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La fiera delle illusioni – Nightmare Alley (2022): il manuale del noir secondo Guillermo del Toro

I nostri cugini Yankee hanno un nome per tutto e se non ne
hanno uno, di solito lo inventano per poi lasciare a noi abitanti di uno
strambo Paese a forma di scarpa il compito di non tradurlo. Quindi ormai abbiamo
familiarizzato con i concetti di “Remake”, “Reboot”, “Prequel” e grazie
all’ultimo Scream anche di “Requel”.

Mi sembra strano che non sia ancora stata inventata una
parola per definire i nuovi adattamenti cinematografici, ispirati da un romanzo
che in precedenza era già stato portato sul grande schermo, per capirci di
questa categoria farebbero parte il “El Grinta” (2010) dei Coen, l’ultimo IT di Muschietti e Dune ma gli esempi sarebbero tanti, tra cui proprio “Nightmare
Alley” ultima fatica di Guillermo del Toro, che qui da noi esce come “La fiera
delle illusioni”, proprio perché esisteva un precedente adattamento del romanzo
scritto nel 1946 da William Lindsay Gresham, portato al cinema l’anno
successivo con Tyron Power come protagonista.

Lo abbiamo visto tante volte anche su questa Bara, cosa fa
un regista dopo aver raggiunto la consacrazione? Il più delle volte si butta sul progetto della vita, quello che teneva in un cassetto da sempre. Guillero
del Toro è uno che cento ne annuncia e uno ne fa. Dopo l’Oscar per La forma dell’acqua ha deciso di
togliersi uno sfizio noir che aveva intenzione di dirigere fin da prima di
“Cronos” (1993), il suo primo film in lingua inglese con Ron Perlman nel cast,
anzi la mistica di questa pellicola ci tramanda che sia stato proprio Ron
Ron a dare una copia del romanzo di William Lindsay Gresham al regista
Messicano.

“Uno presta un libro ad un amico e guarda come si ritrova, a sollevare pesi al circo!”

Ma qui è necessaria un’ulteriore precisazione, Guillermo del
Toro è sempre stato un regista in equilibrio tra il cinema di genere e quello dei
premi che contano, sempre in bilico tra cinema “alto” e “basso” se vogliamo
considerare i premi cinematografici come nobilitanti rispetto ad un’opera.
Quindi se da una parte Guillermone nostro ha sempre continuato a giocare con i
generi, con storie di Vampiri (Cronos e “Blade II” del 2002), storie
di fantasmi come “La spina del diavolo” del 2001 e l’horror gotico di Crimson Peak, con la stessa joy de vivre
(e di fare cinema) ci ha regalato opere che avevano Stuart Gordon nel cuore come i mostri grossi contro i robottoni di Pacific Rim, oppure ha portato al cinema
il suo (e il mio) fumetto del cuore.

Tutto questo per dire che le tematiche, i METAFORONI, quelli
che piacciono alla Hollywood dei premi da mettere in bacheca, nel cinema di
Guillermo del Toro ci sono, anche in bella vista, ma vanno a braccetto con la
sua poetica dei mostri, la sua critica alla società, sempre meno velata e più
urlata, insomma uno con i piedi ben piantati nel cinema di genere, che però
piace anche ai critici con la pipa e gli occhiali, ennesima conferma che
l’horror può essere la miglior palestra oltre che la fucina di talenti per il
cinema.

Era necessario questo chiarimento per inquadrare
l’operazione, tra i tanti film annunciati dal regista Messicano voglio essere
onesto, “La fiera delle illusioni” non era certo quello che mi esaltasse di
più, però è anche quello che al cinema ci è arrivato per davvero, ad esempio ai botteghini americani a
dicembre è andato male, se non proprio malissimo. Un disastro “controllato”,
per un film che nasce volutamente retrò ma non poteva aspettare di uscire più
avanti, con la situazione delle sale più stabile e la pandemia (si spera) più sotto
controllo, altrimenti avrebbe perso la tornata degli Oscar di febbraio, insomma
un destino molto simile a quello del West Side Story di Spielberg.

