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La croce di ferro (1977): bastardi senza gloria (ma per davvero)

Nella vita uno può scegliere di omologarsi alla massa,
oppure di tenere la schiena dritta andandosene alle sue condizioni, parliamo di
questo nel nuovo capitolo della rubrica… Sam day Bloody Sam day!

Nel 1975, mentre Peckinpah si barcamenava con il suo titolo
meno incisivo, il mondo del cinema veniva divorato dallo squalo di Spielberg, un film che ha da solo inventato il concetto
di Blockbuster cambiando per sempre lo scenario cinematografico e dando il via ad una corsa agli
armamenti, il cinema fantastico ad alto budget era la nuova tendenza, quindi
produttori come Dino De Laurentiis e Ilya Salkind erano alla ricerca di registi
per progetti come un nuovo film su King Kong e uno su Superman. Ve lo
immaginate Peckinpah a dirigere Superman? Lo avrebbe fatto volare a
rallentatore, prima e meglio di Zack Snyder.

Peckinpah accarezza l’idea perché, non facciamo le vergini,
se con un solo film ci sono da fare tutti i soldi che ha fatto Spielberg, chi
ci sputerebbe sopra? Quindi, a quel punto, l’opzione era omologarsi oppure fare
quello che avrebbe fatto uno come Bloody Sam: dirigere un film di guerra
ambientato durante la Seconda Guerra Mondiale (in un momento in cui tutti volevano
solo film d’intrattenimento per dimenticare gli orrori del Vietnam) e (per non
farsi mancare proprio niente) di raccontarlo tutto dal punto di vista dei
Nazisti. Quando distribuivano la capacità di allinearsi alla massa, Sam
Peckinpah era in qualche bettola messicana ubriaco di Tequila e abbracciato ad
un paio di prostitute.

“Sam ti cercano, stanno distribuendo qualcosa che potrebbe servirti”, “Ho da fare, non vedi che sono impegnato?”

Peckinpah accetta l’offerta del produttore tedesco Wolf
Hartwig, un produttore di film porno con l’obbiettivo di sfondare (ok, forse
non è la scelta di parole più felice considerando la professione di Hartwig)
nel campo del cinema, quello dove gli attori e le attrici indossano i vestiti.
Lo zelante produttore mandò al regista di Fresno una copia di “The cross of
Iron” (1957) di Willi Henrich, che raccontava la storia di un plotone di
soldati tedeschi durante la battaglia di Krymskaya nel 1943, mentre il fronte
russo cedeva e il Reich millenario di quel tizio con i baffetti come Charlie
Chaplin (ma molto meno divertente) vacillava sull’orlo della caduta.

Quello che resta di una nazione allo sbando.

Peckinpah aveva un’altra occasione per parlare di un
soldato, altri professionisti della guerra dopo Sierra Charriba e Il mucchio selvaggio, inoltre, teniamo a mente un dettaglio da non sottovalutare: Sam
nella sua vita era stato un Marines di stanza in Cina e facendo parte di una
generazione che la “Seconda” la ricordava bene, aveva ancora il dente
avvelenato. Per un ingaggio di circa 400.000 mila fogli verdi con sopra facce
di ex presidenti defunti e una percentuale sugli incassi se il film fosse
andato in positivo, Peckinpah era pronto a tornare a parlare di guerra, anche
se questa volta, di una guerra moderna.

Il compito di adattare il romanzo in una sceneggiatura venne
affidato dal produttore a Julius Epstein, il risultato era il bignami delle
banalità da film di guerra, un lavoro che a Peckinpah non piaceva per niente e
che ordinò di far riscrivere a James Hamilton, uno scrittore californiano che
Sam aveva conosciuto grazie al suo fidato direttore della fotografia Lucien
Ballard. Hamilton (come Bloody Sam) era un bevitore accanito ed un ex marine che,
però, conosceva molto bene la vita dei soldati in guerra, con il copione
approvato Peckinpah poteva radunare la vecchia banda e volare in Europa, per i
ritocchi alla sceneggiatura si portò dietro Walter Kelley (anche lui ex soldato
di stanza nel pacifico) e la fidata Katy Haber, segretaria, assistente e più in
generale, santa donna.

I tre colori dei titoli di testa non potevano che essere rosso, nero e bianco.

