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La casa nera (1991): vengono fuori dalle pareti, vengono fuori dalle fottute pareti!

Percorrendo una strada è piuttosto normale imbattersi in
qualche casa, quella che visiteremo oggi è particolarmente bizzarra, vi avviso,
bentornati a… Craven Road!

Non voglio girarci troppo attorno, so che “La casa nera”
è un titolo che divide, molti lo considerano un film a suo modo di culto, per
altri, invece, è un Craven minore abbastanza truculento, ma non il primo titolo
che ti verrebbe in mente da consigliare a qualcuno che volesse fare la
conoscenza del cinema del maestro di Cleveland. Da parte mia, ho una posizione
chiarissima: se voi mi dite “La casa nera” è facile che io esploda a ridere per
riflesso condizionato (storia vera).

La prima volta che ho visto questo film, avrò avuto circa
tredici anni, non ero tanto più vecchio di Grullo, il protagonista del film che
ho scoperto aver cambiato soprannome in questi anni, dopo il ridoppiaggio del
film ora si chiama Matto. Come un ragazzo che giocava a basket con me tempo fa
per altro (storia vera).

“Sei strano Cassidy, ma quelli che frequenti non sono certo da meno”

Ai tempi un mio amico ed io (ciao Beppe!) guardavamo film
a ripetizione, lui non aveva una gran propensione per gli horror, ma finivamo
comunque a guardare titoli grondanti sangue, “La casa nera” lo avevamo
registrato in tv pescandolo da qualche passaggio televisivo, uno di quei film
di cui non sapevamo nulla della storia e guardandolo… Beh, siamo impazziti. Sì,
perché il mio compare per stemperare la tensione di tutte quelle manine che
uscivano dalle intercapedini della casa del film, ha iniziato ovviamente a fare
battutine, ma secondo voi io potevo essere da meno? Risultato finale: tra
un’esultanza per ogni nuovo morto e sottolineando l’innumerevole numero di
volte in cui nel film qualcuno pronuncia la frase «Brucia all’inferno!» (ci
sarebbero gli estremi per un gioco alcolico), per noi “La casa nera” è
diventato un piccolo culto, uno di quei film da citare e ricordare, proprio in
virtù del pomeriggio passato con questo film.

Leroy e le sue grandi lezioni di vita.

I buoni consigli di nonno Booker (Bill Cobbs), lo strano
cappello e l’ancora più strano destino di Leroy (Ving Rhames), lo strano finale
del film con “zombie” in strada come nel video di “Thriller” di Michael
Jackson, sono tutti elementi che ci hanno fatto appassionare al film, basta
dire che per vicinanza anagrafica con Grullo (o Matto? Vabbè, con il
protagonista) la frase di Leroy: «Hai un’età sfigata, troppo grande per
giocare, troppo piccolo per scopare, sei fottuto in ogni caso» è diventata una
sorta di tormentone per noi, anche se la ricordavo diversa ad essere onesto, come
sono piuttosto sicuro che il “mostro” dentro la parete si chiamasse (con buona
dose di umorismo nero) Rauco e non Blatta, me lo ricordo perché al mio amico
chiesi: «Com’è che si chiama? Glauco?» e da allora è rimasto Glauco, non so se
è la mia memoria che m’inganna (probabile) oppure il ridoppiaggio è passato
come pialla anche sul povero Glauco.

Possono chiamarti come vogliono, per me sarai sempre Glauco.

Sta di fatto che ho un’affezione particolare per “La casa
nera”, un film in cui zio Wessy ha cercato di tirare le fila di molti elementi
chiave del suo cinema, applicandoli ad un’atmosfera da favola, perfetta per il
cinema horror, perché di fatto le fiabe sono state la prima forma di racconti
dell’orrore, quindi il colto professor Craven non ha fatto altro che riportarci
all’origine del genere.