La casa di produzione ha approvato anche la versione in bianco e nero del film, giusto per stare ancora un po’ più sul classico.

Il romanzo di William Lindsay Gresham è stato un noir
riscoperto piuttosto tardi, uno di quei titoli assorti a classico del genere
con il tempo, come mi viene da dire, succederà anche per molti film di
Guillermone. Nel 1947 la casa di produzione impose al regista Edmund Goulding
un finale lieto (per un noir!? Pazzi) perché era già un trauma per il pubblico
vedere mister bravo ragazzo Tyron Power alle prese con un ruolo così, infatti
anche per quello il film non fu un successo al botteghino.

Guillermo del Toro, autore della sceneggiatura a quattro
mani insieme alla moglie Kim Morgan, non solo ripristina il finale originale
nerissimo, ma mette in chiaro come questo film abbia i piedi ben piantati nel
cinema e nella poetica del regista Messicano, infatti è diviso in tre atti ben
distinti e fa del classico la sua cifra stilistica, ecco classico,
forse anche un po’ troppo classico.

La storia è quella dello spiantato Stanton “Stan”
Carlisle, un ruolo pensato inizialmente per Leonardo DiCaprio e poi finito a Bradley
Cooper con il Fedora, che ricorda perché tanti lo avrebbero voluto sotto quello
di Indy. Stan fugge da un passato
tormentato che lo perseguita nei suoi incubi e come l’ultimo degli ultimi, finisce sotto una pioggia torrenziale in un circo itinerante, seguito dalla
macchina da presa di Guillermo del Toro che grazie al suo direttore della
fotografia Dan Laustsen, rende ogni scena di questo film una gioia per gli
occhi, inutile girarci attorno.

L’Indy dei meno fortunati, anche se il cappello gli sta davvero bene.

Stan, belloccio e con una sigaretta sempre appesa ad un
labbro porta lo scompiglio nel circo, Bruno l’uomo forzuto (Ron Perlman, il
portafortuna umanoide del regista) lo prende a lavorare sotto la sua ala, lo
affianca all’imbonitore ghignate e con baffo Clem Hoately (Willem Dafoe), che
gli affida tutti i lavori sporchi che Stan esegue senza fiatare, come riportare
in gabbia il fenomeno da baraccone, metà uomo e metà bestia, con cui
Guillermone ci ricorda un po’ dei suoi trascorsi Horror, oltre a strizzare
l’occhio ai classici come “Freaks” (1932) di Tod Browning e “Carnival of Souls” (1962).

Ma quanto sta lavorando ultimamente Willem Dafoe? Mi sembra di trovarlo in tutti i film, tanto meglio!

Stan però scala presto la gerarchia del circo itinerante,
facendo colpo sulla fattucchiera Zeena Krumbein (Toni Collette) e rubacchiando
le arti da mentalista del marito Pete Krumbein (David Strathairn), oltre che a
rubare il cuore della bella Molly (Rooney Mara) ragazza che si esibisce in
numeri “elettrici”, con cui finirà per scappare per fare il grande salto.

“Se provi ad attaccare bottone dicendomi: cosa ci fa una bella ragazza come te in un posto come questo, giuro che userò le tue bretelle come una fionda per mandarti non ti dico dove”

Come vedete, il cast è quello delle grandissime occasioni (e
non abbiamo ancora finito) peccato che “Nightmare Alley” non
solo è uno di quei film per cui se riassumi la sinossi, di fatto hai già
raccontato tre quarti della trama (non si scappa, fa parte della struttura del
film) ma è anche una storia così classica da sapere tanto di già visto, basta
vedere Perlman accanto a Rooney Mara per capire che prima di “fine primo
tempo”, ci sarà una lite per gelosia. Parliamo di questa tipologia di film, un
noir che più classico di così non potrebbe essere, in cui il regista Messicano
riesce a mettere un po’ dei suoi mostri, che qui avranno pure il volto della
crema di Hollywood, ma interpretano personaggi orribili dentro, ma anche
parecchi dei suoi METAFORONI.

