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La grande scommessa (2016): A che ora è la fine del mondo?

Quando ho
realizzato che l’Adam McKay che ha scritto e diretto questo “The Big Short” era
lo stesso Adam McKay che arriva da tanto Saturday Night Live, da parecchi film
con Will Ferrell e dalla riscrittura di Ant-Man dopo la dipartita (artistica) di Edgard Wright, mi sono stropicciato gli occhi.

Non avevo
visto nemmeno mezzo trailer, ne avevo a malapena sentito parlare come di un
film che spiegava le ragioni della bolla economica del mercato immobiliare americano, la stessa famigerata bollaccia che ha dato il via alla crisi
economica. Già l’argomento non è semplice, ma non era questa la cosa ad
urtarmi, puoi pure tenermi 130 minuti a parlare di economia, ma 130 minuti a
vedere quella faccia da pirla di Christian Bale proprio non posso farcela…
Devo dire che
alla fine “La grande scommessa” mi è anche piaciuto, Adam McKay ha fatto un
ottimo lavoro adattando per lo schermo “The Big Short – Il grande scoperto”
(The Big Short: Inside the Doomsday Machine), ma soprattutto trovando la chiave
di lettura giusta per accalappiare gli spettatori.

I quattro cavalieri dell’apocalisse (economica).
La storia
inizia nel 2005 ed è tutta raccontata dal punto di vista di pochi personaggi,
gli unici a riuscire a guardare più in là del proprio naso, anticipando il
disastro prossimo venturo dei titoli tripla A e dei CDO sintetici.
Parliamo
subito della principale caratteristica di questo “The Big Short”: i personaggi del film parlano solo ed unicamente utilizzando termini
tecnici, chi come me non è molto ferrato in economia e conta ancora con le dita
(so contare fino dieci! VENTI se uso i piedi!) potrebbe avere più di una difficoltà.
L’unica cosa che mi ha salvato oltre al fatto che ogni tanto un giornale lo
leggo anche io…
…Cassidy! Playboy non è un giornale e non si legge!
L’ho scritto o
era solo una delle voci nella mia testa? E poi è pieno di articoli intere… Ma stavo dicevo, mi ha salvato il fatto di
aver visto l’ottimo documentario di Charles Ferguson del 2010 intitolato “Inside
Job” (consigliato, se voleste approfondire), quindi non sono rimasto
completamente stordito (quello lo sono già di solito) di fronte a cose come i credit
default swap e altre strambe sigle.
Quello che non
ha fatto la mia (scarsa) preparazione, lo ha saputo fare Adam McKay in questo
film, inventandosi una trovata molto efficace. Spesso i personaggi del film
infrangono la parate della quarta dimensione rivolgendosi direttamente al
pubblico, un po’ come fa Frank Underwood in House of Cards per capirci, ma soprattutto, ogni tanto il film è intervallato da
alcune scene fuori contesto, che spiegano attraverso riuscite metafore, il
disastro economico. Anche se devo dire che il primo utilizzo di questo trucco,
mi ha lasciato un po’ spiazzato.



Secondo voi cosa dovrei capire io se a spiegare è una così?
Quando viene
introdotta Margot Robbie, in una vasca da bagno piena di schiuma a spiegare il
primo concetto chiave del film, ho creduto che tutta la pellicola fosse una
grossa trovata satirica, spiego: secondo voi c’è qualche uomo davvero in grado
di capire un concetto (anche semplice) se di fronte a sé ha Margot Robbie in
una vasca da bagno? Figuriamoci un concetto economico complesso, dai!
Ho seriamente
creduto che la mossa di Adam McKay fosse satirica, tipo quei servizi del TG che
si presentano come una chiara spiegazione dei fatti e poi, in soldoni, non
spiegano nulla e ti lasciano con più dubbi di prima. Devo dire che nel corso
del film, invece, la scelta di Adam McKay paga dividendi, la scena con Selena
Gomez al tavolo da Black Jack è totalmente riuscita e illustra alla perfezione la situazione… Quindi, posso dire che il problema è stato solo la scelta di Margot
Robbie, tutto sotto controllo.


