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La casa di carta – Stagione 1 & 2: Una serie valida quanto una banconota da tre Euro

Ho iniziato a farmi quest’idea in testa, lo so che il fatto
che io pensi a qualcosa è già di suo una notizia, però fatemi contento e
abbiate la pazienza necessaria per leggere due minuti della mia biliosa
riflessione.


L’impressione che mi sono fatto è che se il cinema gioca sul
sicuro, proponendo seguiti e remake degli stessi soggetti ultra noti presso il
grande pubblico, le serie tv, invece, siano ancora il campo dove sperimentare
quelle storie su cui al cinema nessuno punterebbe mai. Ad esempio, avete visto Happy? No, non lo ha visto nessuno finché
non è entrato a far parte del palinsesto di Netflix, a quel punto è diventato
la serie preferita di tutti, com’era inevitabile che fosse.
Il fumetto da cui è stata tratta Happy, poteva diventare
comodamente un film di culto di un’ora e mezza, se qualcuno avesse avuto le
palle di produrlo, invece è diventato una serie televisiva con l’obbligo di
continuare. Qui arriviamo al problema: le serie tv per loro struttura, sparano
in aria cercando di colpire un soggetto che piaccia al pubblico, ma non è per
forza detto che quella storia possa continuare per tanti anni, o anche solo
funzionare spalmata su tanti minuti, da questo punto di vista, sto aspettando
la varco la seconda stagione di Tredici, perché voglio proprio mettere alla
prova la mia (stramba) teoria.
Quindi, se da un lato abbiamo serie tv di ottima qualità che
vengono chiuse, perché semplicemente non disponibili sulle grandi piattaforme
di streaming, dall’altro abbiamo soggetti che potrebbero diventare ottimi
film e che, invece, diventano serie tv, ma occhio che qui arriva il problema
numero due.

Ammettiamolo, l’immagine promozionale è una bomba!

Sono solo io, oppure anche voi avete notato che qualunque
stronzata che Netflix mette sul suo paginone centrale, viene vista da tipo… Chiunque? Che poi lo so, è l’intento di un canale di streaming, il problema è
che avere a disposizione TUTTO, ci sta rendendo sempre più pigri nel cercare
roba che sia davvero di qualità, a questo aggiungete il tam tam mediatico del
passaparola e la frittata è fatta.

I rapinatori di “La casa de papel”, con i loro cappucci
rossi e le loro maschere di gomma di Salvador Dalì, mi hanno attirato subito,
un Heist movie in salsa spagnola? No, dai, da vedere! Eppure, ci ho messo
parecchio prima di decidermi. Più o meno quando TUTTI hanno iniziato a dirmi
che “La casa di carta” è come minimo un capolavoro, mi sono convinto.
Com’è andata? Ho divorato i primi tre episodi della prima
stagione (faccio riferimento alla divisione in episodi fatta da Netflix), ma già
dalla puntata 1×04 il mio entusiasmo è quasi del tutto terminato, mi sono
ripreso giusto un po’ con “Bella ciao” e lasciatemi l’icona aperta su questo punto,
poi mi sono trascinato con gran fatica fino al finale, anzi lo ammetto
candidamente: per una buona porzione della stagione due mi sono fatto anche delle
discrete ronfate (storia vera).

“Arrendetevi sono Morfeo! Siete tutti miei prigionieri!”.

Il soggetto, come dicevo, non è bello, è micidiale! Un tizio
occhialuto che si fa chiamare “Il professore” (Álvaro Morte e qui mi viene
voglia di citare i Monty Python, ma cercherò di trattenermi) raduna una banda di
gatti senza collare notevole, per cinque mesi tra le campagne di Toledo, si
allenano per mettere a punto un piano che il professore ha impiegato una vita
intera per mettere a punto. Un piano che fin dal primo episodio ci viene
venduto come perfetto, senza che poi la serie ci dimostri con i fatti che è
davvero così, ma andiamo per gradi.

