Home » Recensioni » King Kong (1933): hail to the King (Kong), baby!

King Kong (1933): hail to the King (Kong), baby!

L’uomo discende dalle scimmie. L’uomo inventa il cinema. Il cinema discende dalle scimmie!

1899, Jacksonville Florida, un posto da sogno se siete Ash Williams, o se ci siete nati, come il piccolo Merian, anni 6, che riceve in dono dal padre un libro dell’esploratore francese Paul du Chaillu, che racconta dei suoi viaggi in Africa. Il dettaglio che colpisce la mente del giovanotto è la cronaca di una grossa scimmia che si carica in spalla una donna del villaggio. Lo immagino seduto sul pavimento e il librone sulle ginocchia, nel caldo della Florida, viene gettato il primo seme per quella che sarà, robetta: la storia del cinema.
Salto in avanti, Prima Guerra Mondiale, un Merian poco più che ventenne, con sciarpa e occhialoni, solca i cieli europei facendo a mitragliate con i Tedeschi, avete presente gli aerei da combattimento del primo conflitto mondiale? Il vostro ventilatore di casa è più stabile e anche più tecnologico. Quanto matto devi essere per mettere il culo su uno di quei cosi? Merian lo è abbastanza e proprio durante la guerra conosce qualcuno fuori almeno quanto lui.

Merian C. Cooper impegnato ad “inventare” il cinema, così, come passatempo.

Si chiama Ernest Beaumont Schoedsack, ha la passione per la fotografia e fa subito amicizia con Merian, perché entrambi sono appassionati di lotta. A guerra terminata i due compari fanno società, il futuro sono i documentari, Merian ed Ernest girano il mondo, vanno in posti che normalmente visiterebbe solo Indiana Jones, l’idea è quella di riprendere animali, possibilmente esotici e pericolosissimi, nel loro ambiente naturale, per poi montare il materiale in maniera ordinata dando vita ad una storia di docu-fiction.

Gli animali? Robetta, draghi di Komodo, elefanti e scimmie, soprattutto scimmie. I draghi di Komodo sono la cosa più vicina ai precedenti inquilini di questo pianeta (i dinosauri) ancora in circolazione, dei lucertoloni sugli 50kg che mangiano il loro equivalente in peso, preferibilmente in carne, ma questo è lo stesso che faceva a mitragliate con i crucchi seduto appeso ad un ventilatore, che volete dirgli?
Merian (C. Cooper) ed Ernest Beaumont Schoedsack, si beccano uno nomination all’Oscar nel 1927, per il documentario “Chang: A Drama of the Wilderness”, il successo fa capire a Merian che ok, al pubblico piacciono gli animali esotici, ma bisogna darci dentro con la parte fiction.

Far scalare l’Empire state building ad una scimmia, è la cosa più normale fatta da questi due.

Occhio che qui la trama si complica, come lo fai un film se sei abituato a montarne uno usando il girato conquistato sul campo? Ti procuri uno sceneggiatore facile, forti del successo ottenuto alla RKO Merian ed Ernest secondo voi si accontentano del primo che passa? Ma figuriamoci, minimo minimo vogliamo Edgar Wallace, che insieme ad Arthur Conan Doyle e Agatha Christie è considerato un maestro della letteratura gialla e del poliziesco che, guarda caso, in quel periodo è in America in cerca di fortuna ad Hollywood.

Come avrete intuito, il nostro Merian è uno che tende a pensare in grande, quindi non importa che Wallace sia un giallista, l’importante è che sia un nome grossissimo che serva a dare visibilità al film, è un po’ come se io chiamassi Stephen King per farmi scrivere la lista delle cose da comprare al supermercato, per capirci. Su cos’abbia scritto davvero Wallace per la sceneggiatura finale, è un mistero che si perde tra le nebbie di Skull Island ancora oggi, qualcuno sostiene che il finale con la morte della bestia (“The Beast” era proprio il titolo della bozza di sceneggiatura scritta in un weekend) sia farina del sacco del giallista, Merian C. Cooper con il suo stile pacato da maltrattatore di Tedeschi e di varani di Komodo, alla domanda su cos’abbia scritto Wallace ha sempre risposto: “Not one bloody word!” come dire, non un’accipuffolina, traducendo a braccio.

Gli avvocati di Cooper e Wallace, impegnati a dirimere la questione legale.

Sfiga! Edgar Wallace il film finito non lo vide mai perché morì nel febbraio del 1932, lasciando il mistero sul suo reale contributo e tanti creditori alla porta. Il compito di completare la sceneggiatura passa nella mani di James Ashmore Creelman, prima, e di Ruth Rose, poi, storica collaboratrice di Cooper nonché moglie di Schoedsack, insomma un affare di famiglia che diventerà sempre più intimo, malgrado le dimensioni del progetto… E del suo protagonista.