Come dicevo ho
apprezzato molto “La grande scommessa”, anche per il suo andamento, questo
senso di apocalisse imminente si avverte e, anche nel finale, la pellicola di
Adam McKay non fa mai facili concessioni al buonismo o ad un finale
cinematografico rassicurante. Se devi parlare di fine del mondo, fallo come si
deve, è il buon Adamo ci è riuscito.



“Tu! Ti ho riconosciuto anche con quel tintone! Sei l’autista di Drive!”.
Passiamo alle
note negative? Essendo io a parlare del film, non potevano non esserci… Prima di iniziare a fischiarmi
datemi il tempo di dirvi la mia in merito!
Ho trovato
tutto il cast azzeccato e molto in palla, anche Steve Carell, malgrado il suo
curriculum da attore comico, funziona alla grande qui, perché per fare il
comico bene, per prima cosa devi saper recitare e Carell ha già dimostrato di
saperlo fare anche in film drammatici come Foxcatcher.
Proprio
parlando di Foxcatcher, avevo
espresso il mio dubbio sulla questione “Attori che si fanno brutti per imitarci”,
purtroppo “La grande scommessa” soffre della stessa sindrome: il biondo-occhi-azzurri
Ryan Goslin, diventa un moro-occhi-marroni per entrare nei panni dell’investitore
di Deutsche Bank. Brad Pitt molto misurato (volutamente) malgrado gli occhiali
da Antonello Venditti è quello che risulta meno “Strambo” di tutti, ovviamente
dall’altra parte dello spettro, c’è sempre lui, il maledetto, Chris Bale.



“Mi si nota di più se vengo e me ne sto in disparte o se vengo vestito da Antonello Venditti?”.
Sono sicuro
che il vero Michael Burry sia eccentrico, ma qui francamente mi è sembrato che
Adam McKay o Chris Bale (o entrambi) abbiano davvero calcato troppo la mano per
caratterizzarlo, scalzo e in braghini in giro per l’ufficio, ascoltando
Metallica, Mastodon e Pantera a volumi criminali. Non che io non apprezzi la
scelta musicale (anzi, tutt’altro), ma mi è sembrato un modo di scrivere (e
interpretare) il personaggio, usando il pennarellone a punta grossa, ma dopo
essersi metto i guanti da forno, giusto per essere sicuri di scrivere proprio
grande grande la parola ECCENTRICO. Con il Caps lock acceso, ovviamente.



In ufficio tante volte, vorrei fare così anche io…
Di suo, Christian Bale ha dichiarato in un’intervista di aver imparato a suonare la batteria a
doppio pedale (anche se la suona così così solo in una breve scena) ascoltando “By
demons be driven” dei Pantera e per questo stavo quasi per ricominciare, non
dico a volergli bene, ma almeno a recuperare un po’ di stima per lui.


Solo che poi,
per rimettere in equilibrio l’universo, dichiara che i Mastodon fanno Death
Metal e allora ciao Chris, ciao proprio, le pensi tutte per farti stimare…

“By demons be driven… Beckon the call!”.
Detto questo, il
film mi è piaciuto e mi ha anche sorpreso, 
diciamo che se la scena in borsa del finale di Una poltrona per due vi ha sempre lasciati con qualche dubbio, “The Big Short” di certo non vi farà fare pace con l’economia.

“La grande scommessa” non ha la forza e la follia di “The
Wolf of Wall Streets” che resta superiore, ma entrambi i film ci confermano
quello che già sapevano: chi ha le mani sul volante del mondo, ha dimenticato
la responsabilità negli altri pantaloni e questo è il finale più horror che si
potesse dare ad un film che parla di fine del mondo.

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