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La leggenda del re pescatore (1991): Mi piace New York a giugno, e a voi?

“Hit the road Jack” è il pezzo di Ray Charles che risuona
sempre negli stadi NBA quando un giocatore fa l’ultimo fallo a disposizione (il
sesto) e per questo deve lasciare il campo, più o meno la condizione del
nostro Terry prima di imbattersi nella sceneggiatura del film protagonista del
nuovo capitolo della rubrica… Gilliamesque!

Facile valutare il talento di un regista quando ha per le
mani il soggetto della vita e magari un budget illimitato, secondo me il vero
banco di prova è il film su commissione, il manico (passatemi l’espressione) di
un autore si vede nel momento in cui devi fare tuo materiale che all’apparenza
non ha davvero niente a che spartire con il tuo cinema. Dopo il clamoroso tonfo
al botteghino di Le avventure del barone di Munchausen, a Terry Gilliam viene proposto di tutto, anche cosette che
lui platealmente schifa, tipo un seguito di Alien
e, anche se vado matto per la saga aliena, devo dire che il modo in cui Gilliam
giustifica le sue scelte è sempre uno spasso!

Ma la ricerca di Terry termina (oppure inizia visto il tema
del film), quando s’imbatte nella sceneggiatura di “The Fisher King” scritta
da Richard LaGravenese ed ispirata in parti uguali alla figura del re
pescatore che compare varie volte nei racconti del ciclo arturiano, ma viene
anche citato nel poema di T.S. Eliot “Le terre desolate”, insomma ancora una
volta dopo averlo inseguito insieme ai Monty Python, Terry Gilliam si rimette
in pista alla ricerca del Sacro Graal, probabilmente a colpi di noci di cocco.


Terry impegnato ad illustrare il funzionamento delle noci di cocco al suo protagonista.

Quindi, per la prima volta in carriera il buon Terry si
ritrova a dirigere qualcosa che non solo non è stato scritto di suo pugno, ma
porta la firma di uno come Richard LaGravenese, famoso per le sue storie
amorose di persone ordinarie, tipo “I ponti di Madison County” (1995) anche
noto come “Il film dove Clint Eastwood non spara a nessuno”, oppure “L’uomo che
sussurrava ai cavalli” (1998). Come conciliare le trame di LaGravenese all’esplosivo
estro creativo di un regista davvero visionario come Gilliam? Ci vuole qualche
produttore che sappia il fatto suo, non uno a caso, una delle preferite della
Bara Volante, la grande Debra Hill.

Storica collaboratrice di tanti capolavori di John Carpenter,
Debra Hill si conferma la donna giusta al momento giusto,
ancora oggi Gilliam va in giro a dire che un ambiente di lavoro ideale come
quello che ha avuto sul set di “The Fisher King” lo deve ancora ritrovare… Ci
credo! Considerando le sfighe che ha avuto in carriera, ritrovarsi coccolato e
supportato dal talento della Hill dev’essere stato un sogno per lui.

“Io amo la Bara Volante! Il blog più bello del mondo!” , “Ma tu sei tutto matto”.

“La leggenda del re pescatore” (perché nei titoli italiani,
una “Leggenda” non la si nega a nessuno) è l’occasione per Gilliam di
dimostrare quello che sa fare, anche suonando lo spartito scritto da qualcun
altro e, per essere uno storicamente etichettato come bersagliato da una sfiga
cronica, qui ha la fortuna di avere degli ottimi musicisti, come Robin Williams,
questa volta con la testa attaccata al collo, anche se non meno svalvolata di
come lo abbiamo visto in Munchausen. Trama e poi andiamo nel dettaglio!

“Excalibur!”, “BRAVO!”, “Grazie” (cit.)

“Hit the road Jack” è anche il pezzo con cui iniziano le
trasmissioni radiofoniche di Jack Lucas (un Jeff Bridges da applausi) DJ di New
York dalla parlantina svelta, uno alla Howard Stern per capirci, un divo con
tutti i capricci che ne conseguono, decisamente in rampa di lancio e con un’altissima
considerazione di sé, dettaglio che Gilliam sottolinea con un’inquadratura dall’alto
tutta matta, sulla sua enorme limo, unica auto nera in mezzo ad un’infinità di
modesti taxi gialli.

