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L’occhio che uccide (1960): dentro ogni spettatore si nasconde un guardone

«Io sono il cinema. Sono cresciuto con e attraverso il cinema; tutto quello che ho imparato l’ho imparato dal cinema; se mi sono interessato alla pittura, alla letteratura, alla musica, è stato grazie al cinema. Così, quando faccio un film come Peeping Tom, io sono il cinema.»
Michael Powell

Lo abbiamo visto anche la scorsa settimana parlando del film
di Alfred Hitchcock, se per mestiere passi il tempo a raccontare storie,
spiando i personaggi attraverso l’occhio della macchina da presa, prima o poi
ogni regista avrà l’istinto di fare un film sullo sguardo, lo ha fatto anche Michael
Powell, risultato? Ha cambiato per sempre la storia della settima arte e allo
stesso tempo, ha messo fine alla sua stessa carriera (storia vera).

A volte non sono i grandi film a dare una spallata al mondo
del cinema sconvolgendolo dalle fondamenta, a volte sono quelli microscopici,
al limite del B-Movie come “L’occhio che uccide”, titolo italiano che adatta
banalizza l’originale “Peeping Tom”, che fa riferimento alla tradizione popolare
anglosassone, il personaggio diventato cieco dopo aver spiato Lady Godiva
mentre cavalcava nuda. Evitiamo battutacce fin troppo facili ok? Fate i bravi.

Michael Powell girò questo film come ripiego e forse anche
per togliersi qualche sassolino dalle scarpe dopo una lunga carriera, un
prodotto a basso budget girato in poche settimane e costato appena 135 mila
sterline, con le idee chiarissime e una forza dirompente tale da sconvolgere
tutti, ma proprio tutti alla sua uscita.

“Che cagnara è solo un film, pensare che Facebook non è ancora stato inventato”

La filmografia di Powell, lunga quanto la vostra gamba e
realizzata in buona parte con il sodale Emeric Pressburger non si discute,
rappresenta una lunga lista di titoli da studiare per qualunque appassionato di
cinema, tra i suoi titoli è doveroso ricordare una tripletta di classici
realizzati uno via l’altro come “Scala al paradiso” (1946), “Narciso nero” (1947)
e “Scarpette rosse” (1948), scusate se è poco. Va detto che “Peeping Tom” per certi versi
rappresenta un’inversione ad “U” nelle atmosfere dei film di Powell, che qui ha
fatto davvero tutto da solo, senza lo zampino del suo compare Emeric
Pressburger, al massimo dello storico sceneggiatore Leo Marks, il risultato? Un
capolavoro, anzi un vero Classido che però come l’arte nella sua forma
migliore, ha offeso tutti.

Se siete tra quelli che amano recuperare le recensioni d’epoca
(tendenza che sta tornando di moda ma per i motivi sbagliati) potrete divertivi
a leggere le invettive delle penne intinte nel curaro che non risparmiarono
niente al film di Powell, considerato osceno, morboso, da gettare nello scarico
e mi riferisco alle recensioni più tenere (storia vera). La rivalutazione di
questo classico fondamentale è arrivata solo negli anni ’70, grazie a nomi come
Francis Ford Coppola e Martin Scorsese, che non solo hanno curato il restauro
della pellicola ma zio Martino in particolare, annovera questo film, insieme a “8
½” di Fellini, tra le basi di tutto il cinema giusto, grazie a Padre Tempo – il miglior
critico cinematografico del mondo – è facile capire il perché.

La mia stessa reazione davanti ai film del maledetto GIEI GIEI Abrams.

Il film venne talmente massacrato che alcune parti tagliate
sono andate perdute per sempre, la versione da 101 minuti è quella più vicina
all’idea che Powell aveva del film, anche perché il regista per sua ammissione
non ha mai amato i film eccessivamente lunghi oppure quelli con movimenti di
macchina da presa troppo ricercati, avrà pure fatto fare un salto di 180 gradi
al suo cinema con questo film, ma su questo punto fermo non ha voluto cambiare abitudini,
anche perché il balzo rivoluzionario di “Peeping Tom” è quello con cui Powell
ci ha portati dall’altra parte del punto di vista abituale dei film, rendendo
protagonista la macchina da presa e soprattutto l’occhio di chi la utilizza per
raccontare storie.