Ma le influenze di “La casa nera” sono tante, ormai con
questa rubrica abbiamo imparato che zio Wessy era uno a cui piaceva parecchio
romanzare i fatti legati alle genesi dei suoi film, ad esempio, per questo
stando alle sue affermazioni sembra che Craven si sia ispirato ad un fatto di
cronaca (mi sembra il caso di aggiungere nera). Wes aveva conservato un vecchio
articolo di giornale che descriveva degli eventi accaduti nel 1978: alcuni
scassinatori di colore si infilarono in una viletta per ripulirla, solo per trovarci
dentro un paio di bambini costretti a vivere in casa dai genitori senza poter
mai uscire. Non ho trovato conferme su questo fatto, ma immagino che Craven
fosse un lettore di giornali accanito, uno di quelli che legge tutto fino
all’ultimo trafiletto dell’ultimo articolo, visto che aveva già dichiarato che
anche l’idea per Nightmare gli era
venuta leggendo un articolo di giornale.

‘Cause this is thriller, thriller night (cit.)

Bisogna dire che alla sua uscita nel 1991, “La casa nera”
è stato anche un discreto successo al botteghino, costato solo sei milioni di
fogli verdi con sopra facce di ex presidenti defunti, questa fatica di Craven
portò a casa più di trenta milioni restando tra i film più visti per dieci
settimane di fila (storia vera). Anche se, fatemi togliere questo sasso dalla
scarpa, avranno ridoppiato il film, ma il titolo italiano resta veramente
piatto.

Mi rendo conto che sia un classico per il nostro mercato,
hai un horror? Tu piazzaci dentro una casa nel titolo e non puoi sbagliare! Ma qui il concetto è proprio stato
travisato, la casa nel film è l’unica abitata da una famiglia di bianchi, in un
quartiere interamente nero (e poverissimo), quindi al massimo avrebbe dovuto
essere “La casa bianca”, forse avrebbe creato un po’ di confusione con l’altra
casa bianca piuttosto famosa, ma considerando chi la occupa oggi (uno toccato
tanto quanto Wendy Robie e Everett McGill, la mamma e il papà psicopatici di
questo film) forse sarebbe stato anche il titolo più azzeccato.

Direttamente dal sottoscala, i titoli di testa del film come da tradizione.

Continuo a pensare che l’originale “The people under the
stairs” sia molto migliore, non solo perché quando nella camera di Alice spunta
il braccetto pallido che le restituisce la forchetta, da spettatori viene
istintivo cambiare posizione sulla poltrona, ma anche perché è proprio il
titolo giusto del film. Come abbiamo visto anche in questa rubrica, per Craven
l’orrore arriva sempre da un mondo che è adiacente al nostro, spesso molto
simile, ma con un piccolo elemento di differenza che genera l’orrore, in
L’ultima casa a sinistra era la differenza di ceto sociale tra le due ragazze e
la banda di violentatori arrivati dal ghetto, in Le colline hanno gli occhi, le due famiglie opposte si scoprivano
identiche nei modi violenti, mentre in Nightmare
l’orrore arrivava dal mondo onirico, nel pieno del sonno quando siamo più indifesi.

In “The people under the stairs”, Wes craven (anche
sceneggiatore) si diverte a ribaltare completamente la prospettiva, mantenendo fede alla sua idea di orrore che emerge da sotto una facciata di
perbenismo. Questa volta i protagonisti sono i poveri che vivono nel ghetto, i
cattivi invece sono una famiglia di bianchi ricchi che praticano tra le altre
cose cannibalismo e incesto, giusto per non farsi mancare niente.

La delicatezza di zio Wessy, alcune tematiche non le manda certo a dire.

Anche la figura del cane di famiglia viene ribaltata,
questa volta il miglior amico dell’uomo è il suo incubo peggiore, se Bestia, il
pastore tedesco della famiglia di Le colline hanno gli occhi, difendeva i suoi padroni dai malvagi, qui il Rottweiler
è il cane da guardia degli psicopatici dentro la casa. Insomma, l’iconoclasta
Wes Craven si conferma ancora una volta, cercando di infilare nel suo film
buone dosi di politica e critica sociale: i ricconi che vivono nella casa
affamano il quartiere con lo scopo di sbattere tutti fuori di casa, solo per
vendere a persone “per bene” (ovvero: persone bianche). Non credo nemmeno sia
un caso se alcune delle “persone che vivono sotto le scale”, come
intrattenimento abbiano solo un piccolo televisore che trasmette le notizie dei
bombardamenti sull’Iraq della prima guerra del Golfo.