Si perché Stan e Molly ormai mentalisti provetti si
reinventano, da spettacoli da circo alla stessa tipologia di trucchi, però
esibendosi per la borghesia, tra cui spicca la “Femme fatale” che in un noir è
come le olive nel Martini, non deve mancare mai. Si tratta dell’algida
psicologa Lilith Ritter (Cate Blanchett) toh guarda! Una psicologa
manipolatrice al cinema? Non succede quasi mai e la categoria come al solito
incassa e porta a casa, perché comunque parliamo sempre di archetipi narrativi
nati nel 1946, da cui il regista Messicano non prova nemmeno a prendere le
distanze.

Femme fatale ed anti eroi, abbiamo tutto il catalogo del noir, venghino signore e signore venghino!

Il piano comune, con l’aiuto proprio della dottoressa Ritter
è quello di raggirare il pollo di turno, un riccone di nome Ezra Grindle
(Richard Jenkins come al solito in gran spolvero, al secondo film di Guillermo
del Toro in fila) avete già capito come finisce no? Perché “Nightmare Alley”
vive e muore sugli archetipi su cui è basato, l’America che fa da sfondo alla
storia è quella incastrata tra la crisi economica del 1929 e la seconda guerra
mondiale che sarebbe esplosa di lì a poco, un periodo storico in cui il “sogno
americano” si sgretola e che diventa un altro metaforone sociale urlato dal
regista Messicano, che ci ha preso gusto dopo
La forma dell’acqua. Perché purtroppo devo dirlo, più il cinema di Guillermo
del Toro va avanti diventando visivamente spettacolare, qui addirittura
sontuoso a tratti, più le trame che lo sostengono diventano minimali, qui
rifacendosi proprio ai canoni classici del genere noir, la sensazione di già
visto è inevitabile, perché quelle soluzioni narrative sono diventate
canoniche, un po’ come andare a vedere il nuovo Dune e lamentarsi perché somiglia troppo un Guerre Stellari serio, senza sapere che Frank Herbert era proprio
tra le fonti di ispirazioni di George Lucas.

Trovo ammirevole la continuità nel cinema di Guillermo del
Toro, qui ci sono tutte le sua piccole ossessioni: la “casa dei dannati” in cui
entra Stan nel circo, omaggia “Io ti salverò” di Hitchcock e quindi anche il lavoro di
Dalì, ma è anche la solita orgia di ingranaggi meccanici che tanto piacciono al
regista. Accanto ai grandi nomi del cast trova posto anche un altro dei
pretoriani del regista come Clifton Collins Jr. (perché i gradi di separazione
tra Guillermone e Stuart Gordon sono meno dei canonici sei) e come detto non
manca la poetica dei “freaks” e la critica sociale, in un film che è l’ennesima
occasione per il regista Messicano per giocare con i generi, questa volta ha
voluto fare un noir, possiamo criticarlo per il suo amore per il cinema di
genere? Io non potrei mai farlo, però mettetelo in conto perché guardando “La
fiera delle illusioni” vi sembrerà di stare guardando dieci film che avete già
visto, solo che questo è girato, fotografato e montato molto meglio, ma è talmente classico
da sembrare quasi già datato.

Questo film è pieno di citazioni colte, quindi occhio! (ah-ah)

Poi la cura filologica con cui Guillermo del Toro ci conduce
per mano tra i generi è maniacale, del tutto ammirevole, nella prima parte, quando
Stan si mette al riparo dalla pioggia e trova nel circo una nuova casa, spunta
un pallido sole e Guillermone ci racconta tutto come se questo fosse davvero un
film del 1947 o giù di lì, basta guardare le dissolvenze per capirlo.

Quando poi Stan s’invischia e si fa prendere dalla sua
ambizione, sul film cala il gelo, infatti non è un caso se una delle scene
madri del film, sia ambientata in un cortile dall’architettura rigidissima, un esterno notte durante una nevicata, perché la neve dà a tutto un’aria candida ma
nasconde, proprio come fa Stan. Posso dirlo fuoi dai denti? Il mio sogno
sarebbe vedere Guillermo del Toro affrontare la sfida definitiva e girare un
film muto oggi, perché al momento, anno di grazia 2022, anno della Tigre
secondo il calendario cinese, nessuno sa comunicare per immagini le emozioni
dei suoi personaggio utilizzando tutti gli strumenti messi a disposizione dal
cinema meglio di lui, peccato che lo faccia con storie ormai talmente esili per
cui la messa in scena, risulta molto più evocativa della trama.