«Va bene avere la scimmia per un film, ma non le sembra di esagerare?»

Sì, perché a Merian quell’idea della scimmia che rapisce una donna continuava a tornare in mente, anche se nel piano originale, lo scimmione era più tipo un uomo molto molto molto peloso, piano che cambia per due ragioni: la prima che mio zio non era ancora nato negli anni ’30, la seconda, l’entrata in scena di Willis Harold O’Brien, se avete un cappello sarebbe il momento di toglierselo in segno di rispetto.

Ora, in vita mia un varano di Komodo non l’ho mai visto, ma ho visto svariati Irlandesi, persone squisite (come direbbe il varano), dei gioiosi folli, ve lo posso assicurare. Secondo voi, chi poteva pensare di utilizzare modellini di 30 o 40cm con scheletro di metallo, ricoperti di plastilina e animati un fotogramma alla volta per fare del cinema se non un Irlandese? Ecco, appunto, O’Brien è stato un pioniere dell’animazione a passo uno, quella che oggi chiamiamo Stop-motion, muovi il pupazzetto realizzato con certosina precisione di un millimetro, click, imprimi un fotogramma su pellicola, un altro movimento millimetrico, un altro click, se lavori un giorno intero, ottieni al massimo pochi secondi di girato. Irlandesi, matti come varani.

Dopo sette o otto Guinness NON diventa più facile.

Willis O’Brien aveva già devastato i botteghini con Il mondo perduto, non questo, quello del 1925, in cui i suoi dinosauri in stop-motion mandavano giù di testa gli spettatori, Merian C. Cooper chiede ad O’Brien “Sai solo dinosaurare o sai anche scimmiare?”, l’Irlandese sapeva il fatto suo, l’opzione uomo molto molto peloso viene buttata nel cestino (mi spiace Zio), non appena Merian vede il mamozzo della scimmia, Kong. Cambiato presto in King Kong, nome la cui origine è piuttosto controversa, ma se chiedete a Merian secondo voi chi vi dice che lo ha coniato?

Per girare il film, Cooper e Schoedsack depredano tutti i set già disponibili presso gli studi della RKO, ad esempio, l’enorme muro che contiene il gigantesco King Kong non sono altro che le mura del tempio di Gerusalemme del film di Cecil B. DeMille “Il re dei re” (1927), all’attrice Fay Wray va ancora meglio, scelta per il ruolo della protagonista Ann Darrow, la Waray ha sempre dichiarato che Merian C. Cooper per convincerla, le disse che come co-protagonista, avrebbe avuto l’attore più alto e scuro di tutta Hollywood, lei pensò immediatamente a Cary Grant (storia vera) e poi si ritrovò a recitare con King Kong.

«Quando dovrai lasciare le tue impronte sull’Hollywood Boulevard, sarà un bel guaio ragazzone»

Ma Merian non ha ancora finito e decide di portare il film in zona palesemente meta cinematografica, il vice-capitano della nave che porta la troupe cinematografica su Skull Island, John Driscoll, viene modellato sull’amico Schoedsack e, di conseguenza, Ann Darrow deve molta della sua caratterizzazione a Ruth Rose. L’esploratore Carl Denham (Robert Armstrong) diventa il regista Carl Denham, impegnato a viaggiare alla ricerca dell’ottava meraviglia del mondo, per realizzare un film che nessuno aveva mai visto prima, esattamente quello che ha fatto Merian C. Cooper, nel Marzo del 1933, quando il film venne proiettato per la prima volta davanti ad una folla di New Yorkesi in estasi, chissà se in quel momento lo sapevano che la storia del cinema scorreva davanti ai loro occhi.

«Oh allora! Cos’è sto casino?! Qui c’è un gorilla che domani va a lavorare!»

La storia del potente King Kong, portato via dall’isola in cui dominava come il Re della catena alimentare, disarticolando mascelle ai dinosauri e prendendo in ostaggio bionde attrici, per finire a fare lo zimbello in catene davanti ad un pubblico pagante, sull’immaginario collettivo ha la potenza di una rivoluzione, ci sono dei film che cambiano tutto per sempre, “King Kong” è stato uno di questi, qui le pellicole così hanno un nome preciso, il cinema discende dalla scimmie e i Classidy sono Darwinisti!

Rocky che corre sulla scalinata di Philadelphia, Rossella O’hara che parla del domani con il cielo di Atlanta sullo sfondo e King Kong che si arrampica sull’allora fresco di costruzione Empire State Building (voluto da Merian perché più scenografico ed economico del Madison Square Garden, storia vera, alla faccia del marketing moderno), alcune di quelle scene che tutti conoscono anche se l’ultimo film che hanno visto in vita loro è stato “Bambi”.

