Home » Recensioni » La Mummia (1932): Walk like an Egyptian

La Mummia (1932): Walk like an Egyptian

Lo ammetto candidamente: non ho davvero nessun tipo di attesa (meglio noto come “Hype”) per vedere la nuova incarnazione della Mummia della Universal inseguire la mummia di Tommaso Missile, però Lucius Etruscus ha trovato il miglior modo per riempire il tempo con la sua iniziativa tutta avvolta nelle bende spalmata su tutti i blog, a cui sono felicissimo di partecipare!

Essere di Torino
può voler dire gioie e dolori, ma un’unica vera grande costante, sei veramente
di Torino se ti hanno portato in gita 87 volte al museo egizio! Da quando il
museo è stato rifatto figo figherrimo non ci sono ancora andato, per il
semplice fatto che davvero credetemi, da bambino ci sono andato in visita un
numero impressionante di volte e adesso vi beccate anche l’aneddoto infantile!

Il museo egizio
di Torino era veramente un salto indietro nel tempo, le teche in vetro vecchia
scuola ripiene di Canopi, vasi e vasetti e poi l’odore caratteristico, una
versione in piccolo dell’aria all’interno di una piramide. Ma l’evento
principale per un bambino con lo spiccato gusto per il macabro come me non
poteva che essere l’ala dedicata alle mummie, peccato che un mio compagno di
classe non condividesse il mio stesso entusiasmo, mettiamola così, aprite il
vocabolario alla voce “Strizza”.
La maestra per
evitare drammi disse al mio compagno di classe, di fare il giro nel corridoio
laterale e aspettare il resto della classe al fondo della lunga sfilata di
mummie all’interno dei loro sarcofagi, così facendo avrebbe potuto tenerlo d’occhio
a distanza evitandogli teschi, ossa e bende. Un piano perfetto, sfiga! Il mio
compagno colto da rinnovato entusiasmo capisce solo “Aspettaci in fondo” e
parte a cannone lungo il corridoio, passando accanto a TUTTE le mummie, di
fatto beccandosi una versione velocizzata della visita che poco dopo avremmo
fatto anche noi. Ricordo solo che una volta raggiunto il nostro compagno al
fondo dell’ala, era ancora bianco come un cencio e con gli occhi fuori dalla
testa, ci siamo persi di vista negli anni, ma se scoprissi che è ancora in cura
dallo psicologo oggi, non mi stupirei più di tanto.


Ho visto davvero una scena così, non solo nei film!

Non mi è mai più capitato di vedere qualcuno terrorizzato dalle mummie fino all’altro giorno, in cui ho deciso di rivedermi il capostipite di tutti i film con le mummie, tanto che s’intitola proprio “La Mummia” (the mummy, 1932) logico, no? Un film talmente seminale da meritarsi il cartellone rosso che qui riserviamo solo ai Classidy!

Il produttore Carl
Laemmle Jr. è stato l’eminenza grigia dietro ai mitici mostri della Universal,
grazie a lui nel 1931 abbiamo avuto due film
fondamentali come “Dracula” di Tod Browning con Bela Lugosi e il “Frankenstein” di
James Whale con Boris Karloff. Dracula e Franky, Lugosi e Karloff due mostri
leggendari, interpretati da due leggendari mostri sacri del cinema.
Alla ricerca di
una terza grande maschera del terrore da affiancare a questi due giganti, Carl
Laemmle Jr. capisce al volo l’aria che tira, il mondo è in fermento per la
leggenda della maledizione legata all’apertura della tomba di Tutankhamon avvenuta
nel 1922. Ora, lo sappiamo tutti che la storia della maledizione è un’affascinante
frottola, ma quando si parla di bufale, noi sfigati del 2017 possiamo davvero
permetterci di prendere in giro i nostri avi?


All eyes on me, come cantava Tupac.

I pianeti si
allineano, perché lo sceneggiatore John L. Balderston, a cui era stato affidato
il compito di scrivere un film su Cagliostro, di ‘sto mezzo ciarlatano non ne
vuole proprio sapere, il ragazzo sta in fissa con l’antico Egitto ed è il più
felice di tutti, di passare da Cagliostro a “The King of the dead”, questo il (Romeriano
ante litteram) titolo della prima bozza, modificato poi in “Im-Ho-Tep” prima e
nel definito “The Mummy” dopo.

