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La casa che grondava sangue (1971): bella da morire

L’agente immobiliare della Bara Volante torna per farvi fare il giro in un’altra casa Horror, Enry Orso oggi ci parlerà del suo preferito, Christopher Lee, e della preferita di tutti, Ingrid Pitt, buona visita!

Agenti immobiliari, nemmeno il sole li ferma… Enry Orso, la palla è nel tuo campo,

Benvenuti in Casa Amicus. In senso letterale, perché è proprio una domus – una magione – la protagonista di questo film. In origine doveva intitolarsi Death and the Maiden, per caratterizzare meglio l’abbinamento morte/figure femminili che popolano il film e i singoli episodi, ma i produttori decisero di optare per un titolo dall’appeal più commerciale: Casa che grondava sangue, quattro episodi più bonus cantina, ampio terrore e brividi d’epoca. Vostra per un biglietto del cinema e popcorn trattabili [Roman Polański face un film con quel titolo nel 1994, alla faccia della Amicus. Nota Cassidiana]

Che poi è un po’ il marchio di fabbrica di Casa Amicus: film più fumettoni che gotici, strutturati con una storia – cornice che introduce il film, quattro o cinque racconti brevi (di solito il primo e l’ultimo sono i migliori) e un colpo di coda beffardo che si abbatte come un fulmine a chiudere la visione. Una formula che ha portato fortuna alla casa, facendo degli omnibus il suo marchio di fabbrica, declinandoli in più varianti.

Una buona costruzione ha solide fondamenta, e questa Casa gode della sceneggiatura di Robert Bloch che rimaneggia alcuni suoi racconti assieme a John Russ. Faccio una piccola digressione letteraria: Robert Bloch è stato uno scrittore prolifico, dalla prosa coincisa ma suggestiva, capace di creare dei racconti brevi e fulminanti: dei tiramisù avvelenati. Le sue donne sono soavi ancelle di morte e il mio consiglio è di recuperare l’antologia Belle da Morire edita da Bompiani che si apre col racconto, La più dolce delle bambine che troviamo adattato in questo film con uguale perfidia.

Qui abbiamo il soggiorno con ampia balconata. È accatastato come Ingrid Pitt.

A dirigere i lavori è Peter Duffell che sostituisce Freddie Francis, già regista dei primi due (ottimi) omnibus il quale vorrebbe sbilanciare tutto sul lato commedia, ma siccome è Milton Subtosky a pagare, Duffel deve rigirare, tagliare e virare più sull’horror, anche se il tono in bilico fra i generi è rimasto nel film, come una carta da parati sotto la mano di bianco.

Però ora suoniamo il campanello, ci puliamo i piedi sullo zerbino e visitiamo l’immobile. L’ispettore Holloway, indagando sulla scomparsa dell’attore Paul Henderson (Jon Pertwee, il terzo Doctor Who) avvenuta in una villa fuori città, ascolta quattro storie legate ai precedenti inquilini dall’agente immobiliare Stoker: capito dove si va a parare?

Method for Murder: uno scrittore (Denholm Eliott il Marcus Brody della serie di Indiana Jones) è perseguitato da Domink, uno dei suoi personaggi che ha il brutto vizio di ammazzare i suoi conoscenti. Un episodio di complotto, corna e vendetta con fa da ingresso e zona giorno; interessante, ma il meglio arriva dopo.

«Perdersi in un museo. Che sciocchezza, vero buonuomo?»

Waxworks: e infatti ci pensa Peter Cushing ad alzare il tiro nei panni di un agente di cambio in pensione che assieme al suo amico (Joss Ackland) rimangono prima affascinati, poi ossessionati dalla statua di Salomè esposta nel museo delle cere cittadino. Troppi uomini per Salomè, c’è da perdere la testa… Di netto. L’episodio che fa anche da locandina al film è uno dei migliori e si regge tutto sui mezzi toni di Peter Cushing, che dimostra la sua classe british semplicemente passeggiando. Anche se rimangono tracce di rimpolpamenti voluti da Duffel nella sequenza psichedelica della statua di Salomè, scena che tra l’altro ha richiesto un giorno di lavorazione, ma che sembra la copia sotto acido del precedente Le cinque chiavi del terrore, di Francis. Una buona sala da pranzo.

Sweets to the Sweet: Eccovelo tiè, il salone di rappresentanza, dove l’incazzoso vedovo e padre John Reid (Christopher Lee) assume una tutrice per la figlia Jane. La donna instaura un bel rapporto con la bambina e si costerna si indigna e offende quando il padre non permette alla pargola di avere giocattoli, o di farsi degli amici. Però Jane ha paura del fuoco e non è il caso che abbia bambole sottomano. Unite i puntini… Segmento tratto dal racconto di cui ho parlato prima: sulla carta è superiore perché descrive la crudele innocenza dei bambini dopo che gli hai fracassato i maroni in modo (per loro) ingiusto. Sullo schermo invece, funziona l’incomprensione su chi sia il vero cattivo, perché avere Lee come padre-padrone… In realtà si sperava che Lee interpretasse l’ultimo episodio che parla di vampiri (guarda caso!), ma il nostro ha risposto col gesto dell’ombrello in otto lingue diverse.

Non si direbbe in giro che ha un papà vampiro… Ransie Jane è una strega bella e deliziosa sai, ma se si arrabbia allora sono guai. (Quasi cit)

Ed è il momento di entrare nella zona notte con The Cloak: l’attore di film horror Paul Henderson sta girando un film di vampiri, ma fa i capricci da divo: strapazza il regista e si lamenta che gli horror veri sono “Quelli con Boris Karloff e Bela Lugosi… Not the other fellow!”, con chi ce l’avrà mai? Comunque, la frecciata si perde nel doppiaggio italiano. Per avere più realismo compra un mantello autentico da uno strano antiquario, ma questo lo trasformerà in un vero vampiro… Degna chiusura con finale beffardo. Decisamente (e volutamente) il più comico degli episodi, sia per il tono generale, che gli svolazzamenti goffi del novello vampiro (idea suggerita dallo stesso Pertwee). Non c’è Lee, ma in compenso abbiamo la burrosa Ingrid Pitt al top della sua carriera vampiresca. E va benissimo così. Siccome quattro episodi non fanno un indizio, l’ispettore Holloway deciderà di ispezionare la villa verso mezzanotte. Forse sperava in una ronda di piacere, come diceva la canzone…

«Questa è l’ultima volta che citofonate! Domani trasloco in Stiria!»

Nonostante la pellicola sia ad episodi, la cornice qui diventa un segmento autonomo più che un colpo di coda finale. Di tutti gli omnibus della Amicus, questo è il più maturo e calibrato, tanto che viene citato come il film horror preferito di uno dei protagonisti in Scream 2. Ah, fan… Storie diverse, che riflettono la personalità di chi abita la casa, capaci di passare dall’ironico al macabro sfumando di tonalità, come una mano di vernice da una stanza all’altra: rossa, ovviamente.

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