
Il bipede più appassionato di Martin Scorsese che io conosca? Il mio compare dei Tre Caballeros, lo conoscete come Sergio “The Voice”, che torna a parlarci del suo regista preferito, nel nuovo capitolo della rubrica… Non è cinema, è Martin Scorsese!

Arriviamo subito al punto: Kundun è uno dei film meno conosciuti e meno amati di Scorsese. Questo perché mancano quegli ingredienti che identificano il regista agli occhi del pubblico: la violenza, le canzoni rock, il montaggio concitato, la storia raccontata dal punto di vista del cattivo con tutta la “figaggine” e il maledettismo che questo si porta dietro. Insomma, molto pubblico ha sempre visto solamente l’aspetto più superficiale del cinema di Scorsese. Per questo Kundun viene considerato una palla. Peccato, perché oltre ad avere una confezione di altissimo livello, questo film contiene uno dei finali più emozionanti di tutta la produzione di Scorsese. Sì, avete letto bene e no, non sto esagerando.

Emozionanti, perché Scorsese – il fine antropologo, l’”autore adulto” che fa film per “gente matura” – ha sempre messo il cuore prima di ogni altra cosa. “Il mio primo approccio a una storia è sempre emotivo” questo il senso di un discorso che il cineasta ha ribadito più volte in passato. Sotto alla patina da bio-pic, dove paesaggi tibetani e monaci buddisti possono dare l’impressione errata di assistere a un film ascetico e contemplativo (non lo è affatto), Kundun narra una storia che il maestro newyorchese ha già raccontato più volte: quella del Bene schiacciato, umiliato e violentato dal Male. Il Kundun è il quattordicesimo Dalai Lama, nato negli anni ‘30 in un piccolo villaggio di campagna da una famiglia povera. Viene riconosciuto da un monaco come reincarnazione del tredicesimo Dalai Lama e portato quindi nella capitale del Tibet per diventare la guida spirituale del paese. Il nuovo leader viene istruito secondo i precetti del buddismo: la violenza non rappresenta una soluzione a lungo termine, tutti gli esseri viventi sono destinati a estinguersi, tutto avrà una fine. La sola cosa che può fare un essere vivente è accettare questa verità. Nel ‘49 il regime dittatoriale di Mao Tse Tung costringe senza fatica il Tibet a diventare una provincia della Cina. Il Kundun assiste impotente al massacro del suo popolo mentre il paese perde rapidamente libertà e autonomia. I monaci buddisti spingono il riluttante Dalai Lama a rifugiarsi in India, dove risiede tutt’ora. Per aver realizzato questo film, lo stesso Martin Scorsese è stato classificato come “persona non grata” in Cina. Kundun è dedicato alla madre del regista, Catherine Scorsese, deceduta durante le riprese.

Quel vecchio babbione di Martin Scorsese è talmente coerente alla sua immagine di “intellettuale troppo cresciuto per occuparsi di questioni infantili”, che tutta la prima mezz’ora del film è raccontata attraverso lo sguardo del Dalai Lama bambino. Kundun è l’ennesima opera di Scorsese dove il punto di vista soggettivo del protagonista è centrale, tant’è vero che molte scene mostrano le cose come le vede il Dalai Lama, tra sogni, visioni o semplici (semi)soggettive del protagonista. La parabola di ascesa, declino e sconfitta del Kundun e l’ambientazione orientale a molti hanno giustamente ricordato L’ultimo imperatore di Bernardo Bertolucci, autore verso il quale Scorsese nutre da sempre una profondissima ammirazione. Non sorprende (almeno a me!) che abbia voluto quindi realizzare una pellicola simile a quella del filmmaker emiliano, anche se ancora oggi molti – critici inclusi – si chiedono cosa abbia spinto Martin a realizzare Kundun. Il desiderio di confrontarsi con Bertolucci potrebbe rappresentare una prima risposta, ma Scorsese potrebbe essersi sentito ancora più motivato dalle analogie tra cattolicesimo e buddismo. In entrambe le religioni il concetto di non violenza è basilare e viene di nuovo utilizzato dall’autore per riflettere su un dilemma scomodo: come può un’ideologia fondata sulla non violenza trionfare o anche solo prendere piede in un mondo dominato dalle logiche della sopraffazione?

