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La Mosca (1986): abbiate paura. Abbiate molta paura.

Una mosca può rovinarti una tranquilla serata in poltrona, con il suo ronzio e il suo fregarsi le zampette può essere ridicola e fastidiosa in parti uguali. Ma è bastato un solo film, a cambiare per sempre la percezione di questi insetti, dopo il 1986 le mosche (e gli umani) non sono mai più state le stesse, colpa del protagonista della rubrica… Il mio secondo Canadese preferito!

Già solo per la capacità di smuovermi un terremoto interiore emotivo, i film come “La Mosca” sono molto rari, questo poi è un esempio su come dovrebbero sempre essere fatti i remake, ma anche una pellicola che ad ogni visione sa confermarsi senza sentire l’effetto del tempo, persino quell’acconciatura anni ’80 su Geena Davis sta ancora benissimo. Dopo trent’anni dalla sua uscita, un film può apparire vecchio, ma “La Mosca” no, è un classico e sarà sempre un Classido!

Il successo de La Zona Morta mette David Cronenberg sulla cartina geografica, Hollywood lo vuole a tutti i costi, gli viene offerto qualunque titolo, ma qualunque sul serio! Da “Beverly Hills Cop” a “Flashdance” (!) passando per Il ritorno dello Jedi. Ma l’unico che lo tiene bello stretto è quel califfo di Dino De Laurentiis che immagino non avrà fatto notare la cosa, no no…

Se il vecchio Dino non avesse avuto le mani bucate e la propensione per i progetti più folli, oggi nella filmografia di Cronenberg figurerebbe “Atto di Forza”, progetto a cui il regista stava lavorando, prima della bancarotta della casa di produzione di De Laurentiis. Sarebbe stato un film che avrei guardato volentieri, così come un remake di “L’esperimento del dottor K” (1958), diretto da Tim Burton e interpretato da Michael Keaton. Sì, perché proprio il futuro regista di “Batman” era la scelta numero uno per il progetto, ma quando Keaton rifiutò la parte, beh, tutto da rifare.

«Aiudoooo!!! Aiudoooo!!!» (Cit.)

Pensare che esisteva già una sceneggiatura pronta, scritta da Charles Edward Pogue e fortemente debitrice del film con Vincent Price, anche nelle atmosfere in stile anni ’50, ma Cronenberg è uno dei miei preferiti di sempre anche per la sua unicità, pur di averlo i produttori di loro spontanea iniziativa hanno fatto lievitare il suo cachet da 750 mila ex presidenti morti stampati su carta verde, ad un bel milioncino tondo tondo (storia vera), ma invece di svendersi e dirigere una sgambettante Jennifer Beals, Davidone nostro ha optato per un remake con tre attori e un paio di location, quasi tutte d’interni. Noi quasi sette miliardi, lui unico al mondo.

Davide rimette mano alla sceneggiatura di Charles Edward Pogue, con il suo occhio da anatomopatologo ne capisce il potenziale, ma ne modifica le carni fino a spogliarla di tutte le sovrastrutture, mettendoci dentro dosi abbondanti di Burroughs e soprattutto di Kafka e prendendo ispirazione più che al film del ’58, alla novella originale di George Langelaan, “The Fly”, pubblicata su Playboy nel giugno 1957, rivista più famosa per le conigliette che per le mosche, ma poco importa.

Quanto sono fastidiosi questi titoli di testa che ronzano!

L’intendo di Cronenberg non è solo quello di fare un remake di un vecchio film, vuole proprio aggiornare storia e soggetto, farli suoi e renderli parte della sua poetica cinematografica, esattamente quello che ha fatto Carpenter pochi anni prima con La Cosa. Due esempi di come i remake dovrebbero SEMPRE essere fatti, peccato che pochi abbiano imparato la lezione dei due maestri.

Dopo aver prodotto un altro David (Lynch, nel 1980 con “The Elephant Man”) la Brooksfilms di Mel Brooks produce anche David (inteso come Cronenberg) che sceglie come protagonista Jeff Goldblum, che è anche uno dei pochi attori disposti a sottoporsi alle lunghe sessioni di trucco necessarie a diventare il “Brundlemosca”. Jeff secondo i produttori non è un divo di forte richiamo, ma Davidone non cambia idea e poi zittisce tutti, anche perché Goldblum con la sua prova di recitazione si teletrasporta immediatamente nella storia del cinema, quindi state zzzzzzzzitti e fatemi dirigere.