I rapinatori sono uno più spiantato dell’altro, ognuno
scappa dai casini della sua vita e sono tutti stati scelti per svolgere una
funzione, invece di avere i nomi dei colori come “Le Iene” di Tarantino “Il colpo della metropolitana” (The Taking of Pelham One Two Three, 1974), hanno
nomi di città, la regola sarebbe quella di non avere nessun rapporto personale
tra di loro, ma dopo un minuto di puntata scopriamo che è la prima (di tante)
cazzate di questa serie, perché “Mosca” (Paco Tous) e “Denver” (Jaime Lorente)
sono padre e figlio, quindi tanti saluti ai rapporti personali.

Anche un ottimo modo per ripassare un po’ di geografia ora che ci penso.

Tra i più coloriti del gruppo, di sicuro “Berlino” (Pedro
Alonso) maniaco del controllo dai modi da serial killer, “Nairobi” (Alba Flores)
esperta di banconote false e comica del gruppo, ah poi ci sono i miei preferiti
“Olso” ed “Helsinki” che più o meno nella serie vengono caratterizzati così: sono quelli con la barba. Fine della caratterizzazione dei personaggi. Ah sì,
poi ci viene accennato che uno dei due è gay, ma anche se ci avessero detto che
è una fatina delle favole, non sarebbe cambiato una beneamata per il
personaggio.

Quella forse più in vista di tutti però è “Tokyo”, forse per
il semplice fatto che è interpretata da Úrsula Corberó che, poi, è quella con il
compito di essere la gnocca di turno, niente da dire, compito che svolge alla
grande, peccato che il suo personaggio sia una cagaminchia di prima categoria.
Persino quando va tutto bene per i rapinatori, Tokyo trova sistematicamente dei
modi stupidissimi per non rispettare le regole del professore mettendo in
pericolo non solo tutta l’operazione, ma anche i suoi compagni, compreso “Rio”
(Miguel Herrán) l’esperto di computer di cui è innamorata.
John Woo perdonali, perché non sanno quello che fanno.

Un personaggio davvero assurdo, sembra la “Bastian contraria”
per il puro gusto di esserlo, non perché abbia delle vere motivazioni per farlo,
ma direi che tutto questo rientra nei tanti passaggi a vuoto della
sceneggiatura che tutto mi è sembrato, tranne al livello del capolavoro di cui
ho sentito parlare in giro.

Di fondo, “La casa di carta” è un’idea davvero ottima, perché
il piano del Professore non prevede di portare via tutti i soldi dei poveri
contribuenti spagnoli, quanto piuttosto una missione con obbiettivi ben più
alti: stampare 2400 milioni di Euro di bancone nuove di pacca, con cui fare un “Iniezione
di liquidità” nelle tasche della banda. Ma per stampare tutti quei biglietti ci
vuole del tempo ed è qui che il “Piano perfetto” dovrebbe rivelarsi tale, il
Professore avrebbe già pianificato tutte le mosse della polizia e le relative
contromosse, l’obbiettivo è quello di barricarsi dentro la zecca di Stato e
far perdere più tempo possibile alla polizia, in modo da porte spingere le
rotative al massimo e stampare il malloppone. Figo, no? Molto, peccato che la
realizzazione, la scrittura e la recitazione non siano affatto all’altezza di una
premessa così.

Su di lei, vi lascio nelle mani del massimo esperto mondiale
del settore.

Per prima cosa, ho trovato ridicolo il fatto che la banda
abbia fatto tutto sto casino, per stampare milioni di Euro in banconote da 50,
perché non stamparli subito in banconote da 500 e risparmiare dieci volte il
tempo necessario per farlo? Berlino in una riga di dialogo ci spiega che le
banconote da 500 sono volgari e le usano solo i Russi in vacanza. Fine
della spiegazione. No, ma sul serio gente, di cosa stiamo parlando?

“Ho avuto un’idea, stampiamo quella da 5 Euro e facciamo durare la serie dodici stagioni”.

