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La morte cavalca a Rio Bravo (1961): sulle piste di “Bloody” Sam Peckinpah

Come sono i registi che piacciono alla Bara Volante? Disallineati, talentuosi e spesso ai margini del sistema, in generale matti come cavalli. Capite da voi che con queste premesse, non potevo certo restare lontano a lungo da un nome che ha davvero cambiato radicalmente la storia del cinema, uno che ha tenuto a battesimo anche i maestri. Era ora che questa Bara si mettesse sulle tracce di Sam Peckinpah, quindi vi do il mio benvenuto al primo capitolo di… Sam day bloody Sam day!

Sam Peckinpah è sempre stato una contraddizione vivente, dotato di un talento cristallino, ma considerato dispotico, in eterna battaglia con i produttori e la bottiglia, il cantore dei tempi andati, per certi versi un vero cowboy, anche se a scuola Peckinpah era considerato il fighetto, il figlio ricco di David Peckinpah, famoso avvocato di Fresno in California, Sam è sempre stato smilzo, con un paio di occhi fiammeggianti, il baffetto curato, una vera calamita per le ragazze insomma.

Ma l’infanzia di Peckinpah è stata caratterizzata dal tempo passato nel ranch di famiglia, un luogo fuori dal tempo che il giovane Sam finì per idealizzare, quei cowboy rudi che gestivano i cavalli e vivevano come si faceva ancora quando la frontiera americana era tutta da scoprire, hanno alimentato il fascino del giovane David Samuel Peckinpah, detto Sam (oppure D. Sammy come lo chiamava sua madre Fern, da cui il figlio pare abbia ereditato l’abilità di manipolare il prossimo) per un’epoca che ormai era finita.

Gli anni della crescita del futuro “Bloody Sam” sembrano il romanzo di formazione di una canaglia, a metà tra racconto bucolico e dramma familiare, una puntata lunga di Yellowstone che da sola meriterebbe di essere raccontata, se vi interessa approfondire con qualcuno che lo ha fatto alla grande, vi consiglio “Se si muovono… falli secchi!” scritto dallo sceneggiatore televisivo e cultore di Peckinpah, David Weddle, un testo sacro.

Il baffo spavaldo di un Maestro come Sam Peckinpah.

Gli unici film in cui D. Sammy ritrovava la sua idea di West, erano i classici di Ford, Howard Hawks Huston, “Sfida infernale” (1946), “Fiume rosso ” (1948) e “Il tesoro della Sierra Madre” (1948) erano film dove si faceva largo l’idea di personaggi distanti dai classici eroi con il grande cappello bianco, senza macchia e senza paura che a Peckinpah sembravano già finti anche prima di venire chiamato dal suo Paese a prestare servizio durante la “Seconda” (come la chiamava il signor Futterman), quando Peckinpah venne spedito in Cina e al suo ritorno anche il suo idolo dell’infanzia, sua padre David, ne uscì ridimensionato, per via del modo, spesso violento, con cui interagiva con moglie e figli. Una serie di strappi che hanno avuto un’enorme peso nella vita e nell’arte di Sam Peckinpah, salvato solo dai film e da Tennessee Williams, è la sua passione per lo scrittore a spingerlo a studiare arte drammatica, “Portrait of a Madonna” (1941) è stata la prima regia di Peckinpah, prima teatrale e poi televisiva.

Proprio una versione su pellicola dell’opera di Williams è stato il biglietto da visita che ha aperto a Peckinpah le porte dello strano mondo del piccolo schermo, un media neonato che negli anni ’50 era già strapieno di serie televisive Western. Avete presente oggi, quando qualcuno si lamenta per la proliferazione di film e telefilm dedicati ai supereroi? Bene, al confronto era una goccia nel mare, rispetto alla mania degli Americani per le serie Western, ne esistevano un’infinità e con la sua naturale predisposizione per il genere, Peckinpah ha scritto e in qualche caso diretto episodi per tutti i maggiori titoli, da “Gunsmoke” a “The Rifleman” passando per quelli che in uno strambo Paese a forma di scarpa non abbiamo visto nemmeno con il binocolo, Sam ha lavorato a tutti.

“Bloody Sam” durante il suo periodo come sceneggiatore e regista televisivo.