Immagino che, libero di scorrazzare a Monaco, Peckinpah sia
stato il terrore delle birrerie locali, ma il regista era molto interessato
anche a frequentare l’archivio storico, da qui arrivano le immagini di repertorio
utilizzate per gli efficaci titoli di testa, sulle note di un’infantile
cantilena in tedesco, scorrono i fotogrammi del Reich, un inizio che mette
subito in chiaro gli intenti del film.

A proposito di fedelissimi, James Coburn a questo punto
della sua carriera non era solo un attore che aveva recitato in molti film di Peckinpah, era uno dei suoi amici e
confidenti più fidati, a lui tocca il ruolo Rolf Steiner, un uomo tutto d’un
pezzo, un soldato che avrà anche perso l’idealismo, ma non il coraggio, per
certi versi un uomo degno di enorme ammirazione da parte di tutti, se non fosse
per la divisa che indossa, ovvero quella sbagliata dell’esercito nazista. Un
antieroe controverso, raccontato da un regista controverso e spesso accusato
sommariamente di simpatie di destra, le analogie non sono così difficili da
trovare.

Brindiamo ad un’altra collaborazione tra James e Sam e il tassametro corre.

Trattandosi di un nome ancora abbastanza grosso, Peckinpah
era riuscito ad attrarre parecchi attori europei, ben felici di recitare nel
nuovo film del grande regista americano, James Mason accetta il ruolo del
Colonnello Brandt, mentre Maximilian Schell veste i panni dell’ambizioso,
aristocratico ed esecrabile Capitano Stransky. A questi aggiungete un altro
pretoriano di Bloody Sam, ovvero David Warner, credibilissimo come tedesco nei panni del Capitano Kiesel, un
ufficiale devastato da una disillusione congenita e da una dissenteria
devastante, perché la guerra raccontata da Peckinpah è tutto, tranne che
gloriosa.

Considerando i problemi del suo personaggio, Warner brinda con i fermenti lattici.

Grazie alla fotografia pastosa di John Coquillon (al suo
terzo, ma non ultimo film con il regista di Fresno), Peckinpah ci porta sul
fronte russo, tra il fango e il filo spinato, nelle trincee tedesche dove i
nuovi arrivati sono carne da macello da affiancare a soldati che hanno smesso
di credere alle promesse di grandezza per la Germania fatte da Hitler. La
spaccatura è netta, da una parte ci sono gli ufficiali, quelli che ancora
pensano di poter vincere e organizzano piani sulla pelle dell’altra fazione, i
soldati come Steiner e i suoi uomini, quelli che la guerra la combattono per davvero,
che la subiscono portandone i segni nel corpo e nella mente per sempre. Ancora
una volta Peckinpah punta il dito contro quelli che “hanno l’ufficio più in
alto del primo piano”, colletti bianchi contro colletti blu, ma in senso lato,
una sorta di metafora dell’eterna guerra del regista contro chi gestisce il
“sistema”, i grandi produttori di Hollywood con cui ha battagliato per tutta la
carriera.

Sotto l’ala protettiva di Wolf Hartwig, però, non è tutto
pesche e crema, il budget promesso dal neoproduttore erano quattro milioni di dollari, ma ad inizio riprese Hartwig era riuscito a mettere insieme solo una
parte della cifra, ecco perché nel tentativo di tenere bassi i costi, buona
parte del film venne girato tra Zagabria e Trieste, anche se mancava ancora
qualcosa: i carri armati e gli aeroplani.

Ho visto più carri armati in una partita a Risiko.

«Wolf dove sono i miei carri armati? Mi avevi promesso
quindici carri armati dove sono?», Peckinpah aveva bisogno dei carri per dirigere
le scene dell’avanzata dei soldati sovietici, ma di aerei nemmeno l’ombra, mentre
i carri disponibili sul set, a dispetto dei quindici promessi erano la bellezza
di… Tre, uno, due e tre, non uno di più. Nel tentativo di fare buon viso a
cattivo gioco Peckinpah e i suoi operatori trovarono il modo di organizzare una
sorta di giro giro tondo di carri, inquadrati in modo tale da sembrare molti di
più di quelli realmente disponibili, ma la grande campagna di Russia di
Peckinpah, cominciava ad assomigliare sempre più alle strisce di Bonvi di Sturmtruppen,
anche perché Bloody Sam nel frattempo, era ancora uno straccio d’uomo.