Ad un po’ di sano horror gotico, il buon Guillermo non rinuncia davvero mai.

Non ho trovato un solo componente del cast fuori posto,
anche i ruoli più piccoli sono tutti in cassaforte, ma in alcuni momenti il
film si guarda più per godersi i costumi impeccabili di Luis Sequeira, oppure
la ricostruzione delle location (interni ed esterni) da manuale fatta da Tamara
Deverell, insomma se “Nightmare Alley” punta a fare bella figura verso
febbraio, quando l’Accademy assegnerà le statuite di zio Oscar,
il film risulta essere una macchina ben oliata (per stare in tema di ingranaggi
che piacciono tanto al regista) che ha tutto per vincere i premi, ma se volete una
storia che vi stupisca però, non bussate a questa porta.

“Io prevedo… Che quando finirà su qualche piattaforma di streaming, questo film lo guarderanno tutti”

“La fiera delle illusioni” è il manuale del noir edizione
2022, curato da un esperto di generi cinematografici come Guillermo del Toro,
brutto? Per niente, ma se devo dirvi che questa trama mi ha preso al cuore a
alla pancia facendomi emozionare, dovrei mentirvi e non sono bravo a farlo come
il protagonista, anzi parliamo un momento di lui.

Bradley Cooper è un ragazzo sveglio che ha imparato dai migliori, figo come la neve a Natale e questo
spiega anche perché gli articoli acchiappa click più popolari in rete (ma ne ho
sentito parlare anche al TG, questo perché sappiamo bene la qualità del nostro
servizio d’informazione) ruotano tutti attorno al famigerato “nudo frontale” di
Cooper in questo film, che forse è stato girato non lo so, ma tanto nel film
non compare, non che fossi interessato a vedere il popparuolo di Bradley, ma
giusto per mettere in chiaro che se Guillermo del Toro aveva bisogno di una
versione contemporanea di Tyron Power, meglio di così non poteva scegliere,
anche meglio di DiCaprio, con Leo forse i paragoni sarebbero andati tutti verso “Shutter
Island” (2020) vista l’ambientazione.

Riuscirà Bradley Cooper a portarsi a casa un Oscar con
questa sua contrita esibizione? Non lo so, di sicuro si carica sulle spalle il
film, indossando al meglio il ruolo dell’anti-eroe sgradevole ma affascinante,
bisogna aspettare fino all’ultima scena per provare vera empatia per lui, ma
forse all’Accademy basterà per mettere fine alla “bassa marea” di premi per
Cooper, in carriera più nomination di DiCaprio (che aleggia sul post) ma nessun premio,
anche se su questo nessuno ha mai sfornato quintali di meme su “Infernet”,
chissà perché.

“Perché tutti quei meme su Leo e per me niente? Ho più nomination mancate di lui lo sapete?”

Insomma, sono contento di essermi goduto “La fiera delle
illusioni”, un film che complice la popolarità del regista, spero diventi per
tanti l’occasione per approfondire il cinema noir, basta dire che qui
Guillermone, in preda a smania di citazionismo, ha regalato una brevissima
apparizione a Romina Power, proprio per strizzare l’occhio al film del 1947
(storia vera). Al Bano invece no, oppure io non l’ho visto.

Ecco, non so dirvi però se in futuro finirò a vedermi e
rivedermi questo film come ho fatto con tanti altri titoli del regista Messicano,
spero che questa sua corazzata pensata per dominare la notte degli Oscar vada a
segno, anche solo perché possa un domani, avere i fondi per portare al cinema
qualcuno degli altri suoi progetti, quelli che attendevo più di questo “Nightmare
Alley”, intanto su Netflix a dicembre arriverà la sua versione di Pinocchio,
tanto per stare in tema di classici.

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