Come nella canzone di Ray Charles, a Jack viene consigliato
di alzare i tacchi quando un mitomane prende alla lettera una sua tirata cinica
e fa fuori a colpi di fucile sette persone in un ristorante alla moda, Hit the
road Jack and don’t come back, no more no more no more no more
. Tre anni dopo
Jack lavora come commesso nel video noleggio (in cui fa bella mostra di se
anche la locandina di Munchausen)
della sua fidanzata, Anne Napolitano (Mercedes Ruehl), lavora, oddio, più che
altro si autocommisera e passa il suo tempo a girovagare sbronzo per la New
York.

Paura e delirio a New York.

Almeno fino alla sera in cui per poco non viene trasformato
in un arrosticino da due gentiluomini (per non dire stronzi) che scambiandolo
per un senzatetto vorrebbero ripulire la città con benzina e fiammiferi. Per
poco, perché a salvarlo arriva Parry (Robin Williams), cavaliere quello sì, in
scintillante armatura, magari anche no, visto che vive di quello che trova
ospite di un sottoscala.

Per casi come questi si utilizza l’espressione, dalle stelle
alle stalle, anzi, alle luride strade di New York che Gilliam riprende in un
tripudio di inquadrature sghembe e angolazioni di macchina da presa dal basso
come un postaccio, non dico proprio un girone infernale, ma un Purgatorio
particolarmente sgradevole di sicuro. Un luogo che Parry chiama casa, perché sarà
anche l’ultimo degli ultimi, ma il nostro ha una missione: ritrovare il Sacro
Graal che lui sa trovarsi nella casa di un miliardario di Manhattan. Lo sa
perché, beh, lo ha visto fotografato in una rivista e poi glielo hanno detto
gli gnomi. Sapete come funziona la fede, no? Ognuna parla con l’essere
immaginario che preferisce, non formalizziamoci!

“Mork chiama Orson, rispondi Orson, Mork chiama Orson!”.

Per Parry, il nostro Jack è l’eletto destinato a trovare il
Sacro Graal, mentre Jack vorrebbe solo sparire, ma cambierà presto idea
afflitto dal senso di colpa quando scoprirà che Parry un tempo era uno stimato
professore universitario studioso di storia di nome Henry Sagan che ha, diciamo,
perso un po’ il boccino, quando sua moglie è stata brutalmente uccisa dall’ascoltatore
radiofonico di Jack, otto milioni di persone nella Grande Mela e proprio quello
a cui hai ucciso la moglie Jack, bella mira.

Jack e Parry sono due personaggi agli antipodi: lo studioso innamorato
di sua moglie contro il DJ sguaiato ed egoista, a ben guardarli, però, hanno in
comune almeno il fatto di essere rappresentanti di personaggi dell’immaginario.
Jack Lucas è il bugiardo cronico, costantemente impegnato in atti di autoindulgenza per assolversi dai suoi peccati e non prendersi le proprie
responsabilità, un burattino affascinato dal Paese dei balocchi della fama
facile, in pratica è Pinocchio che oltre ad essere il primo film ad aver ispirato
Gilliam da bambino, dopo averlo visto al cinema (storia vera) è anche il
pupazzo di legno che Jack riceve in regalo da un ragazzino ricco, con cui Jeff Bridges ci regala un pezzo di bravura notevole, il suo monologo con Pinocchio è
la confessione di un bugiardo, sarebbe anche malinconico se non fossero tutte delle gran balle, per giustificare la sua fuga da se stesso.

Un bugiardo che si confessa con un altro bugiardo (però di legno).

Allo stesso modo Parry è un personaggio in fuga, uno che
come Sam Lowry ha abbracciato l’estrema
forma di fantasia, ovvero la follia, per scappare dall’orrore, impazzito perché
per sempre intrappolato in un mondo immaginario da lui stesso creato per non
affrontare la realtà, in questo senso il Cavaliere Rosso che lo perseguita è un’ideale continuazione del Samurai contro cui Sam Lowry combatteva nei suoi
sogni.

Al cavaliere nero rosso non gli devi caga’ er cazzo!

Parry è il re pescatore, nella scena dello “Spaccanuvole”,
nudo a Central Park il personaggio confessa, il suo inconscio parla e ci
racconta la storia del personaggio del ciclo arturiano e, fateci caso, per
tutto il tempo del film Robin Williams recita con una mano fasciata, proprio
come la mano bruciata del re della leggenda.