L’idea di perdere tempo della banda, si riflette su noi
spettatori, “La casa di carta” o come lo ha brillantemente etichettato la mia Wing-woman
“la casa di carta da culo”, sembra una di quelle soap opera argentine per come
è recitata (e pure scritta), i personaggi sono scritti con l’accetta e le
svolte sono spesso grossolane e senza logica.

Tutto il passato dell’ispettrice Raquel Murillo (Itziar
Ituño) la poliziotta a capo dell’operazione per sgominare la banda è scritto a
tirar via, Raquel ci viene mostrata come una donna che deve sgomitare in un
mondo di uomini, una che ancora vive nell’incubo di un ex marito violento e con
il terrore che gli possa portare via la figlia. Proprio Raquel dovrebbe essere
la sabbia nell’ingranaggio ben oliato messo su dal Professore che gioca al
gatto con il topo via radio con lei, ma dall’altra parte se ne innamora.

Sono l’unico che trova Nairobi più sexy di Tokyo? Si vero? Ok la smetto.

Non aiuta nemmeno il fatto che Itziar Ituño sia tipo cento
volte più carismatica di Álvaro Morte, che tutto sommato, ha il carisma di Topo
Gigio (non so come si dica in Spagnolo, forse Rata Gigio), no sul serio: Salvador
Martín il Professore, l’uomo senza passato e dalla doppia vita dovrebbe essere
scritto e interpretato al livello del Walter White di “Breaking Bad”, dovrebbe
essere un cattivo per cui fare il tifo, uno che con astuzia, voglia di farla
sempre franca e carisma, si conquista il pubblico.

Sulla carta dovrebbe essere un “Gualtiero Blanco”, in pratica è solo uno con gli occhiali.

Invece, il più delle volte il Professore riesce a fregare
la polizia, ma la serie è scritta talmente male che più che per una sua manifesta
superiorità intellettuale, sembra per stupidità da parte della
polizia spagnola. E non fatemi nemmeno iniziare a parlare dell’odioso Arturo
Román (Enrique Arce) personaggio che parte come uno stronzo che sfrutta tutti
per arrivare ai suoi fini, si evolve in uno stronzo più grosso e termina il
suo arco narrativo come un enorme stronzo urticante che non è chiaro perché
sia protagonista di così tante scene, visto che bastardo era e bastardo rimane
fino alla fine.

Inoltre, lo so di essere a mia volta un gran rompicoglioni,
ma porco mondo! La voce narrante dovresti saperla usare, sapete come NON si usa
la voce narrante? Non la si usa per descrivere scene che sono già state
spiegate con i dialoghi e con le immagini. Sapete cosa fa la voce narrante in
questa serie? Bravi! Sottolinea l’ovvio, ripete quello che abbiamo visto un
minuto prima sullo schermo risultando odiosa e ridondante almeno quanto Arturo
Román.

No sul serio, quanti scapperebbero davvero da una poliziotta così?

Quello che ho trovato ridicolo è il modo in cui, per
gran parte di questa serie, nessuno muore. No, sul serio, ci saranno cinque o
sei momenti in cui un personaggio chiave rischia la vita, oppure viene dato già
per spacciato ed invece, come per “Magilla”, lo ritroviamo quasi sempre vivo e
vegeto, questo anche a scanso della credibilità degli eventi e della storia. L’idea
che mi sono fatto, mentre guardavo gli episodi, è che questa “Fiction” (nel
senso più dispregiativo del termine) andasse in onda sull’equivalente spagnolo
di Rai Due, quindi non potesse mostrare morti e violenza in prima serata, dopo
una breve ricerca ho scoperto che in Spagna va in onda su Antenna 3, quindi
ogni tanto qualche teoria l’azzecco pure io.

Alla faccia dei tanti cori di “Capolavorò” a me questa serie
è sembrata poco più di uno sceneggiato tedesco con la differenza che per lo
meno i Tedeschi le scene d’azione le sanno girare, mentre “La casa di carta”
può vantare alcune delle scene d’azione più ridicole viste di recente in una
produzione di tale visibilità.