Tanto per cambiare, il regista non dà risposte, si limita a interrogarsi sulle dinamiche, filtrandole con la sua sensibilità e concentrandosi sul dolore insostenibile che questi fenomeni spesso si portano dietro. Forse l’unica differenza sostanziale tra Kundun e altre opere di Scorsese sta nell’utilizzo del distacco ironico tipico dell’autore: ben più marcato in film come Quei bravi ragazzi o The wolf of Wall Street, più diluito al punto da scomparire quasi del tutto in titoli come Kundun o anche il recente Killers of the flower moon. Guardacaso, sia nel bio-pic sul Dalai Lama, sia nel dramma che ruota intorno agli omicidi degli indiani Osage, si parla di massacri realmente avvenuti e in entrambe le produzioni sono state coinvolte le autorità in capo alle popolazioni vittime delle stragi. Questo da un lato spiegherebbe perché in Kundun (e in Killers of the flower moon) Scorsese tenda a schierarsi più di quanto non faccia in altri film e dall’altro lato giustificherebbe le critiche rivolte al film da parte di alcuni analisti, che hanno fatto notare un approccio della regia meno lucido e meno profondo del solito.

Ad esempio Serafino Murri scrive nella sua monografia su Scorsese: “Figure come Mao che dà lezioni di marxismo al Dalai Lama spiegandogli che la Religione è l’Oppio dei popoli, per quanta ironia gogoliana si utilizzi nel leggerle, rischiano una semplificazione storica da spot della Mulino Bianco” e prosegue definendo il contenuto “una lettura manichea che abbatte la grandezza dialettica di uno dei massimi analisti dell’aggressività sociale del cinema contemporaneo”. In altre parole “Marty, tu che sei sempre tanto bravo a parlare di violenza senza cadere nella demagogia, come mai questa volta hai banalizzato tutto?”. Il critico comunque non boccia il film, elogiando le scene oniriche e l’abilità del regista nell’usare il mezzo cinema. Ci sarebbe anche da considerare, di nuovo, che la storia è raccontata pur sempre dal punto di vista del Dalai Lama: normale che lui veda l’invasore del Tibet come un essere spietato, ma ok, diciamo che la critica di Murri è sensata. Ho sempre trovato comunque molto bello il fatto che durante il dialogo con Mao il Dalai Lama parli molto poco e quando ci prova venga continuamente interrotto dal dittatore, che sorridendo pontifica riguardo alla religione e al fatto che renda i popoli deboli, mentre una nazione dovrebbe essere formata da cittadini forti, pronti a difendersi (magari anche ad aggredire gli altri?). Alla fine del colloquio, il protagonista, avvilito, finisce per focalizzarsi sulle scarpe di Mao, di ottima fattura, nere, perfettamente tirate a lucido. Sembra un dettaglio da nulla, che Scorsese inquadra come fa spesso quando vuole concentrare l’attenzione del pubblico su quello che i suoi protagonisti vedono, cioè con un’oggettiva-primo piano del Kundun, seguita da una soggettiva del personaggio, ovvero il dettaglio delle scarpe. In realtà con una semplice immagine Scorsese riassume l’ipocrisia del dittatore, marxista-comunista a parole, ma vestito per quello che è: un ricco privilegiato.

Come si può facilmente intuire arrivati a questo punto dell’articolo, in questo bio-pic di spazio per lunghe scene ascetiche che piacciono molto a certi spettatori (pochi) e fanno scappare tutti gli altri ce n’è veramente poco. È un film storico, diretto da una mano riconoscibile, che qui deve per forza tenersi un po’ a briglia corta, per adeguarsi alla materia trattata. Giustamente, perché vedere il Dalai Lama che pesta Frank Vincent su un pezzo dei Rolling Stones ripreso da 20 punti di vista sarebbe fico, ma poco plausibile. Forse l’unico anello davvero debole del film è l’attore protagonista, efficace per il suo aspetto pacato e afflitto, ma poco convinto nella recitazione. Anni dopo la prima visione ho scoperto che Tenzin Tsarong, che interpreta il Kundun nella fetta più ampia della pellicola, è il pronipote del Dalai Lama e all’epoca non aveva certo l’esperienza di un veterano del cinema. Tant’è vero che nella vita il ragazzo avrebbe poi fatto tutt’altro.