Proprio per aiutare Parry, Jack attraversa lo specchio come
Alice e si ritrova dall’altra parte di quel muro invisibile che separa i ricchi
dai poveri nella Grande Mela, a stretto contatto con le persone considerate
invisibili, se non proprio sgradite della società, ben rappresentate dal veterano
invalido con la faccia (e il vocione) di Tom Waits, uno che definisce se stesso
una specie di semaforo morale, per tutti quelli che vivono la loro routine e
pensando di passarsela male. Ed occhio a Tom Waits perché nei prossimi capitoli
di questa rubrica tornerà a trovarci, qui, invece, posso dire che affidare all’autore
di cosine come “Jersey Girl” questo ruolo da menestrello urbano decadente (e
Gilliamesco) è un vero colpo di genio!

“Tom se ti do una monetina me la fai Picture in a Frame?”.

Sì, perché provate a pensare a questo film nella mani di
chiunque altro, un regista meno talentuoso e visionario avrebbe condito di
moralismo i poveracci al centro della storia, tenendo New York come sfondo,
mentre qui Gilliam trasforma la Grande Mela in un luogo che contribuisce al
racconto, una città che può ricordarti che sei solo un numero con i suoi
palazzi infiniti (rigorosamente inquadrati dal basso da Terry) o gli sterminati
uffici tutti uguali dove lavora Lydia Sinclair (Amanda Plummer), ma anche un
posto lurido e schifoso dove se vuoi un po’ di gioia è meglio che te la cerchi
da solo, come fa, ad esempio, Parry che dove noi vediamo degrado, lui vede la
gioia e lo splendore, proprio come la vede in Lydia, una che, diciamocelo,
risulta piuttosto ordinaria se non proprio anonima, ma per Parry sarà la donna
angelica che Jill Layton era per Sam Lowry in Brazil e la distanza tra i due personaggi si riduce ancora perché se
Sam si limitava a canticchiare “Aquarela do Brasil”, Parry canta proprio, anzi,
chiede a tutti quelli che incontra di cantare, sempre lo stesso pezzo “How
About You?” di Harry Nilsson che con la sua prima strofa «I like New York in
June, how about you?» sembra dedicata proprio alla città.

Terry Gilliam non le manda a dire, basta guardare com’è
rappresentato Central Park, prima della cura del sindaco, lo sceriffo Rudolph
Giuliani, un posticino dove se ti va bene, ti rapinano solo, mentre per Parry è
il posto migliore per ehm, tornare a contatto con la natura. Gilliam è
bravissimo a tirare fuori momenti Gilliameschi da una trama che, in mano ad un
regista diverso, sarebbe stata una storia di amore e redenzione ben più
canonica e banale, basta guardare la scena della stazione (chiusa per
riprendere le scene dalle cinque alle otto del mattino, con buona pace dei
pendolari) in cui il via vai di persone diventa un enorme valzer di coppie che
ballano, il primo momento in cui Jack (e noi spettatori), inizia a vedere il
mondo come lo vede Perry.

“Ti viene data solo una piccola scintilla di follia. Non devi perderla” (Robin Williams)

Purtroppo, abbiamo anche l’altra faccia della medaglia: le
sortite del terribile Cavaliere Rosso che perseguita Parry, sono grandiose perché
il cavaliere con le sue fiamme è una visione che riassume alla grande la
potenza visiva del cinema di Gilliam, ma è anche un momento drammatico, perché
diventa metafora della condizione di Parry che torna a perseguitarlo.

In questo senso, amo moltissimo il modo in cui “La leggenda
del re pescatore” riesca a menare il can per l’aia in modo controllato, mentre
lo stai guardano pensi: “Hey, ma scusate: questo film non parlava di due strambi
cavalieri, due Don Chisciotte e Sancho Panza in salsa “Knickerbocker” alla
ricerca del Graal? Allora perché stiamo qui a vedere Jack e Anne che cercando
di organizzare un appuntamento tra Parry e Lydia?”. Proprio qui sta il bello: più
la storia va alla deriva abbracciando anche momenti da commedia romantica del
tutto riusciti, più ci affezioniamo ai personaggi, dimostrando un altro grande
talento di Gilliam, quello di saper tirare fuori il meglio dai suoi attori.

Lilli e il vagabondo mangiavano spaghetti stando più composti a tavola di questi due.

