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La corsa di Jericho (1979): tramps like us baby, we were born to run

Ormai dovreste sapere che non riesco a stare a lungo senza una rubrica monografica qui sulla Bara, anzi da ormai parecchio tempo l’inno del blog potrebbe essere Sweet Home Chicago visto che ho iniziato con Stuart Gordon, sono passato a William Firedkin ed ora restiamo nella “Windy City”, perché voglio completare l’opera e portare su queste pagine Michael Mann, quindi spero di fare cosa gradita dandovi il benvenuto al primo capitolo della nuova rubrica… Macho Mann!

Michele Uommo nasce nella città del vento il 5 febbraio del 1943, il suo percorso di formazione si distingue subito da quello di molti altri suoi colleghi, per prima cosa di laurea in lettere e solo a quel punto inizia a studiare cinema alla London’s International Film School. Visto che ho appena concluso la rubrica su Billy Friedkin, sappiamo che il film che ha convinto Hurrican Billy a diventare un regista è stato “Quarto potere” (1941) visto in un cinema proprio nella sua Chicago, il “Quarto potere” di Mann è stato un film di Stanley Kubrick, con cui condivide la mania per il perfezionismo forse impressa per sempre quel giorno in cui in sala il nostro Michele vide “Il dottor Stranamore” (1964), le sue parole sono una dichiarazione d’intenti: «Già a ventun’anni sapevo che cosa volevo fare ed era fare film.»

Nel 1968 in Francia, Mann dirige un documentario sulle rivolte studentesche intitolato “Insurection”, rientrerà negli Stati Uniti solo nel 1971, ma non prima di aver diretto un corto di otto minuti intitolato “Jaunpuri” di cui lo stesso regista proibisce la visione al pubblico perché il suo perfezionismo non gli concedeva altra scelta, di “17 days down the line” invece si sa solo che è un documentario di trentasette minuti, la cui unica copia è custodita gelosamente da Mann, anche se qualche secondo di quel lavoro si vede proiettato su un televisore nel suo film “Alì” del 2001 (storia vera).

Un giovane Michele Uommo, che non stare con le mani in mann (ah-ah) a lungo.

Michael Mann comincia a lavorare in un periodo complicato per il cinema che rappresenta la sua linea di arrivo, il suo traguardo da tagliare, i fasti della New Hollywood ormai stavano per passare e l’epoca dei Blockbuster era alle porte. Michele Uommo fa una scelta controcorrente: se un tempo la televisione era considerata il cimitero degli elefanti per artisti, registi e attori, Mann la considera prima la sua palestra e poi il media più adatto a sperimentare, ma sempre con il cinema in testa. Per il regista di Chicago la sua consacrazione sarebbe dovuta arrivare sul grande schermo, ma per farlo non ha problema a muoversi agevolmente tra cinema e tv, l’eroe dei due mondi, il motivo per cui Mann è sempre stato capace di cavalcare le esigenze di Hollywood, senza restarne legato mani e piedi.

La gavetta di Mann prevede episodi sceneggiati per “Starsky & Hutch”, ma anche per “Sulle strade della California” ed è proprio qui che il regista di Chicago fa il primo incontro chiave per la sua carriera, quello con l’ex poliziotto diventato consulente per la televisione Joseph Wambaugh, ex marines ed ex sbirro nella polizia di Los Angeles, Wambaugh è l’uomo da cui beh… Uommo impara le tecniche della polizia, il linguaggio, quello a cui si appiccica come una ventosa per assecondare la sua maniacale cura per il dettaglio, oltre ad essere l’autore di una massima notevole: «Come sbirro ho avuto a che fare con ogni tipo di derelitto e criminale. Tutti quanti avevano più integrità di alcune persone ad Hollywood». Solo uno così poteva fare da mentore a Michael Mann.

Se volete approfondire l’incredibile carriera di Wambaugh vi consiglio questo.

Lavorando per il produttore Aaron Spelling (creatore di “Charlie’s Angels”, “Love Boat” e “Beverly Hills 90210”) Mann capisce che le parole di Wambaugh avevano un valore, visto che gli episodi scritti per la serie “Vega$” sono state rinnegate da Mann che vede finalmente la sua occasione per arrivare alla settima arte tra il 1976 e il 1977 quando accetta di adattare per il grande schermo uno dei romanzi di uno dei miei scrittori prediletti, ovvero “Come una bestia feroce” di Edward Bunker ed è grazie a al pluripregiudicato riscopertosi (grande) scrittore in carcere Bunker che Mann fa la conoscenza dell’altra faccia della medaglia: da una parte le “guardie” rappresentate da Wambaugh, dall’altra i “ladri” di Ed Bunker.

Dustin baffuto in versione alter ego di Ed Bunker, chissà che non torni nel corso di questa rubrica.