Questa sua enorme gavetta gli ha permesso di farsi un nome, non solo per il suo modo prolifico di scrivere, ma soprattutto per la capacità di spiccare nel mare magnum di titoli con trame incredibilmente mature. Grazie al suo talento Peckinpah è stato notato dall’eccentrico produttore Walter Wanger ed è finito sotto l’ala protettiva del leggendario Don Siegel, per un classico come L’invasione degli ultracorpi.

Una volta fatto un passo dentro il mondo del cinema, Peckinpah era quasi arrivato dove voleva essere, anche se la definitiva spallata a favore del futuro “Bloody Sam”, è arrivata ancora una volta dalla televisione, per certi versi l’angelo custode del regista. La neonata serie “The Westerner” venne proposta a Don Siegel che la rifiutò mettendo una buona parola per il suo pupillo, infatti grazie a questa serie Sam Peckinpah ha potuto esprimersi al suo meglio. Il protagonista di “The Westerner”, Brian Keith (che ricorderete di sicuro per la serie televisiva “Tre nipoti e un maggiordomo”), non era il classico cowboy della televisione, tutto buoni sentimenti e giacche con i lustrini. Nella serie si parlava di razzismo, sfruttamento della prostituzione e altri temi controversi che malgrado i buoni ascolti e l’alta qualità di ogni episodio, garantirono una cancellazione preventiva da parte del canale televisivo, tredici episodi che sono bastati a mettere il nome di Sam Peckinpah sulla mappa geografica.

Brian Keith, l’uomo che ha fatto fare il salto al cinema a Peckinpah.

Keith e Peckinpah avevano in comune un passato sotto le armi e una formazione tra selle e cappelli a tesa larga, infatti quando all’attore venne proposto il ruolo da protagonista, nel film tratto dal romanzo di A. S. Fleischman del 1961 “The Deadly Companions”, Keith propose al produttore Charles B. Fitzsimons il nome di quel ragazzo che a trentasei anni, si ritrovò di colpo dove voleva essere: alla regia di un film western destinato ad illuminare il grande schermo.

Per Peckinpah la sceneggiatura scritta dallo stesso Fleischman poteva essere largamente migliorata, quindi, macchina da scrivere in fiamme, portò alcune delle sue idee a Fitzsimons che molto ben disposto gettando i fogli nella spazzatura rispose: «Sei qui per dirigerlo questo film, non per riscriverlo» (storia vera).

Per “La morte cavalca a Rio Bravo” (titolo italiano assolutamente fuorviante), Charles B. Fitzsimons aveva un obbiettivo chiarissimo: far brillare la sua sorellina nata Maureen FitzSimons a Dublino nel 1920, ma diventata celebre come Maureen O’Hara, la ricorderete magari per titoli come “Sinbad il marinaio” (1947) e quella meraviglia di “Un uomo tranquillo” (1952) di John Ford. La O’Hara nel film ha uno spazio enorme, tanto da cantare anche la canzone che dà il titolo al film, Fitzsimon (inteso come Charles) non lo sapeva, ma è stato solo il primo di una lunga serie di produttori a cui Sam Peckinpah ha dichiarato artisticamente guerra.

Maureen O’Hara ha messo su una gran carriera, anche con un fratello invadente. 

In “La morte cavalca a Rio Bravo” ci sono molti degli elementi che avrebbero reso grande il cinema di Peckinpah che però non hanno la possibilità di esplodere per davvero, un po’ perché Sam non aveva ancora messo a punto la formula con cui avrebbe incendiato la settima arte, un po’ perché se al tuo produttore interessa solo dar spazio alla sorellina, puoi dire delle grandi verità, ma pochi saranno pronti ad ascoltarti.

“La morte cavalca a Rio Bravo” è la storia dell’ex sergente nordista Yellowleg (Brian Keith) un uomo spezzato e segnato dalla guerra, nel vero senso della parola visto che un ufficiale sudista gli ha quasi fatto lo scalpo. Yellowleg nasconde la cicatrice di cui si vergogna sotto la tesa del cappello e intanto cova vendetta, seguendo la pista del suo avversario, Yellowleg arriva in città e fa la conoscenza della bella Kit Tildon (Maureen O’Hara) rossa tutto pepe etichettata come donnina di facilissimi costumi, perché madre di un figlio che cresce con fatica dopo la morte del padre.