La storia considerata tanto scandalosa nel 1960 è quella di Mark
Lewis (l’attore Karlheinz Böhm, aggreditato come Carl Boehm) un operatore e
fotografo cinematografico schivo e introverso, che sogna di diventare un regista
anche se il suo passato è stato segnato dal trauma di un padre violento, che lo
utilizzava e lo riprendeva nei suoi esperimenti sulle reazioni dei bambini alla
paura, un amore di papà insomma. Per dirvi del coinvolgimento del regista in
questa sua opera, quando nel corso del film anche noi spettatori avremmo l’occasione
di dare un’occhiata allo sfocato filmino paterno, il padre di Mark in quella
scena è interpretato dallo stesso Michael Powell che se mi è concesso un
paragone, è un po’ come quando vediamo la mano di Debra Hill brandire il
coltello nella soggettiva iniziale che apre Halloween di John Carpenter, giusto per iniziare la parata di titoli famosi che non
sarebbero esistiti senza “Peeping Tom”.

I famigerati cinque minuti iniziali, che qui hanno fatto davvero scuola.

Crescendo il nostro Mark ha sviluppato un’ossessione
scopofila e non ridete! Si chiama proprio così, che lo poterò non solo ad
uccidere le sue vittime ma a riprenderle per immortalare il momento della loro
morte e attraverso uno specchio montato accanto all’obbiettivo della sua
macchina da presa, mostrarlo anche alle povere malcapitate.

Luci, motore, azione… MORTE!

“L’occhio che uccide” non solo è uno dei primi film che io
ricordi a portarci per esigenze narrative su un set cinematografico,
mostrandoci tutta la preparazione che da semplici fruitori del prodotto finito di solito ci perdiamo, la scelta delle lenti, il posizionamento della macchina da prese e
delle luci sul set, ma anche le dinamiche tra regista e attrici con cui Powell,
dall’alto di una lunga carriera non solo conosceva bene, ma era anche
prontissimo a mettere un po’ alla berlina. Ma prima di tutto questo è chiaro
quanto “Peeping Tom” sia diventato un film fondamentale nel tracciare i canoni
del genere Thriller ma anche dell’Horror.

Mark paga il suo essere diventato un “guardone” (come da
titolo originale appunto) ed è ossessionato dal tentare di cogliere un momento,
nel film afferma «Tutto ciò che riprendo è perduto» e in questo senso sembra di
sentir parlare l’allora 55enne Michael Powell, una vita dedicata al cinema con
la consapevolezza che fermare il tempo è qualcosa di impossibile, quello che viene impresso
su pellicola in realtà è, ma sarà sempre, un momento irrimediabilmente passato.

Si capisce che lo sguardo in questo film conta no?

Ma il film risulta all’avanguardia anche nel delineare lo stile con cui verranno realizzati un quintale di film usciti dopo “Peeping
Tom”, basta pensare all’inesorabile inquadratura che si avvicina alle vittime
terrorizzate, che diventerà un classico del Giallo all’italiana, ma dove il
film eccelle è nel tracciare il perfetto identikit dell’assassino.

Il sociopatico incapace di relazionarsi, con un trauma
indotto dalla famiglia alle spalle, soggetto ad una sessualità frustata,
repressa, che si manifesta solo attraverso la scopofilia (vi vedo che state
ridendo sotto i baffi), ma anche la volontà di uccidere che procede mano nella
mano con quella di essere catturato, tutti elementi classici che torneranno
quasi identici in centinaia di altri film. Mi viene da pensare a Brian De Palma
che ha più volte omaggiato il lavoro di Powell nel corso della sua filmografia
oppure a versioni anche più estreme ma aderenti al canone creato dal regista
inglese, come ad esempio Maniac di William Lustig.