La regia viene
affidata a Karl Freund che si era già fatto le ossa (per stare in tema) nella
seconda unità del “Dracula” di Tod Browning e con una lunga esperienza come
direttore della fotografia, cosa che si vede benissimo, perché Freund ha davvero
saputo dare un tocco di antico Egitto a tutta la pellicola, facendo un lavoro
straordinario, al resto ci pensa la presenza scenica di Boris
Karloff, ma parliamo un attimo della trama!


Shhh! Facciamo piano altrimenti si sveglia.

La spedizione del
British Museum a Tebe nel 1921, scopre il sarcofago del sacerdote Imhotep (Boris
Karloff), secondo i geroglifici il sacerdote è stato condannato ad una morte
orribile, mummificato vivo e rinchiuso nel sarcofago, probabilmente per aver
scatenato l’ira del Faraone, ipotizzano gli archeologi che azzeccano al primo
colpo il movente, ma poi fanno un errore da principianti, mettendosi a leggere
a voce alta il contenuto di un antico papiro ritrovato nei pressi del
sarcofago che risveglia la mummia che con il suo trascinare i piedi e muoversi
a stento con le braccia davanti alla faccia come faccio io quando mi alzo dal
letto la mattina, terrorizza uno dei due archeologi.

Dieci anni dopo,
la mummia ha una nuova identità, non si sa bene come, ora ha preso quella
dell’arabo Ardath Bey seriamente intenzionato a riportare in vita la sua amata
Anck-Su-Namun la vera causa della sua orribile morte. Per farlo usa tutti i
mezzucci necessari per turlupinare un’équipe di archeologi e rapire la bella Helen
(Zita Johann) in tutto e per tutto identica alla sua amata principessa.


Zita Johann durante la sua gita alla giostra degli egizi a Gardaland.

Nei suoi 70
minuti (versione integrale) “La Mummia” è ancora un film incredibilmente
efficace, Karl Freund è bravissimo a farci respirare quell’aria da antiche
maledizioni che è diventato il modello da imitare ogni volta che si parla di
mummie al cinema, per altro, il balzo in avanti di dieci anni della storia,
rimanda idealmente anche nelle date all’apertura della tomba di Tutankhamon. Il
nome Imhotep, invece, è stato scelto pescando da quello di un architetto egizio
realmente esistito ai tempi del faraone Djoser, agli inizi della III dinastia
(storia vera), Ardath Bey, invece, è un giochino ancora migliore, di fatto, è l’anagramma
di “Death by Ra”, scelta geniale per un personaggio che ha giurato a
tutti, anche agli Dei, il suo eterno odio e lo sfoggia come un memento mori
nella sua identità fittizia, d’altra parte l’uomo che medita vendetta mantiene
fresche le sue ferite. Oh raga! Oggi sono sceso dalla bara con il piede aulico!

Il povero Karl
Freund, però, ha dovuto sudare sette bendaggi nel suo battesimo del fuoco come
regista, a suo disposizione ha avuto davvero pochissime settimane per
consegnare il film e il set non è stato certo pesche e crema, anche solo per i
continui litigi con l’attrice Zita Johann. Siete liberissimi di immaginarvi una
diva del cinema vecchio stampo, tutta pretese e fisime personali, tra cui una
fede incrollabile nella reincarnazione. L’attrice era profondamente convinta di
aver già attraversato tre o quattro incarnazioni quasi tutte di grandi
attrici (ma tu pensa!). Immaginatevi avere una così, impegnata ad impersonare
due personaggi diversi (Helen Grosvenor e la Principessa Anck-es-en-Amon) sul
set, il povero Freund si sarà sentito come l’analista di quella famosa battuta di
Woody Allen sulle coppie di gemelli affetti da sdoppiamento di personalità.

“Ti rivedrò in un’altra vita, quando saremo tutti e due gatti” , “See vabbè, hai preso le pastiglie stamattina?”.

In compenso,
dirigere Boris Karloff non era certo una passeggiata, dopo essere stato etichettato
come il più degno continuatore dell’arte di Lon Chaney, Karloff era seriamente
intenzionato a cavalcare il successo della sua straordinaria prova tutta
grugniti per esigenze di copione in “Frankenstein” (1931), ma, soprattutto, voleva
mettere la testa avanti nella sua personale sfida a distanza con il rivale Bela
Lugosi.