Il suo alcolismo galoppava ancora senza freni e la cocaina
di cui ormai era dipendente era introvabile in Jugoslavia, per compensare
Peckinpah si sgargarozzava Slivovitz come se fosse Coca Cola, questo gli
permetteva di restare lucido (per le sue abitudini per lo meno) anche per
diversi giorni, salvo poi ritrovarsi ad essere un cadavere con voragini di
memoria, incapace di ricordare persino di aver già diretto intere sequenze
(storia vera). Questo spiega alcuni scarti di tono di “La croce di ferro” che è
un film estremamente compatto e realistico come tutte le prime pellicole di
Peckinpah, ma cede generosamente a momenti più astratti, com’è possibile
vedere in alcuni film di Bloody Sam da Voglio la testa di Garcia in poi.

Questo non è per forza un male, grazie al suo caratteristico
montaggio, i flash cut e i rallenti per sottolineare la violenza delle scene di
combattimento, Peckinpah firma un film nichilista, in cui i soldati tedeschi
ormai in rotta, non hanno più nessuna motivazione vera per combattere, se non
quella di sopravvivere e arrivare alla fine di una guerra maledetta che li ha
resi i nemici del mondo e da cui la Germania uscirà devastata, infatti l’unica
speranza è quella di veder per lo meno sopravvivere a questo inutile massacro,
almeno gli uomini migliori, quelli che potranno guidare la patria attraverso
una lunga e difficile ricostruzione, uomini come Capitano Kiesel, anche se più
probabilmente il futuro sarà nelle mani di loschi arrivisti come il Capitano
Stransky.

Ufficiali, burocrati e produttori, di tutta l’erba un fascio (ah-ah)

Stransky desidera a tutti i costi la croce di ferro, la più
alta onorificenza dell’esercito tedesco, consegnata a chi ha saputo
distinguersi in battaglia. La vuole perché un aristocratico prussiano come lui,
di così nobile lignaggio, non può essere da meno rispetto ai suoi avi, anche se
fin dal suo arrivo non fa altro che comportarsi come l’indottrinato spocchioso
che pensa di sapere tutto, forte della sua teoria che è quasi completamente
inutile, specialmente quando si scontra con l’esperienza e la realtà dei fatti.
Quanti personaggi così avete conosciuto nella vostra vita? Maximilian Schell è
bravissimo ad interpretare il tipo di personaggio esecrabile che in una
situazione come una guerra, può diventare il motivo per cui a casa non ci
tornerai mai.

“La croce di ferro” attraverso il personaggio di Stransky
affronta anche qui tabù che normalmente i film di guerra evitano di raccontare,
come l’omosessualità tra le fila dei soldati, ad esempio, un tema che Peckinpah
affronta come altro elemento di questo film, spogliato di ogni genere di
fronzoli e retorica, perché nella guerra di Peckinpah ci sono solo coloro che
credono ancora a istituzioni, dottrine imposte e medaglie, opposti a coloro che,
invece, hanno sbattuto il muso contro la dura realtà.

Il fronte sovietico, freddo, sporco e senza pietà di Peckinpah.

Ecco perché Steiner, a suo modo, è un (anti) eroe quasi
ammirevole, indossa la divisa sbagliata ed è spezzato nella mente, ma sa ancora
distinguere il giusto dallo sbagliato andando oltre i colori delle divise, ecco
perché è importante la figura del ragazzino russo, salvato e tenuto nascosto
tra le fila dei soldati tedeschi, una speranza per il futuro, quasi una
metafora su gambe, in una storia dove di speranza non ne abbiamo poi molta.

James Coburn offre una prova dolente, i suoi dentoni
spuntano solo in un paio di momenti, quelli più satirici come, ad esempio,
nell’onirica (o forse dovrei dire da incubo?) scena dell’ospedale militare,
dove Steiner si ritrova a sfogare la sua rabbia, tra soldati mutilati che gli
alti ufficiali vorrebbero comunque rispedire al fronte, un modo perfetto per
riassumere l’inutilità e l’assurdità della guerra.

“La conosci quella canzone di De Gregori, quella sul farci fare l’amore dalle infermiere?”

Il ruolo di Coburn è stato fondamentale anche per altri
motivi, il 6 luglio del 1976, all’ottantanovesimo giorno di riprese, Peckinpah
era pronto a girare la grandiosa scena finale prevista dal copione, un massacro
in cui i protagonisti andavano in contro alla morte, pochi contro tanti,
esattamente come in Il mucchio selvaggio, quando improvvisamente arrivarono i
produttori con la cattiva novella: “Abbiamo già speso sei milioni, i soldi sono
finiti, la produzione chiude oggi”.