Per scrivere la sceneggiatura – che verrà completamente stravolta e assegnata ad altri sceneggiatori – del film che in uno strambo Paese a forma di scarpa s’intitola “Vigilato speciale” (1978) e vede un baffuto Dustin Hoffman come protagonista, Michael Mann pretende di visitare il carcere di Folsom, quello cantato dall’uomo in nero Johnny Cash e reso celebre anche da un suo concerto dal vivo davanti ai carcerati, giusto perché ho aperto il post citando i Blues Brothers, ma Johnny Cash aveva fatto per davvero quello che Jack ed Elwood facevano sui titoli di coda di un film.

Ma “Vigilato speciale” per Mann non è ancora il battesimo del fuoco che il regista sognava, in suo soccorso arriva ancora una volta la televisione, dagli archivi della ABC emerge una vecchia sceneggiatura scritta da Patrick J. Nolan che, facendo trapelare i suoi trascorsi cattolici, ha un titolo da citazione Biblica: “The Jericho Mile”. Un titolo che strizza l’occhio alle famose mura che, però, è anche un gioco di parole sulla pista da corsa su cui si allena ogni giorno il protagonista della storia. Le varie visite a Folsom, le ore di discussione con i secondini e spesso anche gli ospiti di quella gabbia per umani (le chiacchiere tra il futuro regista e il serial killer detenuto Dennis Wayne Wallace, sono diventate materiale per il futuro “Manhunter”, storia vera), sono un’altra grande palestra dove Mann allena i suoi muscoli, ora è davvero pronto per affrontare “La corsa di Jericho”.

The rock that you throw / Can’t beat the rose of Jericho (cit.)

“The Jericho Mile” non è ancora quel fulgido esempio di «Sono nato pronto» (cit.) che sarà l’esordio al cinema di Mann (a breve su queste Bare), ma il protagonista Larry Murphy rappresenta già l’eroe Manniano in tutto e per tutto, perché è già uno di quei personaggi che vive secondo una sua scala di valori, consapevole di essere nel giusto e pronto ad accettare tutte le conseguenze stoicamente, un moderno Sisifo che utilizza la corsa, ogni giorno, tutti i giorni come per portare la sua metaforica roccia in salita, a testa alta, schiena dritta, come faranno tutti gli uomini del cinema di… Beh, Michele Uommo. A ben guardare, poi, un re dietro le sbarre, qualcuno che fuori sarebbe destinato alla grandezza, ma come Mann è (per ora) nel carcere del piccolo schermo da cui prende il meglio, ignorando tutto il resto.

Larry Murphy sconta il suo ergastolo per omicidio di primo grado, ha sparato ad un padre violento dopo averlo sorpreso a violentare sua sorella, ma malgrado questo (come tutti i personaggi Manniani) nasconde le sue emozioni sotto una facciata di apparente calma, quasi serenità, passando il tempo della sua detenzione ad allenarsi a correre i 1500 metri ogni giorno, tutti i giorni e battendo regolarmente tutti i detenuti che provano a sfidarlo.

«Poi è più facile. Ogni giorno diventa più facile. Ma devi farlo tutti i giorni. Questo è difficile. Poi diventa più facile» (cit.)

Refrattario a tutti, Murphy si allena nella sua cella con attrezzi improvvisati e l’unico contatto umano lo ha con il vicino di sbarre, un nero anche se come rivedremo in “Miami Vice”, il colore della pelle per Michael Mann non è certo un fattore così fondamentale, ci sarà modo di sviscerare anche questo argomento d’interesse.

Murphy vive la sua vita secondo un rigido protocollo che gli permette di restare sano di mente in un sistema che dovrebbe rappresentare l’ordine, ma in realtà è dominato dal caos, perché Michael Mann forte dei suoi minuziosi studi, rappresenta la vita in prigione come l’inferno che è: una scena iniziale senza dialoghi, ma solo con musica di sottofondo (quello che diventerà uno dei marchi di fabbrica del regista di Chicago) ci porta in una gabbia per esseri umani popolata da gang, i neri, i “latini” e via dicendo, ognuno di loro si considera il numero uno del carcere e ovviamente non mancano traffici illegali e omicidi, nemmeno per la troupe di Michael Mann.

I’m stuck in Folsom prison, and time keeps draggin’ on (cit.)

Come Murphy anche Mann ha dovuto rispettare una precisa tabella di marcia dirigendo solo dalla 8.00 alle 17.00 tra le mura della prigione, perché nessuno della sicurezza voleva avere gente di Hollywood tra i piedi nelle ore peggiori della vita in un carcere, ovvero di notte. Malgrado nessuno della troupe sia rimasto invischiato, durante le riprese di “The Jericho Mile” sono state riportate numerose risse, un tentativo di rivolta carceraria e diciassette accoltellamenti (storia vera), ora avete capito perché questa rubrica di chiama “Macho Mann” perché non tanti avrebbero le palle di inseguire il loro sogno cinematografico in un ambientino di lavoro così rilassato.