“Sì, ma cheppalle, cosa c’è di buono in questo film?” starete dicendo. Per me, oltre a una storia parecchio commovente in diversi punti, c’è sicuramente tutto il comparto tecnico e artistico del film. Scene e costumi sono dei fidati Ferretti e Lo Schiavo, che mai hanno sbagliato un colpo, men che meno diretti da Martin. La fotografia è di Roger Deakins nella prima e unica collaborazione con Scorsese, inutile dire che trattandosi di quello che è forse il miglior direttore della fotografia sulla faccia della Terra, Kundun meriterebbe di essere visto e adorato anche solo per il lavoro sulle immagini. Parlando di maestri nei loro campi, il montaggio è come sempre opera di Thelma “miglior editor del mondo” Schoonmaker. Praticamente vedersi questo film equivale ad assistere a una lezione intensiva dei migliori artigiani del cinema viventi messi insieme. Kundun vanta anche l’unica collaborazione mai avvenuta tra il filmmaker di New York e il musicista Philip Glass, arcinoto pioniere del minimalismo moderno. La colonna sonora di Glass è semplicemente un capolavoro, uno degli ammassi di note più emozionanti, epici e struggenti mai sentiti nel cinema degli ultimi 30 anni e forse anche di più.

Insieme alla fotografia, al montaggio magistrale e al genio di Scorsese, le musiche di Glass sono quello che rende gli ultimi 15 minuti di Kundun una vetta emotiva sentitissima come raramente è capitato nella produzione del cineasta. La sequenza finale racconta la fuga del Dalai Lama verso l’India: tutto avviene in segreto, per evitare attentati o altri colpi di mano da parte dei cinesi. Scortato da alcuni uomini, il Dalai Lama parte di notte dalla capitale del Tibet e viaggia per giorni e giorni su imbarcazioni, a dorso di mulo, a cavallo e a piedi attraverso pianure, deserti e montagne. Scorsese e Schoonmaker comprimono i giorni di viaggio in un quarto d’ora, inframezzando la scena della fuga da una parte con brevi flash-back di alcuni momenti chiave precedenti al viaggio e dall’altra con la costruzione di un mandala, una composizione complicatissima realizzata con polveri colorate che i monaci buddisti devono costruire nell’arco della loro vita prima di distruggerla una volta completata. Con questo montaggio parallelo gli autori equiparano la costruzione e distruzione del mandala alla vita del Dalai Lama e alla Storia del Tibet: in linea con la filosofia buddista, tutto è destinato a nascere, crescere e morire, tutto termina con una sconfitta inevitabile, che in quanto tale può solo essere accettata il più serenamente possibile.

L’intera sequenza è un crescendo serrato, delirante nella sua epicità, dove i toni a tratti ricordano quasi quelli di un fantasy, come nella scena in cui all’arrivo del Kundun sulle montagne, un contadino gli dona un cavallo bianco, camminando verso il ragazzo a rallentatore e sorridendogli con un inchino dopo avergli consegnato le briglie. La ciliegina sulla torta è il ritmo: diseguale, ricco di accelerazioni e distensioni nei momenti più sospesi, con la musica che si adegua al respiro della scena passando da fiati, archi e voci celestiali, a percussioni concitate quando il ritmo aumenta, a un flauto limpido e sereno, come nella scena del contadino. Quando finalmente il Dalai Lama arriva alla frontiera, debole, malato, annichilito dal viaggio e dal senso di colpa per essere stato costretto ad abbandonare il Tibet, la musica si ferma e tutto sembra finito. Con un’insolita (e struggente) coda finale, Scorsese riesce a meravigliarci e commuoverci ancora prima dei titoli di coda. Io a descrivere la bellezza di questo film ci ho provato, buttando dentro anche qualche informazione si spera utile per capirlo meglio. Ma mi rendo conto che restituire lo splendore e il lirismo di alcune intuizioni al limite del sublime che Scorsese ha riversato in quest’opera diventa anche difficile. Rinuncerei volentieri a decine di capolavori freddi come le nevi dell’Himalaya per avere un film costellato di imperfezioni come questo.



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