«Vedi Jeff, tu entri lì dentro e fai Puff! Poi al resto ci penso io»

Jennifer Jason Leigh e Laura Dern vengono scartate per la parte di Veronica perché Davide Birra vuole un volto nuovo, una ragazza (sexy) della porta accanto. Sentendo parlare di ragazze, quello stracciamutande di Jeff, immagino gesticolando a rallentatore come nel suo stile se ne esce con “La conosco io una carina”. La carina è Geena Davis, i due insieme avevano già recitato e fatto anche altre svariate cose visto che l’anno dopo sarebbero diventati marito e moglie (solo per tre anni, però). Già presi singolarmente Jeff e Geena sono due personaggi di culto e questo è il film con cui entrambi si sono guadagnati la mia imperitura stima, vale poco lo so, ma è inalterata da trent’anni!

Amo tantissimi film, ma “La Mosca” è speciale, perché ogni volta è una rivoluzione emotiva, la persona che sei ad inizio film, non è proprio la stessa che arriva ai titoli di coda, al pari di Seth Brundle questo film ti teletrasporta scomponendoti in un miliardo di atomi, modificandoti e turbandoti nel profondo, la frase di lancio involontariamente suggerita da Mel Brooks mentre leggeva la sceneggiatura di Cronenberg, “Be afraid. Be very afraid.” è perfetta per questo film che per me e molti della mia generazione è stato un rito di iniziazione: traumi infantili a go-go!

In compenso avrei sempre voluto portare lei a cena dicendole la parola magica: Cheesburger!

Non mi è mai mancato il gusto per il macabro e questo film l’ho visto alle elementari durante un passaggio televisivo. Il giorno dopo a scuola, tutti i miei compagni erano turbati dalle unghie staccate e dal vomito-sputo (realizzato mescolando uova, miele e latte, buona colazione a tutti!), ma nessuno sapeva come terminava la storia, perché causa strizza, erano tutti scappati a letto, quindi ho dovuto raccontare loro il finale, ma credetemi non lo dico per fare il grosso, nemmeno per me è stato tutto pesche e crema quella volta.

Per la scena in cui Ronnie torna da Seth e lo trova impegnato a camminare sul soffitto, mi è quasi venuto il panico, non per il massiccio uso degli ottimi effetti speciali di Chris Walas (premiati con l’Oscar), sono i piccoli dettagli del film ad essere davvero terrorizzanti. Con la macchina da presa girata (effetto sottosopra) Davide Birra inquadra il protagonista mentre si avvicina agli spettatori, è mutato malamente, ma non si vede bene, con il suo umorismo da sociopatico scherza su un nuovo organo che gli sta spuntando sotto la maglietta (“Questo cos’è? Non lo so”), poi salta giù ed è come se guardasse te negli occhi, a quel punto ho spento la tv (storia vera). In quei due secondi di schermo nero tutto il mio futuro di cinefilo, mollo tutto e corro a letto? No, devo sapere come finisce la storia! Se sono ancora qui ad amare il cinema dopo trent’anni, devo ringraziare solo il coraggio di quel bambino occhialuto, grazie capo te ne devo una!

Quello che non ti uccide di paura ti rende un cinefilo.

Cronenberg ha sempre dichiarato di aver ereditato la sua ossessione per gli insetti da Burroughs, per simmetria e numero di arti, non esiste nulla di più lontano dagli umani e vicino agli extraterrestri degli insetti, “La Mosca” incorpora tutta questa fascinazione, in quello che è a tutti gli effetti la versione di Cronenberg de “La metamorfosi” di Kafka.

Dico sempre che un ossessivo non molla un’idea fino a che non l’ha sviscerata per benino, Brundle è l’ennesimo “Mad Doctor” della filmografia di Cronenberg, ma ci sono anche molti altri elementi tipici del cinema di Davide Birra che ne “La Mosca” trovano un palcoscenico ideale: c’è una storia d’amore tragica come ne La Zona Morta, quantitativi abbondanti di melodramma come in Rabid e le telecapsule che ricordano volutamente il cilindro di una Ducati Desmo 450, tengono fede alla passione per i motori di Cronenberg che della continuità tematica fa il suo marchio di fabbrica.

