
Forse un giorno andremo al museo a vedere i fossili della filmografia di David Robert Mitchell come oggi andiamo a vedere quelli dei dinosauri. Appena quarantenne, ha firmato un titolo horror non esente da difetti ma importante, che strizzava l’occhio a tutti i registi giusti, mi riferisco ovviamente a It Follows, che ha tracciato una via che molti Horror ancora oggi stanno seguendo.
Il suo “Under the Silver Lake” (2018) non ha convinto molte persone e sembrava già un modo per provare a dire: «Ehi, amici! Io non faccio solo Horror», ma mentre ha già annunciato “They Follows”, seguito del suo film più famoso, nel mezzo cosa ha pensato di fare il nostro Davide Roberto? Un patto con il diavolo, fidandosi di lui, il maledetto, la mia nemesi storica, GIEI GIEI Abrams.

Come la muffa, quando pensi di averla debellata torna a macchiare quell’angolo del soffitto dove non cade mai l’occhio, subdola, strisciante, parte dal molto piccolo. GIEI GIEI dopo essersi fatto odiare da tutti i Fandom possibili immaginabili, mentre tenta di piazzare il suo Superman (di colore) che non interessa a nessuno, si è buttato nell’orgia di produttori della nuova serie animata di Batman, che, parliamoci chiaro, sarà vestito di nero ma è un sempreverde, il pubblico non è mai indifferente al crociato incappucciato di Gotham.
Ora, lo Spielberg dei poveri (anche di spirito), l’uomo che millanta mille idee, ma poi copia (male) solo quelle degli altri, cosa ha pensato questa volta? Di saltare sulla groppa di David Robert Mitchell, che, da puro di cuore, avrà pensato che un bel film con i dinosauri piace a tutti, no? Bene, chiamatemi malpensante, ma con GIE GIEI di mezzo tendo a esserlo, io me lo vedo il maledetto che si frega le manine pensando di mettersi in scia ad uno dei pochi Franchise in cui non è riuscito a entrare, mettendo il piede nello stipite della porta, da venditore di fumo qual è, ora che molti si lamentano di Jurassic World, noi arriviamo con l’alternativa!
Avrei voluto essere una mosca per capire fino a dove l’ombra lunga di GIE GIEI si è spinta, anche nella stesura del copione, sta di fatto che il soggetto di “La fine di Oak Street” mi è sembrato divertente e furbacchione in parti uguali. Non sopporto la roba generata con l’I.A., ma qualche tempo fa, tra i reel di Instagram girava quello della famigliola nella provincia americana, quella delle villette a schiera tutte uguali, che dalla nebbia del mattino vede spuntare un T-Rex, non mi va nemmeno di mettermi a cercarlo regalando click ad una roba fatta con l’intelligenza artificiale, ma sono sicuro che l’avete visto e al primo poster promozionale di “The End of Oak Street” ho pensato alla versione “live action” di quel reel, che secondo me aveva visto anche la mia Nemesi. Vi ho già detto che sono malpensante? Ok, andiamo avanti.

11 luglio 1982, la famiglia Platt, formata da Denise (Anne Hathaway), Greg (Ewan McGregor), Audrey (Maisy Stella) e Brian (Christian Convery), sta attraversando un momento difficile, questo prima dell’arrivo dei dinosauri: papà Greg ha perso il lavoro e ora consegna pizze di notte perché si vergogna di dire la verità alla moglie e di non poter più sostentare la sua famiglia, in compenso la mogliettina scrive romanzi escapisti, in cui la sua alter-ego letteraria pianifica di scappare di casa. Il figlio minore è minacciato da un bullo qualche anno più grande e la figlia maggiore ha una mezza cotta per una, a distrarci da questi personaggi-archetipo ci pensano misteriosi eventi, luci e portali che fanno precipitare Oak Street indietro nel tempo, nel Mesozoico, il gioco a questo punto per i Platt diventa non diventare gli SPLATT, schiacciati o divorati da qualche dinosauro.
Cosa avrebbe potuto essere “La fine di Oak Street” con un po’ meno indecisione e – sospetto io – trovate paracule da parte della Bad Robots che finanzia? Avrebbe potuto essere una puntata con i soldi e gli effetti speciali della IL&M di “Ai confini della realtà”, “Oltre i limiti” o, ancora meglio, “Eerie, Indiana”, che era lo Stranger Things (ma fatto bene) di Joe Dante, prima di tutto e di tutti, serie che prima o poi dovrò trovare il modo di trattare perché “Gli acchiappamostri” mi piaceva un sacco.

