romantiche in cui McCoso recitava, prima di diventare un attore vero.

L’unico a venire preso a calci per tutto il film è Chris che,
ammettiamolo, è talmente scemo che un po’ se lo merita anche, ma a parte questo
“Killer Joe” parla di una famiglia che apre la porta al male invitandolo a
prendere posto tra loro, per certi versi non è diverso dalle prime commedie del disastro di Billy oppure proprio
dal suo film più famoso, dove il male veniva combattuto tutto dentro ad una stanza. Senza rovinare la
visione a nessuno, ma giusto per sottolinearvi la continuità tematica del
cinema del nostro Billy, anche “Killer Joe” termina con una pistola puntata e
la minaccia di uno sparo, il cui esito resta incerto proprio come in un suo film piuttosto famoso del 1971.

Hurricane Billy, il mago dei finale in sospeso.

Capisco perché ancora oggi tanti lo considerino un film
orrendo e terribile, perché sono stati in pochi gli Autori (con la “A”
maiuscola) ad avere gli attributi per portare sul grande schermo tutto lo
schifo che l’umanità sa tirare fuori, per altro in un film così in equilibrio
sul filo sottile del grottesco che per assurdo è più facile sbagliarne il tono
che farlo giusto. William Friedkin non solo lo ha azzeccato, ma ha tirato fuori
dal suo quintetto base (Billy da giocatore di basket forse apprezzerebbe il
paragone cestistico) prove che vanno dal volenteroso e adatto alla parte Hirsch
fino allo straordinario McConaughey che di colpo è diventato uno per cui se
lui è nel cast, il film si guarda, ma non è sempre stato così, credetemi.

Amatelo oppure odiatelo, ma “Killer Joe” è una delle ultime
volte in cui la vecchia Hollywood ha fatto come il drago e mosso la coda, ormai
il cinema contemporaneo americano evita le zone grigie, vuole solo eroi
buonissimi e cattivi pronti a redimersi, William Friedkin, invece, si è sempre
immerso mani e piedi in quei territori controversi, alla ricerca del bene e del
male in eterno scontro all’interno dei suoi personaggi, proprio come accade
nella realtà.

Grazie Billy è stato un piacere fare due tiri a canestro con te.

Il suo destino sarà sempre lo stesso: non importa quanti bei
film tu possa aver fatto, quante opere liriche tu abbia diretto in giro per il
pianeta o se per caso, una volta sei quasi diventato il proprietario dei Boston
Celtics, quando morirà (tra molti anni, non voglio tirargliela) Friedkin già sa
che verrà ricordato per un solo film, fondamentale e popolarissimo quanto
volete, ma solo per quello. Spero con questa rubrica di aver reso omaggio ad
uno dei più importanti registi della storia del cinema, magari facendovi
scoprire che non ha diretto solo quello con la ragazzina che vomita verde, da
un giocatore di Basket ad un altro, mi sembrava il minimo passare la palla e William
Friedkin e portare l’uragano Billy su questa Bara.

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