Per questo colpo avremo bisogno di un piano e di una buona dose di… fortuna!

Non c’è un singolo attore in tutta la serie che abbia idea di
come si tenga in mano un’arma, l’apice è Úrsula Corberó, ma lei è un caso a
parte, ogni volta che viene inquadrata è così impegnata a spararsi le pose che
più che davanti alla macchina da presa, sembra di stare guardando il suo
profilo Instagram. Ma è proprio la qualità delle scene d’azione a far venir
voglia di colpirsi il volto a ripetizione nell’universale gesto del
Facciapalmo.

Era dai tempi dell’A-Team che non vedevo le scintille sulle
pareti per simulare i proiettili esplosi e non mandati a segno e, allo stesso
modo, i protagonisti, in faccia alla logica, riescono, se la trama lo richiede,
a passare attraverso nuvole di proiettili senza nemmeno un graffio, anche se a
sparargli addosso hanno tre (e dico TRE) cecchini e un’intera squadra di polizia
in tenuta anti sommossa.

“Non ho idea di quello che sto facendo!” , “Tranquilla, anche il regista”.

Poi, io posso capire tutto, ma proprio tutto, la poca
esperienza, i limiti del canale televisivo, però almeno abbiate il buon
gusto, se state mettendo in scena uno spettacolo indecoroso come questo, di NON
usare come sottofondo musicale alla scena di rapina andata a buon fine, l’Inno
alla gioia di Beethoven, no sul serio? Sul serio pensate di potervi permettere
di citare Trappola di cristallo ed
uscirne impuniti? Vergogna, anzi, Vergüenza!

Ma dove “La casa di carta” manca il bersaglio di svariati
metri, è quando cerca di giocarsi un sotto testo politico che sulla (casa di)
carta, sarebbe anche molto interessante, peccato che sia realizzato in modo
imbarazzante. Il Professore e i suoi si sono autonominati la resistenza, il
loro piano è una stoccata al sistema capitalistico che rende schiavi tutti, motivo
per cui, con adorabile accento spagnolo, i nostri rapinatori rosso vestiti (e
mi rendo conto fare parte di un grande METAFORONE) cantano “Bella ciao”.

Pure la canzone ci hanno scippato.

Peccato che la grande critica al Capitalismo del Professore
si riduca ad una linea di dialogo con lo spessore morale di un commento sul
Faccialibro dei classici “Indignados” da Social-cosi, una roba del tipo: “Lo sai
che il governo ha stampato dei soldi??? VERGONIAAAA condividi se sei indignato”.
No, sul serio, io vorrei stare esagerando, ma le motivazioni del personaggio sono
più o meno di questa caratura ed è ancora più assurdo che sulla base di un
discorsetto del genere, riesca anche a far cambiare bandiera a personaggi che
fino ad un minuto prima sarebbero stati pronti a dare la vita per fermare il
suo piano.

Cosa salvo di questa serie? Un cosa sola, così chiudo anche
l’icona lasciata lassù aperta: salvo proprio “Bella ciao” che sarò pure di
parte (e tranquilli, lo sono), per me dovrebbe essere l’inno nazionale di
questo strambo Paese a forma di scarpa, altro che quella mazurca che dice “Siam
pronti alla morte”, gli Italiani non sono pronti alla morte quasi per niente,
se non quando le cose si fanno dannatamente serie e allora non si scherza più. Proprio per questo “Bella ciao” è un po’ troppo bella per fare la sua presenza
in una serie scritta così male, poi apprezzo l’uso fuori contesto della musica,
quindi siete perdonati amici spagnoli, ma il prossimo che viene a dirmi che
questa serie è bella bellissima, lo costringo a vedere tutte le scene d’azione
di “La casa di carta” in stile “Cura Ludovico” e con l’Inno alla gioia come
sottofondo, ok?
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