Se quello è il cilindro chissà come sarà la ruota anteriore.

Per essere un melodramma, “La Mosca” è un film che va dritto al sodo senza perdersi in chiacchiere, un capolavoro di sintesi, 90 minuti in cui non ci sono passaggi superflui e, grazie ad un ritmo invidiabile, i personaggi seguono la loro traiettoria verso il disastro (emotivo) finale. L’impianto drammaturgico è perfetto, pochi personaggi scritti ed interpretati in modo straordinario che iniziano e terminano un arco narrativo completo. Tre attori e un paio di interni, un modello quasi teatrale, non è un caso che lo stesso Cronenberg abbia reso questa storia un musical nel 2008, con le musiche del solito e fidato Howard Shore.

Hanno fatto il musical dell’uomo ragno, perché non quello dell’uomo mosca.

“Questo cambierà il mondo!” è quello che dice Seth, facendo anche un po’ il grosso con la bella Ronnie quando cerca di convincerla ad andare a casa sua a vedere la sua collezione di farfalle telecapsule, in realtà a cambiare (in peggio) sarà solo il mondo dei tre protagonisti, mentre l’amore tra Seth e Veronica si evolve, allo stesso tempo procede anche il difficile rapporto tra la giornalista e il suo ex fidanzato e datore di lavoro Stathis Borans (bravissimo John Getz in un ruolo tutt’altro che facile). Il triangolo si conclude con l’ultimo vertice: la rivalità a distanza tra Seth e Stathis, fatta di gelosie da maschio dominante. Trovo geniale che la motivazione che spinge il “Mad Doctor” Seth a provare su se stesso la sua invenzione, non sia la solita brama di potere, ma la gelosia condita da una buona dose di alcool nel sangue.

A seguire una linea retta è anche la mutazione del corpo del protagonista, destinato a passare dalla condizione iniziale (Seth Brundle) a quella finale (Brundlemosca), il culto del corpo è nato proprio negli anni ’80, lo stesso Seth in preda al delirio di onnipotenza quando gli chiedono se fa Bodybuilding, risponde sì, smonta e ricostruisce corpi.

Fun fact: Cronenberg era certo che i babbuini sul set, avrebbero eletto Jeff capobranco per via del suo fisico da Tarzan (storia vera).

A suo modo anche Cronenberg ricostruisce corpi, Jeff Goldblum passa dall’essere un topo di laboratorio con vestiti tutti uguali (grigi, non neri come in Jurassic Park), dopo la fusione a livello genetico con la mosca (“Ci ha accoppiati senza neanche presentarci”) diventa un super uomo dagli appetiti insaziabili, voglioso di zucchero e di (va)Geena Davis. Al pari di Peter Parker dopo il morso di ragno fa esercizi ginnici sfoggiando il suo nuovo corpo, ma non è Fly-Man, qui niente eroi tanto meno super. Cronenberg, però, è bravissimo a sfruttare l’1.94 di Goldblum mostrandolo l’apice della forma fisica, prima di devastare il corpo pezzo dopo pezzo con trovate raccapriccianti, come il museo di storia naturale Seth Brundle inaugurato nell’armadietto del bagno.

Il filo interdentale non sarà più necessario.

L’allora 43enne David Cronenberg sfoggia un controllo dei generi invidiabile, “La Mosca” rappresenta il capolavoro con cui chiudere la prima fase della sua carriera, quella più smaccatamente body Horror, da qui in poi le mutazioni del corpo saranno interiori, ma comunque traumatiche. Questo livello di controllo gli permette di giocare con i clichè del genere, come la classica scena dell’incubo della protagonista, qui impegnata a partorire un’enorme larva di mosca (gulp!), Cronenberg sottolinea questa deviazione dall’impianto drammaturgico comparendo lui stesso nella scena, nel suo unico cameo in uno dei suoi film (in quelli altri è più attivo, lo si vede spesso), pare che fu proprio Geena Davis a suggerirgli la comparsata nei panni del ginecologo (storia vera).

Curioso perché Martin Scorsese la prima volta che incontrò Cronenberg gli disse che somigliava ad un chirurgo plastico di Los Angeles, tra questo e il fatto che dico sempre che ha un occhio da anatomopatologo, si vede che Davide ha proprio la faccia da dottore!