Sarà capitato anche a voi di avere una strana famiglia…

“La casa nera” “The people under the stairs” mette
subito in chiaro la sua natura di favole (e romanzo di formazione) fin dai
titoli di testa, una cartomante legge le carte al giovane protagonista (Brandon
Quintin Adams) che avrebbe anche un nome abbastanza normale (per quanto possa
essere considerato normale il nome Poindexter), ma che tutti chiamano Matto,
“Fool” come la carta dei tarocchi… Che comunque è un nome migliore di Poindexter!

Secondo il galateo è importante utilizzare sempre la forchetta corretta.

Le parole della cartomante ci dicono che se Matto
riuscirà nell’impresa a cui è destinato diventerà un uomo e salverà il suo
villaggio, solo che Grullo (niente, continua a piacermi di più il nome con cui
l’ho conosciuto) è l’eroe di una favola moderna, quindi vive nel ghetto e non
se la passa proprio benissimo. Sua madre sta morendo di cancro, sua sorella si
prostituisce e nessuno ha un soldo per pagare le cure alla donna, l’unica
soluzione per uno così non è vendere mucche per comprare che so… Fagioli magici
come il protagonista di una fiaba, ma seguire il consiglio di un cattivo
maestro (che comunque rispetto ai tizi nella casa sembra un santo) come Leroy.
Il personaggio interpretato da Ving Rhames vuole Grullo per distrarre i ricconi
bianchi che affamano il ghetto, per infilarsi insieme al suo compare Spenser (Jeremy
Roberts) dentro e portargli via tutto, comprese alcune monete d’oro di cui ha
sentito parlare. Trovo molto ironico che il modo in cui Leroy convince Grullo
ad esordire con la vita criminale, sia dicendogli che i soldi non pioveranno
certo dal cielo, anche se nell’ultima scena (quella ribattezzata alla
“Thriller” di Michael Jackson) ci sarà proprio una pioggia di dollari, quindi
l’effetto video musicale forse arriva da lì, una roba in stile Hip Hop, sapete
no?

Il film è del 1991 è si capisce subito da un dettaglio: Twin Peaks aveva menato il suo colpo più
duro sull’immaginario occidentale, anche zio Wessy non ne è stato immune,
infatti per la parte dell’uomo e della donna (non hanno un nome, si chiamano
solo madre e padre) che vivono nella casa ha voluto che Wendy Robie e Everett
McGill riprendessero ruoli molto simili a quelli che ricoprivano nella serie televisiva
di David Lynch e Mark Frost, solo vitaminizzati dalla cura Craven.

Loggia Nera? No, direi sangue rosso!

I due attori non recitano andando sopra le righe, direi
proprio che le righe le spezzano e poi le danno anche in pasto al Rottweiler. Wendy
Robie sembra una pericolosissima invasata religiosa che ad ogni piè sospinto
ricorda a tutti quanto è rovente l’inferno (anche quando cerca di fare il bagno
alla figlia in una vasca di acqua bollente), ma allo stesso tempo è astuta e
scaltra come un cobra incazzato, Everett McGill è il suo braccio armato (di
fucile a pallettoni) sempre pronto a sguinzagliare il Rottweiler nelle
intercapedini delle pareti, per dare la caccia a Blatta (anche se secondo me si
chiama Rauco Glauco), senza farsi problemi a sparare fucilate alla pareti
oppure ad andare in giro con una comoda tuta in pelle nera stile sadomaso… E
poi il matto sarebbe il povero protagonista che finisce nelle grinfie di
questi?

Wes Craven imposta questa atmosfera da favola del ghetto
e piano piano inclina il pavimento sotto i piedi di Grullo di Leroy e di noi
spettatori, facendoci scivolare in un mondo di follia che sta, appunto, sotto le
scale, dietro le intercapedini dei muri della casa, un posto amministrato con
regole sue (la statuetta delle tre scimmiette: non vedo, non sento, non parlo),
in cui i figli della coppia perdono un arto se non obbediscono e vengono
spediti in cantina, l’unico modo è filare dritto stando alle loro regole come
fa Alice (Allison Joy Langer), educata e cresciuta dai due come la figlia
perfetta, anche se la trama si giocherà poi alcune svolte sulla sua identità.
Bisogna dire che chiamare la protagonista femminile Alice, come quella finita
nel Paese delle meraviglie di Lewis Carroll forse è una trovata un po’ pigra,
ma che mette ancora una volta in chiaro la natura da favola nera della storia.

