
Altro giro, terzo ed ultimo compleanno del 2025 che festeggiamo sulla Bara dedicandolo al Maestro inglese, questa volta tocca a uno dei suoi titoli più beffardi, ironici, sottovalutati e testardamente satirici: “La congiura degli innocenti”. Un film che Hitchcock amava moltissimo, anche se la storia del cinema ha deciso di relegarlo in quel limbo scomodo chiamato “minore”, una definizione che continuo a pensare non voglia dire poi molto.
A pensarci bene, il titolo italiano “La congiura degli innocenti” è uno di quei rarissimi casi in cui la traduzione nostrana sembra aggiungere una sfumatura perfino più efficace dell’originale. “Congiura”, parola che profuma di intrighi e complotti, e “innocenti”, con tutto il suo candore, ottiene come risultato quasi un ossimoro allineato al tono satirico della storia che è quella di un complotto messo in piedi da persone che non hanno alcuna dimestichezza con i complotti, un delitto trattato da individui che faticano persino a concepire la parola “colpa”, in tutto questo, zio Hitch sembra il primo a divertirsi mettendo su una macabra ironia tutta sotta sotto il sole.

Proprio la trama si snoda beffarda, nel piccolo villaggio di Highwater, nel Vermont, viene ritrovato il corpo di Harry Worp – così abbiamo spiegato anche il titolo originale “The Trouble with Harry” – un uomo piuttosto conosciuto ma non esattamente popolare, la sua morte non scatena tragedie o panico, bensì una serie di reazioni bizzarre: diversi abitanti del posto si convincono, per i motivi più vari e improbabili, di essere loro stessi i responsabili del decesso. Il cacciatore Albert Wiles (Edmund Gwenn) teme di averlo colpito per sbaglio, Jennifer Rogers (Shirley MacLaine al suo primo ruolo), l’ex moglie di Harry, crede di averlo ammazzato durante un litigio, Miss Gravely (Mildred Natwick) pensa che un suo gesto inopportuno possa aver causato il disastro. Così, in una spirale di equivoci, il cadavere viene sepolto, riportato alla luce, spostato, nascosto, riesumato di nuovo, una sorta di “Week-end con il morto” se fosse stato diretto dai Coen, ma in anticipo sui tempi, in un va e vieni vagamente tragicomico, ma girato con la precisione chirurgica di zio Hitch. Nel finale, come da tradizione, la verità si rivela molto meno colpevole di quanto tutti credessero, disinnescando l’intero “giallo” con una beffa pienamente coerente con l’umorismo del film.

Uno degli aspetti più affascinanti di “La congiura degli innocenti” è che Hitchcock gira il suo classico film con il morto, ma lo fa ribaltando completamente i codici visivi del suo cinema: quasi nessun momento di buio, niente ombre inquietanti, niente case isolate, a ben guardare mancano anche le sue amate tende. No, qui la morte è in pieno giorno, immersa nei colori autunnali del Vermont, tra foglie rosse e dorate che sembrano più adatte a una cartolina che a un delitto, al massimo la cartolina di un delitto, ecco. Il cadavere diventa quasi un elemento del paesaggio, un gesto in linea con lo stile del Maestro, perché Hitchcock decide che la morte può essere tetra ma luminosa, ironica, da commedia degli equivoci quasi, e la filma così. Non stupisce che, come ricordava al mio francese preferito, François Truffaut, nel fondamentale “Il cinema secondo Hitchcock”, il regista inglese tenesse moltissimo a questo film, un esperimento personale e divertito, anche se il pubblico non lo capì, relegandolo così all’abisso dei titoli “minori”, aggettivo bizzarro per chiunque abbia visto quanto sottile sia il meccanismo messo su da Hitch.

Il cast contribuisce moltissimo alla riuscita del tono, nel senso migliore e peggiore del termine, mancano le bionde dell’universo hitchcockiano così come i soliti volti ricorrenti. Qui il regista lavora con interpreti nuovi, fuori dal suo repertorio abituale, eppure qualcuno tra loro tornerà più avanti a lavorare con il Maestro, come accadrà in “Topaz” (altro titolo spesso considerato “minore”), a dimostrazione che Hitch sceglieva con estrema cura e sapeva riconoscere subito un volto che funzionava sullo schermo. Ma il dettaglio più affascinante è l’esordio di Shirley MacLaine, anche a settant’anni dall’uscita del film, la sua spontaneità e la naturalezza con cui entra nel gioco hitchcockiano aggiungono grande valore a “La congiura degli innocenti”.

Forse è anche per questo che “The Trouble with Harry” sfugge alle etichette, ha i tratti della commedia nera, ok, ma è anche un racconto di comunità, una riflessione ironica sulla colpa, un piccolo teatro dell’assurdo rurale. Un film “strano” per le abitudini di Hitchcock, ma con tutta la sua personalità: preciso nella regia, nero nell’umorismo e molto ben coreografato a livello di trama.
Sulla mia lista di cose da fare per il 2025 avevo proprio questa tripletta di compleanni hitchcockiani, posso dire di aver fatto il mio dovere, scrivo sempre volentieri del cinema del Maestro della suspence e per quest’anno, qualche candelina l’abbiamo spenta.


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