«Signore ho due notizie, una buona e una cattiva. La buona è che un inquilino è interessato all’attico»

Il peso specifico di “King Kong”, ha cambiato per sempre la percezione del cinema presso il grande pubblico, ci sono persone che hanno intrapreso la carriera di regista solo dopo aver visto questo film, tra i più celebri, il più grande cantore delle scimmie al cinema, il mio amico John Landis, il cui esordio “Slok” non è altro che un grosso omaggio a questo capolavoro, ma il più celebre di tutti resta Peter Jackson, che quando si parla di follia per questo film, è secondo soltanto a Merian C. Cooper.

Pietro Di Giacomo non ha solo pagato di tasca sua, per ricostruire fedelmente le scene perdute del film di Cooper, come lo scontro tra Driscoll e compagni, contro dei ragni giganti, venuti fuori “dalle fottute pareti” del crepaccio in cui cadono attraversando il tronco sospeso (storia vera), ma nel 2005 forte del successo de “Il Signore degli anelli”, ha scritto e diretto l’omaggio definitivo al film di Cooper, ovvero il suo “King Kong” che, di fatto, è una versione estesa (anche troppo forse) del capolavoro originale, condito con abbondati dosi di cuore.

Il film di Cooper e Schoedsack ha una trama minimale, ma anche a rivederlo oggi, 84 anni dopo la sua uscita in sala, è ancora un film di una modernità abbacinante, non ha affatto il ritmo di un film degli anni ’30 e anche se basato su svariati archetipi narrativi, ancora oggi è considerato a sua volta un archetipo cinematografico di riferimento.

La trama, per quanto stringata, si espone a svariate letture di secondo livello, una critica al Capitalismo americano che trasforma in merce tutto quello che tocca, ma anche una rilettura della classica storia dellabella e la bestia, senza contare la già citata interpretazione meta cinematografica, un regista che parte verso l’ignoto, con la volontà di portare al pubblico qualcosa di mai visto prima, che sia l’ottava meraviglia del mondo o la settima arte.

Qui la faccenda si fa parecchio meta cinematografica.

Ci si possono intravedere punte di erotismo (nell’idea originale Ann Darrow veniva denudata dal gorilla), ma quello che colpisce è proprio come “King Kong” sia ancora oggi un modello per il cinema, per vedere la creatura la prima volta, bisogna affrontare tutto il viaggio a Skull Island, Kong mostra il suo (incredibilmente espressivo) faccione solo dopo 40 minuti buoni di film, che è quasi la stessa cosa fatta anni dopo da Spielberg che centellinava il suo Bruce per terrorizzare gli spettatori, o da Ridley Scott in Alien, un archetipo narrativo che ne genera altri e così via senza sosta.

Kong fai un bel sorriso ai lettori e alle lettrici della Bara Volante!

Rivedendo il film, resto ogni volta colpito dalla qualità del montaggio, dalla cura di costumi, scenografie ed effetti speciali, pare che furono proprio Cooper e Schoedsack, appassionati di lotta, a coreografare i combattimento tra King Kong e i dinosauri di Skull Island e il lavoro di Willis O’Brien incanta, ogni singolo movimento ricreato alla perfezione, con King Kong che si muove davvero come un vero gorilla, pugni battuti sul petto compresi.

«It’s good to be the king» (Cit.)

Oltre a quello di Jackson, esistono anche il remake prodotto da Dino De Laurentiis nel 1976, più un quantitativo ragguardevole di seguiti, anche prodotti dalla Toho, storica casa di produzione giapponese celebre per Godzilla, ma la verità è semplice, è inutile che mi prendiate per il culo per la mia mania delle scimmie nei film, il ciclo è chiaro: l’uomo discende dalle scimmie, l’uomo inventa il cinema, lo aveva capito Merian C. Cooper di Jacksonville Florida, King Kong lo ha sempre saputo ed ora lo sapete anche voi, il cinema discende dalle scimmie!

Se volete approfondire vi consiglio il pezzo de Il Zinefilo, a differenza di questo che è pieno di CaSSate, lì troverete date e citazioni precise, frutto del lavoro di chi le ricerche sa davvero farle, non di una scimmia che batte sui tasti come me.
Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

    Film del Giorno

    Il silenzio dei prosciutti (1994): me lo farai sapere quando quei prosciutti smetteranno di gridare, vero?

    Sapete che giorno è il 16 gennaio? Beh è il 16 gennaio, ok. Però voi sapete cosa succedeva il 16 gennaio di qualche anno fa? Dovreste se leggete abitualmente questa [...]
    Vai al Migliore del Giorno
    Categorie
    Recensioni Film Horror I Classidy Monografie Recensioni di Serie Recensioni di Fumetti Recensioni di Libri
    Chi Scrive sulla Bara?
    @2024 La Bara Volante

    Creato con orrore 💀 da contentI Marketing