«Spinga signora spinga! Si vedono già le ali»

Gli attori sono bravissimi, la Davis ad ogni espressione sembra sempre terrorizzata, ma riesce anche a far trapelare l’amore che prova per Seth, Jeff Goldblum giganteggia, invece di affidarsi solo al vistoso trucco prostetico, fa un lavoro molto fisico, ogni volta mi dà i brividi e mi esalta quando con la testa mima un tick che ricorda il ronzio che fanno le mosche.

Quando Veronica non riesce a capire i suoi deliri sulla politica degli insetti è dramma vero, quando arriva alla frase “Io… sto dicendo che sono un insetto che aveva sognato di essere un uomo e gli era piaciuto. Ma adesso il sogno è finito e l’insetto è sveglio.” e la musicona struggente e funerea di Howard Shore parte, capisci che Cronenberg ha appena adattato Kafka per il grande schermo entrando dritto sparato nella storia del cinema.

Considerato il suo anno di uscita, capisco perché tanti hanno visto nel film una metafora della diffusione del virus dell’HIV, ma mi è sempre sembrata una chiave di lettura riduttiva, anche perché non si parla mai di trasmissione sessuale dell’infezione, a mio avviso, la trasformazione in Brundlemosca è la versione estremizzata dell’invecchiamento, o ancora meglio di una malattia.

Lui qui le dice «Ho paura». Non credo serva aggiungere altro.

Seth all’inizio cerca di allontanare Ronnie, a sua detta perché non vuole essere un altro di quei malati che parla solo di capelli che cadono e noduli. Ma l’amore tiene legati i protagonisti di questo melodramma che sono destinati a stare vicini, nell’invocazione di quell’essere ormai più mosca che Seth (“Aiutami, aiutami ad essere umano”) Ronnie rivede qualcosa dell’uomo che ama, in un arco di tempo brevissimo i due sono diventati una coppia anziana, con lei che vede il suo amore sfiorire fisicamente sfiancata dalle infinite veglie al capezzale e lui un malato a cui la sua patologia concede un effimero momento di lucidità. Basterebbe anche solo questo a lasciare lo spettatore in ginocchio.

Negli ultimi 15 minuti Cronenberg getta il carico pesante, non può esserci melò senza dramm e qui si consuma tra mani e caviglie sciolte a colpi di vomito acido, fucili calibro dodici e l’ultima mutazione, la fusione tra Brundlemosca e parte della telecapsula, annunciata dalla vocina sintetica del computer che ha l’effetto raggelante del medico che uscendo dalla sala operatoria della persona che ami, ti dice che ci sono state delle complicazioni.

Brutte complicazioni, ma ottimi effetti speciali.

Ciò che resta di Seth è un corpo macchina, nuovissima dolorante carne, se fosse un horror qualunque quell’atrocità biomeccanica tenterebbe l’ultimo attacco alla Final Girl di turno, ma questo è un capolavoro, non servono più i dialoghi, non servono nemmeno più gli attori, siamo così coinvolti che basta solo la musica di Shore, le urla disperate della Davis e quella creatura che a livello razionale lo sai essere solo una maschera di gomma molto ben fatta, ma quando si porta la canna del fucile alla testa e guarda Veronica, in quello sguardo vedi un insetto che ha sognato di essere un uomo, senti solo la sua volontà di mettere fine al dolore, suo e di Ronnie: un’eutanasia liberatoria, ma dolorosissima.

Che siate voi, io oppure Geena, alla fine di questo film si arriva così.

La storia è finita, l’insetto è sveglio e questo finale ogni volta, ti strappa il cuore dal petto per lanciartelo in faccia. Il film come una telecapsula, ti scompone a livello molecolare, ti rivolta emotivamente e poi ti rimette insieme apparentemente com’eri alla partenza, ma, in realtà, cambiato. 90 minuti di teletrasporto cinematografico che ti fonde geneticamente con il grande cinema senza neanche presentarci. Grazzzzzzzie Mr. Cronenberg.

Ah! Quasi dimenticavo, non perdetevi i pezzi del Cumbrugliume e del Zinefilo dedicati al film!

Sepolto in precedenza venerdì 12 maggio 2017

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  1. Uno dei capolavori assoluti di Cronenberg, quintessenza del body horror, di cui Cronenberg è uno dei padri fondatori

    • Anche se odia quell’etichetta 😉 Cheers

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