Sulla faida tra
Lugosi e Karloff sono stati scritti libri e saggi di cinema, diciamo che i due
non si amavano ecco, giusto per utilizzare un larghissimo giro di parole,
Karloff capisce che questa è la sua occasione per brillate anche in un ruolo “parlante”
e non vuole che nessuno oscuri la sua stella, ne fa le spese anche Henry Victor,
il suo nome compare ancora nei titoli di coda del film, accreditato come “Saxon
Warrior”, peccato che nel film non si veda MAI, sforbiciato senza pietà in sala
di montaggio, perché il pubblico doveva avere occhi solamente per Karloff.
“KARLOFF the
uncanny”, come compare il suo nome, scritto ben più grosso e visibile del
titolo del film stesso sulla locandina, perché tanto il pubblico vuole solo lui,
infatti il film incassa una fraccata di ex faraoni presidenti morti
stampati su carta verde, un successo che Lugosi non riesce a pareggiare nemmeno
con due film in uscita lo stesso anno, Il dottor Miracolo e il clamoroso “L’isola degli zombies” (White
Zombie).


Mostri sacri nella storia del cinema.

Per dare vita
(sempre per stare in tema) ad Imhotep, Karloff il magnifico si sottopone ogni
giorno ad otto ore di trucco, frutto del lavoro del grande Jack Pierce che
meticolosamente aggiunge strati su strati di cotone sulla faccia del divo per
trasformarlo in una mummia incartapecorita. Al resto ci pensa lui stesso,
malgrado fosse solo 1,80 (5cm più basso di Lugosi, ma nessuno pare essersene mai
accorto) svetta su tutto il cast come se fosse alto due metri, il colpo di
genio è recitare immobile, immobile come solo uno che è rimasto chiuso in una
bara per duemila anni può imparare a stare.

Il suo odio si
manifesta solo con sguardi ipnotici e una gestualità delle mani rallentata, quando
Imhotep utilizza i suoi poteri, lo fa come uno che da millenni attende il
momento in cui potrà strangolare i suoi nemici e desidera solamente godersi il
momento. Poi, ditemi cosa volete, ma vedere Karloff avvolto nelle bende, nella
scena del flashback dedicata alla sua mummificazione fa ancora venire l’ansia, evocando la paranoia del risvegliarsi sepolti vivi che Edgar Allan Poe ha ben descritto in
tanti suoi racconti, ma ancora peggiore e parte integrante del fascino
inquietante delle mummie.


“Te lo dico sempre di non giocare con il rotolo della carta igienica!”.

Menzione speciale
per le musiche, fin dai favolosi titoli di testa gustosamente vecchia scuola,
con tanto di avviso che spiega al pubblico che le maledizioni delle mummie non
sono mai state riconosciute dalla scienza (altri tempi, altri tempi davvero)
parte un pezzo preso dal lago dei cigni di Tchaikovsky che non ci azzecca
nulla, ma funziona alla grande!

Forse l’unico
vero difetto de “La Mummia” è quello di avere parecchi passaggi ricalcati sul
modello originale del “Dracula” di Tod Browning, il personaggio del dottor
Muller (come lo yogurt) ha svariate analogie con il cacciatore di vampiri Van
Helsing ed è impossibile non notare che in entrambi i film, i mostri in carica
vengono sconfitti dal potere di un simbolo sacro, il crocefisso anti-vampiro da
una parte e il simbolo di Ankh dall’altra, antico glifo Egizio che rappresenta
la vita.
Ma è un difetto
su cui si può tranquillamente soprassedere, la prova di Karloff in questo film
è l’incudine su cui sono stati scolpiti tutti i film di mummie fino ai giorni
nostri, la nascita di una delle più riconoscibili icone che compongono i
leggendari mostri della Universal, perché oggi i bambini di tutto il mondo
vanno in giro con lo zaino del loro super eroe preferito, ma un tempo
sfoggiavano il porta merenda con sopra personaggi con bende, canini e chiodi
nel collo, tranne un bambino, il mio compagno di classe, lui di sicuro non ha
mai più voluto sentir parlare di mummie!
Ed ora filare!
Tutti a leggere il commento del Zinefilo
a questo film, altrimenti vi chiudo nell’ala della mummie del museo, veloci!
Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

    Film del Giorno

    Giorni di tuono (1990): una specie di Rock ‘n’ Roll su asfalto

    Per imporre il proprio dominio bisogna conquistare il cielo, la terra e i mari. Il primo è andato, per l’ultimo ci sarà tempo, quindi quella di oggi è la storia di [...]
    Vai al Migliore del Giorno
    Categorie
    Recensioni Film Horror I Classidy Monografie Recensioni di Serie Recensioni di Fumetti Recensioni di Libri
    Chi Scrive sulla Bara?
    @2024 La Bara Volante

    Creato con orrore 💀 da contentI Marketing