Più che Alice nel Paese delle meraviglie, vista così sembra Cenerentola.

Di nero in questo film è un po’ tutto, sicuramente anche
l’umorismo, sì, perché se come amate il macabro, in “The people under the
stairs” si ride parecchio, Wes Craven sembra essersi divertito ad infilare nel
film tutte le trovate più gustosamente grondanti sangue, in particolare legate
al Rottweiler di famiglia e alla sua particolare dieta a base di carne umana,
quindi rivedendolo oggi, per ripassarlo in vista di questa rubrica, capisco
anche perché alla prima visione con il mio compare da ragazzini ci siamo fatti
della grasse risate, l’umorismo nero di Craven è ancora tutto qui da vedere.

Tranquilli, non morde… sbrana direttamente.

“The people under the stairs” magari non sarà il primo
titolo che viene in mente pensando a Wes Craven (anzi, togliere pure il magari
dalla mia frase), ma riesce ad essere molto equilibrato nel gestire le tante
anime della storia, in Sotto Shock
zio Wessy era motivato a tentare di lanciare una nuova icona horror, andando
per lunghi tratti anche un po’ fuori tema, mentre in questo film Craven resta
concentratissimo e pur avendo nel calderone parecchi ingredienti, tutto
funziona piuttosto bene.

Craven si schiera apertamente dalla parte delle persone
povere (e di colore) e grazie all’atmosfera da favola nera, può permettersi di
esprimere i concetti in maniera non per forza sottilissima, basta dire che
l’unico bianco buono del film è Spenser che, comunque, resta un rapinatore. Una
favola come Hansel e Gretel non perdeva certo troppo tempo a illustrarci le
motivazioni dei personaggi negativi no? Per certi versi verrebbe da pensare che
i genitori dei due bimbi tedeschi della favola dei Grimm, una volta aver
disperso i figli tra i boschi, si siano comprati un fucile a pallettoni, un
grosso cane da guardia (e magari una tuta in pelle sadomaso) e siano diventato
simili alla coppia di genitori di questo film.

Ving Rhames nel cast e loschi figuri in tuta sadomaso., siamo sicuri che Tarantino non abbia pescato a piene mani da qui per “Pulp Fiction” (1994)?

Craven trova il modo di tenere in equilibrio una favola
nera per ragazzi (pre-adolescenti) in cui per assurdo, non stona nemmeno il
finale lieto e liberatorio (tipico anche questo delle favole) e in cui per
tutto il tempo si patteggia completamente per i protagonisti, impegnati a
restare vivi cercando di uscire da quella casa maledetta.

Blatta… Rauco… Oh, insomma Glauco! Diventa subito un
personaggio per cui fare il tifo perché aiuta Grullo nella sua impresa ed è
colui che si muove tra i due mondi, conosce tutti i passaggi nelle
intercapedini e malgrado la menomazione fisica subita, continua a sfidare
l’autorità rappresentata dalla coppia di psicopatici. Il film funziona proprio
perché questi personaggi tanto assurdi sono così immersi in questa atmosfera
da favola oscura da sospendere l’incredulità quel tanto che basta per godersi
le abbondanti dosi di horror garantite da Wes Craven.

Mamma mia quanto mi manca questo adorabile pazzoide!

Insomma, voi chiamatelo “La casa nera” oppure “The people
under the stairs”, il protagonista chiamatelo Fool, Matto oppure Grullo e il
suo compare Blatta, Rauco, oppure Glauco, ma questo film pur essendo uno dei
titoli minori del maestro di Cleveland, resta sicuramente uno dei più riusciti.
Un successo (anche al botteghino) che in qualche modo rilancia Craven, pronto a
regalarci un beh… Nuovo incubo. La settimana prossima lo troverete sempre qui,
su Craven Road.

Per la locandina d’epoca del film, fate un salto sulle pagine di IPMP!

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