Il tassametro dei film influenzati da Powell corre.

“L’occhio che uccide” è uno di quei classici talmente seminali,
che guardandolo (verbo più che mai azzeccando) dopo l’infinità di film che ha
influenzato, potrebbe quasi risultare banale nelle svolte, ma il primo a
portare in scena l’accoppiata composta da un assassino in fissa con l’atto di
guardare e una ragazza angelicata, che in quanto non vedente potrebbe essere l’unica
in grado di salvarlo dalle sue stesse pulsioni è stato proprio Powell. Mi è
impossibile credere che questa soluzione, questa scelta di personaggi non abbia
influenzato Thomas Harris prima e Michael Mann poi, per caratterizzare un cattivo iconico come Francis Dollarhyde.

“Queste invece erano le mie vacanze al lago…”

Anzi a volerla dire proprio tutta, l’omicidio in soggettiva,
la morte in diretta che il protagonista del film rivive attraverso le immagini
(e noi spettatori con lui), era anche lo spunto di partenza di Strange Days, anche se Kathryn Bigelow
nel 1995 ha letteralmente inventato una nuova macchina da presa per le riprese
in soggettiva, dimostrando di aver fatto sua la lezione di Powell e di questo
film.

Utilizzando uno stile per nulla invadente, quasi minimale
nella saggezza con cui Powell qui, trova sempre l’inquadratura più adatta,
questo film da una parte porta avanti la classica trama che per comodità
riassumerò etichettandola come investigativa, dall’altra si muove in territori
nuovi, mettendo al centro della vicenda il voyeurismo con cui Powell ci rende
tutti complici del protagonista, per certi aspetti siamo noi che smettendo di
guardare, potremmo mettere fine alla sofferenza delle sue vittime, ma continuiamo
a farlo perché in fondo, vogliamo guardare, per sapere come continua la storia
e quindi qui, forse bisogna mettere in lista anche i due “Funny Games” di Michael Haneke (originale e auto-remake americano), tra i film che devono più di qualcosa
a “Peeping Tom”, che sarà anche stato fondamentale, ma di certo non fortunato.

Quello che succede sul set, resta sul set.

Mantenendo come riferimento l’uscita nei cinema inglesi,
perché proprio da Albione arrivavano i due registi in questione, “L’occhio che uccide” uscito
nel maggio del 1960 è stato massacrato dalla critica e decisamente
affossato in termini di popolarità da Psycho di
Alfred Hitchock (quando si parla di sguardo, lui è sempre nella zona delle
operazioni) uscito invece nei cinema Inglesi a settembre dello stesso anno e
accolto decisamente meglio.

A parità di ruolo fondamentale nella storia del cinema per
entrambi i titoli, il film di zio Hitch si giocava un protagonista altrettanto
disturbato, ma attraverso una regia un po’ più ricercata, meno diretta nel
costringere il pubblico a guardare diventando complici, forse ha potuto evitare
qualche polemica, ma niente mi toglie dalla testa che senza Powell a fare da
apripista, sacrificando la carriera in nome dell’arte in un’immedesimazione
totale con il suo protagonista, anche il film di Hitchock sarebbe stato
recepito dal pubblico e dalla critica in maniera differente rispetto a come ancora
oggi viene ricordato.

Ogni tanto dovremmo fare qualcosa di nuovo, magari guardare un film!

Ecco forse perché tutti conoscono Norman Bates ma pochi
ricordano Mark Lewis, anche se “Peeping Tom” è un film fondamentale, anche solo
per capire le radici nobili di tanto grande cinema, per quanto tutto questo sia
nato in una pellicola costata solo 135 mila sterline. Ora mi toccherà prendere
il toro per le corna e affrontare anche l’ultimo grande titolo dedicato allo
sguardo e all’atto di guardare, intanto ci tenevo molto ad avere questo classico qui
sulla Bara.

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