La svolta drammatica arriva quando Yellowleg, per tentare di sventare una rapina uccide per errore il figlio della donna, un gesto ben poco eroico tipico delle trame di “The Westerner” e del cinema di Sam Peckinpah. Per cercare di redimere il suo gesto, lo Yankee si propone di accompagnare la donna a Siringo, una minuscola cittadina fantasma in pieno territorio degli Apache, per poter seppellire il figlio accanto alla tomba di suo padre. Personaggi spezzati con traumi e drammi, un grande viaggio da affrontare, insomma l’epica del Western al suo meglio, epica a cui, però, Sam Peckinpah ha potuto contribuire solo in parte.

Lo Yankee e la rossa, una stramba coppia di protagonisti.

“The Deadly Companions” (titolo ben più azzeccato vista la trama) è la storia di questo viaggio ed è costellato da momenti visivamente molto riusciti, come l’uomo appeso per il collo al quale Yellowleg salva la vita nella sua entrata in scena, oppure il serpeggiante desiderio di vendetta del protagonista che piano piano viene in qualche modo stemperato dalla bella rossa, ma non nel modo canonico in cui cento film pettinati ci hanno insegnato. Perché nel cinema di Peckinpah i personaggi femminili non sono quasi mai donne angelicate in grado di lenire tutti i dolori dei protagonisti, motivo per cui alcuni dei suoi detrattori lo hanno accusato di misoginia (e ancora peggio, anche di fascismo per alcuni suoi film), tutte accuse frettolose perché come vedremo nel corso della rubrica, il cinema di Peckinpah si muove nelle zone di grigio, quelle che il cinema raramente ama esplorare (meglio avere buoni buonissimi e cattivi cattivissimi da dare in pasto al pubblico). Purtroppo, tutti questi elementi restano un po’ sulla superficie di un film interessante, ma forse più per gli appassionati del futuro “Bloody Sam”.

La ragione per cui “The Deadly Companions” è un film che Sam Peckinpah ha disconosciuto è il montaggio finale, completamente rivisto e modificato a suo piacimento da Charles B. Fitzsimons e qui è necessaria una precisazione: siamo abituati a sentir parlare di film modificati dai produttori dopo le prime proiezioni di prova, ma questa è un’abitudine che è diventata la normalità solo dopo le vittorie del sindacato dei registi, a metà degli anni ’60. Prima i registi consegnavano il girato e se non si chiamavano John Ford oppure Howard Hawks col cavolo che potevi anche solo mettere il naso in sala di montaggio!

Dramma, morte e personaggi che si aggrappano ai loro valori, i segni del cinema di Peckinpah grattano per emergere.

Anzi, proprio i due Maestri sopra citati erano abituati a lavorare girando scene di ampio respiro (e grandi inquadrature), a loro modo un buon compromesso per tutti perché richiedevano ai montatori meno lavoro e di conseguenza garantivano ai registi il minimo sindacale di manomissioni non richieste. Ma Sam Peckinpah nel 1961, per il produttore era poco più che uno in grado di tenere dritta la macchina da presa per inquadrare sua sorella, infatti i tagli di “La morte cavalca a Rio Bravo” si vedono, nemmeno fossero stati eseguiti con un machete arrugginito.

Inspiegabile il dettaglio per cui i due sgherri del soldato sudista che improvvisamente si comportano da alleati di Yellowleg, anche se fino ad un minuto prima lo volevano morto, ma a ben guardare i passaggi a vuoto della storia non mancano e sono tutti imputabili ai tagli, me lo immagino Fitzsimons a masticare il sigaro in una fumosa sala di montaggio, appollaiato sulle spalle del montatore a gridarli: «Togli via tutta questa roba, metti un primo piano di mia sorella!».

«Perfetto così! Ora fai sparire quello con il cappello dall’inquadratura!» 

Ecco perché il finale di “La morte cavalca a Rio Bravo” è quasi lieto, la vendetta sembra sfumare in secondo piano e con Sam Peckinpah di mezzo, resta una vera anomalia facilmente giustificabile, per il futuro “Bloody Sam” non è questo il film giusto per trattare la violenza come vorrebbe per davvero oppure per scavare nella natura animale della razza umana, ma come avrebbe scritto Balcaz: altro materiale da romanzo, altra legna secca che viene accumulata in attesa dell’incendio che Bloody Sam era pronto ad appiccare.

Ma ogni incendio comincia con piccole scintille, questa era la prima, la prossima settimana con un altro scontro con i produttori ne vedremo un’altra decisamente più grande, non mancante, ci vediamo qui tra sette giorni.

Sepolto in precedenza venerdì 2 ottobre 2020

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