Per dirvi della maniacalità di Mann: affidando il ruolo di protagonista a Peter Strauss (lo ricorderete di certo per “Soldato Blu” del 1970), il regista gli impose di correre 70 miglia alla settimana, non solo per sviluppare un corpo che davanti alla macchina da presa risultasse credibile per il ruolo di uno che passa la sua vita correndo, ma principalmente per calarsi nella mentalità del personaggio. Avete mai corso su pianta stabile? A me piace farlo e vi assicuro che una delle sfide (il motivo per cui tanti considerano la corsa una noia mortale) è affrontare i pensieri nella propria testa, un’esperienza che fa bene alla mente e al corpo, molte delle idee migliori per alcuni post che ho scritto mi sono venute fuori correndo, anche se forse in quel caso è la carenza di ossigeno al cervello (storia vera). Eppure, questo tipo di immedesimazione richiesta agli attori diventerà un’altra delle caratteristiche del cinema di Michael Mann.

Le cose sono due: o finisce per spostare le pareti o ti verranno degli addominali d’acciaio.

E siccome il cinema di Mann è fatto di medaglie che hanno sempre due facce e di personaggi che si bilanciano tra di loro, se Murphy è una forza inarrestabile, ma a suo modo costruttiva, che cerca di trovare del buono (la corsa) anche nella sua condizione di carcerato, il suo contraltare è il Dr. D (Brian Dennehy) che a capo del traffico di droga nella prigione finirà inevitabilmente per scontarsi con il protagonista come faceva in Rambo, il suo essere una forza distruttiva non gli permette di tenersi lontano dalle traiettorie di corsa di Murphy.

In città è Rambo la legge, qui in prigione è lui.

La scintilla che scatena lo scontro è l’arrivo della commissione sportiva che dopo aver sentito parlare del talento di Larry Murphy è interessata a valutarlo per inserirlo all’ultimo secondo nelle qualificazioni olimpiche, se è davvero così bravo facciamolo correre per il suo Paese, no? Ma “La corsa di Jericho” non è “Momenti di gloria” e nemmeno “Fuga per la vittoria” (entrambi del 1981), è un film che riprende con realismo la vita carceraria, applicando un umanismo al suo protagonista che in un film per la TV rappresenta già l’archetipo di tutti gli eroi (o anti eroi) Manniani.

Un personaggio che resta fedele alla sua scala di valori malgrado tutto, mosso da una volontà monolitica che ritroveremo in tutti i personaggi raccontati dal regista di Chicago, il finale, infatti, non è un trionfo glorioso, anzi lo è, ma è il tipo di trionfo alle condizioni del protagonista che, poi, è anche quello che cercava Mann per la sua carriera.

Corri fino a far crollare i muri

Incredibile, poi, che fin dal suo primo film, Michele Uommo avesse già chiaro anche il senso di urgenza dei sui personaggi, perennemente in lotta contro il tempo. In tal senso il fatto che il primo dei suoi (anti)eroi sia un corridore, non poteva essere un inizio migliore, anche se dopo questo film, Mann si concentrerà sempre di più nel contesto in cui i suoi protagonisti con la schiena dritta si muovono e agiscono, nel cinema antropologico del regista di Chicago, il primo esemplare umano non poteva che essere Larry Murphy.

“La corsa di Jericho” viene mandato in onda da ABC il 18 marzo 1978, in uno strambo Paese a forma di scarpa ciccia, lo stiamo ancora aspettando. Il film è un successo, i bambini giocano a correre come protagonista e le loro mamme e papà sono attratti dallo “slang” da galera, tanto che invece di continuare a replicare il film in continuazione, la ABC pensa bene di assecondare Mann che il film lo aveva diretto con tutti i crismi del 35mm, fregandosene dei limiti del piccolo schermo e con il cinema come obbiettivo finale, una mentalità da vincitore e un etica del lavoro che non solo rende il regista del tutto identico al suo protagonista, ma paga dividendi, perché non solo il suo film al cinema ci arriva per davvero, ma nel 1980 Mann si porta a casa il premio della Directors’ Guild of America.

Attraverso etica del lavoro, il rischio di essere rapito o accoltellato, ma sempre alle sue condizioni, Michael Mann era riuscito ad arrivare al cinema senza, però, rinnegare il piccolo schermo, questo suo modo di essere grande anche a cavallo dei media, sarà una costante per tutta la sua carriera, ma di questo parleremo nelle prossime settimane, la corsa di Murphy termina qui, quella di Michael Mann su questa Bara, invece, è appena cominciata.

Sepolto in precedenza venerdì 4 marzo 2022

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