Avrebbe potuto essere, non dico “Ritorno dalla quarta dimensione” (purtroppo l’anno scorso non ho avuto il tempo di festeggiarne il quarantennale, lo volete sulla Bara?), ma almeno una specie di fumetto della EC Comics fatto film, un modo per riportare in auge tutti quei film per ragazzi con cui siamo cresciuti, e che avevano proprio in Joe Dante il loro faro.
Invece David Robert Mitchell, che per It Follows si era rifatto molto a Carpenter, qui pesca molto da Spielberg e da Zemeckis, perché se hai dei viaggi nel tempo nel tuo film, non strizzare l’occhio al lavoro del vecchio Bob è una tentazione irresistibile. Sempre perché io sono malpensante, avere alle tue spalle lo Spielberg dei poveri, quanto può aver influito sul risultato finale? Secondo me fin troppo.
Per prima cosa, 11 luglio 1982, una dichiarazione di intenti, una paracula dichiarazione di intenti, cosa aveva questo soggetto da non poter essere ambientato l’11 luglio del 2026? Il salto nel tempo avrebbe azzerato internet e cellulari, la figlia, facente funzione di quota-omosessuale che in un film contemporaneo non può mancare altrimenti non sei inclusivo, avrebbe avuto anche più cittadinanza. Cosa sarebbe mancato, però? La possibilità di infilare nelle camerette i poster di Star Wars o la possibilità di cavalcare una colonna sonora che sembra uscita dalla playlist di Spotify dedicata al decennio delle spalline e dei capelli cotonati: “Shake It Up” dei The Cars, “Don’t Let Him Know” dei Prism, “More Than This” dei Roxy Music. Insomma, sarebbe mancata la possibilità di risultare inutilmente ruffiani e paraculi. Al pubblico piacciono le “Strane cose”? Sotto con gli anni ’80!

Visto che sono lanciato, continuo con i difetti: il cast è largamente sottoutilizzato, Ewan McGregor ha il compito di coprire il ruolo del maschio bianco tonto imposto dall’algoritmo, che favorisce i personaggi femminili perché è stato programmato secondo l’etica del 2026. Per fortuna Anne Hathaway risponde presente, con quello che sarà l’ultimo film della sua tornata, perché l’attrice fa così, lavora un sacco tutto insieme, poi sparisce per mesi e mesi e mesi, in questo caso ben giustificata visto che è in dolce attesa.
I passaggi idioti abbondano, David Robert Mitchell è evidentemente un fan di Boris, perché improvvisamente decide che i dinosauri devono scopare, così, de botto, senza senso (cit.), in una scena che non solo è imbarazzante, ma viene anche reiterata, perché perseverare è diabolico in un film indeciso su cosa vuole essere, vuoi fare il B-Movie o il film sulla famiglia con i dinosauri come METAFORONE delle difficoltà?

La ruffianata è proprio questa, i Platt sono una famiglia che sta per andare a pezzi, che è un tema caro, molto sentito e ricorrente nel cinema di Spielberg, tanto quanto lo sono i dinosauri, quindi “The End of Oak Street” risulta un bignamino che puzza di ruffianeria lontano un chilometro, che cerca di risultare Spielberghiano, ma anche un B-Movie in stile anni ’80 con i Dinosauri e non riesce a fare bene nessuna delle due cose, con trovate che ti tirano proprio fuori dalla storia: i fucili non fanno niente ai dinosauri ma il ragazzino con la sua micro arma sì, la bolla spazio-temporale che si sposta in base alla comodità dello sceneggiatore, che, essendo sempre David Robert Mitchell, si è fatto lo sconto.
Passiamo ai lati positivi, Anne Hathaway è quella con più spazio e risponde presente molto bene, prima del suo lungo letargo alla Jeepers Creepers, almeno ci saluta con una buonissima prova. Torna presto, Anne, che qui ti aspettiamo tutti, mica solo Ulisse!

Hai la Bad Robots, hai il maledetto, la mia Nemesi? Questo vuol dire che per nostra fortuna Michael Giacchino non è tanto distante dalla zona delle operazioni, e per una volta può comporre per un soggetto che non sia una franchise ultra noto con la sua colonna sonora già definita. Qui fa un lavoro sottile, manca il tema grosso, la fanfara che ti si pianta in testa, ma tutto il tappeto musicale fa fare un salto di qualità anche alla regia e alle scene dirette da David Robert Mitchell. In un mondo giusto, Giacchino si meriterebbe film migliori e meno riciclati su cui far risuonare le sue note, anche se, comunque, lo fa sempre molto bene.
Piatto principale? I Dinosauri, ovviamente, siamo tutti qui per Anne Hathaway e i Dinosauri, che risultano ben fatti, ma soprattutto aggiornati rispetto alle ultime scoperte sui precedenti inquilini del nostro pianeta, ecco perché qui molti di loro hanno piume e pelliccia. Anche il serpentone risulta essere una delle bestiacce più riuscite in un film che per lo meno intrattiene, se vi basta questo, sono sicuro che il film si beccherà la frase fatta (odio le frasi fatte quasi quanto GIEI GIEI) “Il più bel film di Dinosauri dai tempi di…”, perché tanto lo sapete che Infernet funziona così.

Per quanto mi riguarda, “La fine di Oak Street” aveva i numeri per diventare un piccolo culto e invece risulta più che altro un’occasione sprecata, una robetta paracula che non ha nemmeno ben capito il potenziale che aveva per le mani o, peggio, ha pensato che correre dietro alle mode del momento (che poi è la malinconia per gli anni ’80, non proprio roba freschissima) o provare a fare gli Spielberg dei poveri poteva e doveva essere il centro di un film che invece aveva Dinosauri e un quartiere spedito indietro nel tempo come vero baricentro. Però i dinosauri scopano, eh?
Veniamo a noi, Bariste e Baristi! È agosto, fa caldo, quindi mi merito anche io un po’ di riposo, poca roba, non vi accorgerete nemmeno che la Bara nei prossimi giorni sarà guidata da Otto, il pilota automatico gonfiabile. Questo sarà uno dei tre post che vedrete sepolti questa settimana, gli altri due mercoledì e venerdì. La normale pubblicazione tornerà, tutti i giorni, a partire da lunedì 24, che abbiamo già film molto attesi e compleanni fighi da rispettare… Buon volo!


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