Il nuovo finale è un ridicolo dialogo da girare in interni,
qualcosa di indegno per un film qualunque, figuriamoci uno dove tutti a partire
da Peckinpah hanno dato così tanto. Tutto era pronto, Sass Bedig l’addetto agli
effetti speciali aveva preparato cumuli di pneumatici fumanti, in un bellissimo
e decadente set tirato su in una rimessa per i treni e il finale non poteva
essere girato. Peckinpah prima inizia a singhiozzare e poi a piangere, il suo
incubo peggiore si sta materializzando ancora una volta, quei bastardi in giacca e cravatta gli stanno portando via il
film. Sconsolato il regista si barrica in una torretta da cui poter osservare tutto il suo bellissimo set in cui non girerà mai e mentre Coburn
tenta invano di consolarlo, l’attore si ricorda di essere grande amico del
regista, di aver interpretato Steiner per ottantanove giorni, quando Peckinpah
in lontananza vede arrivare Hartwig e i produttori risponde: «Che si fottano!».
Dall’alto della sua torretta Peckinpah si è goduto la scena ridendo, per
concludere con: «Ok Sass, prepara tutto!» (storia vera).

Non fate mai incazzare qualcuno che si allenava con Bruce Lee, è un brutto affare.

Scende dalla torretta di corsa, attraversa i binari e punta
dritto verso Hartwig: «Porta via dal set questi coglioni! Faremo questa cosa,
la faremo bene! Non gireremo quella scena, gireremo quello che vuole Sam, ora
andatevene da questo cazzo di set!» (storia vera). Nel giro di alcune ore e con
un finale improvvisato, “La croce di ferro” termina con Coburn che ride
dell’idiozia e l’incapacità di Stransky, una risata amara e satirica, la prova
che questo film e la sua travagliata produzione potevano terminare solo così:
alle condizioni di Peckinpah.

“Avevi pianificato tutto Sam?”, “No, ma quello che conta è il risultato”

“La croce di ferro” viene montato dalla squadra supervisionata da Peckinpah, agli Elstree Studios di Londra, proprio dove nello
stesso periodo Marcia Lucas stava montando
un nuovo filmetto, una storia spaziale intitolata una roba tipo Guerre Stellari o che so io, baggianate!
Noi stiamo montando il nuovo film di Sam Peckinpah! Che, però, alla sua uscita
venne apprezzato giusto in Germania, per il coraggio di raccontare in modo così
schietto e realistico il dramma di un popolo, ma negli Stati Uniti venne
ignorato, relegato a piccole sale raggranellò risate al botteghino, spazzato
via proprio dal quel filmetto di fantascienza montato negli stessi studi, che
nello stesso anno di “La croce di ferro” incassò più di duecento milioni di
fogli verdi con sopra facce di ex presidenti spirati e che, per certi versi,
rappresentava la direzione presa dal cinema americano. L’uomo che era stato il
poeta in grado di narrare la fine della frontiera americana, ormai era un
residuato bellico che cavalcava verso il tramonto.

Un’ingiustizia, perché “La croce di ferro” è un film
durissimo, un urlo a pieno polmoni contro l’inutilità della guerra che, di fatto,
è piaciuto ad un solo americano, un tale di nome Orson Wells che colpito dalla
visione scrisse un telegramma a Sam Peckinpah per complimentarsi, aveva
diretto solo il più bel film contro la guerra che lui avesse mai visto (storia
vera).

“Sentito? Ad Orson Wells siamo piaciuti”

Come molti film di Peckinpah, anche la copia originale di
“La croce di ferro” venne maltrattata a causa dello scarso successo, solo
grazie alla ricerca di alcuni appassionati è emersa una copia in 35mm,
riportata in una sala cinematografica nel 1990, precisamente all’università
della California (UCLA) dove la proiezione organizzata nel campus, offrì agli
studenti la possibilità di vedere un altro grande film di Sam Peckinpah in
sala, dopo essere stato maltrattato, una sveglia analogica in un mondo che
stava per diventare digitale, ma anche il fiero rappresentante di una tipologia
di storie che amo molto, i “controcampi”, quelli in grado di raccontare una
storia nota, dal punto di vista meno canonico e nessun punto di vista poteva
essere meno allineato dei bastardi (senza gloria, ma per davvero) di Peckinpah.

Questa rubrica ha ancora parecchia strada da fare, per ora ci prendiamo una piccola pausa Natalizia, a gennaio riprenderemo con gli ultimi capitoli, Bloody Sam
sarà ancora con noi!

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