Jeff Bridges (che, per altro, qui sfoggia la stessa maglietta
da Baseball che userà anche ne “il grande Lebowski) semplicemente giganteggia
nei panni dell’eroe contro voglia Gilliamesco ed ogni tanto si prende il film
con un paio di monologhi, su Robin Williams tenetemi l’icona aperta che più
tardi ci parliamo, mentre Amanda Plummer è bravissima nell’interpretare una
chiusa nel suo guscio come Lydia. Meglio di lei, a mio avviso e non solo mio
visto che per questo film si è portata a casa un Oscar come miglior attrice non
protagonista, è Mercedes Ruehl, la sua Anne Napolitano è la tipica Newyorkese un
po’ incazzata da cui emergono le origini italiane, classico caso di “Puoi avere
di meglio di quello lì”, ma anche di, per dirla alla Kevin Smith Silent
Bob: «Da’ retta, il mondo è pieno di belle donne, ma non tutte ti portano le
lasagne da casa, più che altro ti fanno le corna e basta», che poi è quello che
vorresti dire a Jack per tutto il tempo del film, o almeno nei momenti in cui
non si chiama gli schiaffi, sto scemo!

Ammettetelo, adesso la volete anche voi una maglietta così.

Gilliam allunga il brodo con un piano sequenza statico al
ristorante cinese che serve a farci affezionare ai personaggi e alla loro
tenerezza e quando come Parry abbassiamo la guardia SBAM! Fa tornare il Cavaliere Rosso e la scena diventa uno schiaffo in faccia anche grazie al
talento di Robin Williams (l’icona lasciata aperta, è ora di chiuderla), straziante
il modo in cui Williams chiede al Cavaliere di lasciargli almeno il ricordo di
una serata felice, mentre quello lo colpisce con tutto quello che ha, facendo
rivivere a Parry (e a noi spettatori) il dramma della morte della moglie, in
una delle scene con più sangue mai vista in un film di Gilliam che ancora una
volta ci arrotola il tappeto da sotto i piedi sovrapponendo realtà e finzione,
le maniche della giacca palesemente troppo larga per Parry, diventano quelle
della sua camicia di forza, per Gilliam l’immaginazione, è sempre
la più potente della forze in gioco, quella capace di alterare anche la realtà.

La stessa reazione del pubblico, quando il film svolta ancora una volta.

Anzi, così potete che alla fine Jack dovrà diventare per
forza l’eletto che troverà il Sacro Graal salvando tutti, la villa del
miliardario è a tutti gli effetti un castello da espugnare per Jack in versione
cavaliere, un luogo dove realtà e finzione non sono più distinguibili (la
visione dell’assassino della moglie di Parry, ad esempio, che rappresenta il
senso di colpa che Jack deve affrontare), poco importa che la Sacra coppa sia
più che altro una coppa sì, ma con tanto di targa premio celebrativa, perché
alla fine salva davvero Parry, magari non nel modo esplicito con cui salvava Henry Jones Senior, però porta la salvezza
a tutti, a Lydia che riabbraccia Parry ormai in pace con se stesso e il suo
brutto passato, a Anne che caparbia non smette di sperare e alla fine ritrova
un Jack finalmente maturo, ex burattino di legno propenso alla bugia,
finalmente un bambino (grande) vero e anzi, a ben guardare, si salva persino il
miliardario aspirante suicida che non tira i calzini proprio grazie alla
sortita di Jack.

Ad un occhio distratto, il finale di “The Fisher King”
potrebbe sembrare una concessione di Gilliam al classico “E vissero tutti
felici e contenti” che piace tanto ad Hollywood, ma in realtà è solo un altro
dei finali apparentemente ottimisti di Gilliam. Sì, perché la New York dove
vivono, amano e rubano sacre reliquie i protagonisti non è cambiata di un
millimetro, è lo stesso postaccio ingrato nei confronti dei più deboli, ma in
questa mancanza di indulgenza finale, Terry ribadisce ancora una volta il
mantra della sua missione: l’immaginazione vince su ogni altra cosa, coloro
capaci di abbracciare la fantasia e di conseguenza in grado di provare empatia
verso il prossimo sono i veri re (pescatori) di questa storia. Una salvezza che
Gilliam non idealizza, perché comunque il mondo resta un luogo crudele, però
ora che abbiamo imparato gli uni dagli altri e ci conosciamo, potremmo quasi
essere amici. Non quella cazzata di “L’amore trionfa e ci salverà tutti”, ma va,
però almeno la fantasia, qualcuno ben disposto a farsi una cantata lo può anche
trovare, ed ora forza tutti insieme!
I like New York in June, how about you?
I like a Gershwin tune, how about you?
I love a fireside when a storm is due
I like potato chips, moonlight, motor trips, how about you?


“Fuori la voce lettori, tanto è un blog, non vi sente nessuno”.

Settimana prossima, nuovo capitolo della rubrica in arrivo,
per altro, con un argomento che mi sta molto a cuore… Le scimmie!

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