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La notte dei morti viventi (1968): reinventare l’acciaio

Lo scorso anno per scegliere se iniziare una rubrica dedicata a David Cronenberg oppure a George A. Romero ho lanciato una moneta, sul serio, non è un modo di dire (storia vera). Mentre ero nel mezzo della rubrica sul mio secondo Canadese preferito, è arrivata la brutta notizia della scomparsa di zio George. Mazzata.

Forse quella monetina ha svoltato da lato giusto, lo ammetto perché non so se sarei riuscito a completare una rubrica su Romero che sarebbe diventata alla memoria tutta d’un colpo. Non so nemmeno se ci riuscirò adesso, quasi un anno dopo perché, lo dico apertamente, ancora la perdita mi smuove delle cose tra le budella. Eppure, ogni promessa è un debito e il 2018 è un anno così, bisogna cambiare ed esorcizzare se la rubrica su Terry Gilliam era il mio modo per omaggiare uno dei miei registi preferiti (e rispondere alla sfiga e ai burocrati), ora è il momento di affrontare la perdita di uno dei più grandi. Se questa rubrica fosse iniziata l’anno scorso, avrebbe avuto un altro titolo, ma ora questo mi sembra il più indicato, perché questa volta più di altre, come direbbero nei peggiori film d’azione “È una faccenda personale”, quindi benvenuti al primo capitolo di… Lui è leggenda!

George A. Romero non ha inventato gli zombie al cinema, quelli esistevano anche prima, ad esempio, la famigerata parola con la “Z” faceva già mostra di sé in “L’isola degli zombies” (White Zombie, 1932), oppure nel capolavoro di Jacques Tourneur “Ho camminato con uno zombi” (I Walked with a Zombie, 1943) in cui i nostri zombetti del cuore erano ancora legati al folklore di Haiti e ai riti Voodoo. No, Romero ha fatto qualcosa di ancora più complicato, perché pensare fuori dagli schemi rivoluzionando un concetto nel profondo è ancora più complesso che crearlo da zero, eppure ancora oggi il suo nome non viene ricordato come merita, ovvero come uno dei più grandi registi di sempre, non registi Horror, registi e basta.

Forse anche meno del Maestro John Carpenter, George A. Romero ha raccolto consensi in carriera al netto dei suoi effetti meriti, eppure non ho dubbi, quando penso ai film seminali della storia del cinema, su due piedi penso a qualcosa di Kurosawa e poi a “La notte dei morti viventi” di Romero, perché non esiste un singolo film che sia stato in grado di esplodere con la potenza di un milione di Sole come ha fatto “Night of the Living Dead”, seminale, così tanto che la prima volta che mia cugina l’ha visto, è rimasta incinta. Da queste parti i film così hanno un nome è un logo e i CLASSIDY non potrebbero esistere senza questo capolavoro!

Quanti registi hanno iniziato la loro filmografia con un capolavoro, per poi passare tutta la carriera a combattere con le aspettative e i paragoni con quell’unico, primo, grande titolo? Tanti, ma pochissimi sono riusciti a gestirlo e ancora meno lo hanno fatto senza nemmeno essere trentenni, invece Romero a 28 anni ha dimostrato una lucidità nel delineare tutta la sua futura poetica da illuminato che va di pari passo con un fuoco dentro che, forse, solo i veri rivoluzionari hanno. La grandezza ha spesso umili origini e nessun posto è più umile di Pittsburgh.

Pittsburgh, Pennsylvania, lo Stato americano preferito da vampiri a giudicare dal nome. Un postaccio a detta di quasi tutti, città industriale resa ancora più grigia dai fumi della produzione di penumatici, una specialità locale. Una città talmente brutta e anonima da non essere nemmeno considerata la peggiore d’America, primato (non proprio invidiabile) che tocca invece a Cleveland, definita “the mistake on the lake” per dirvi della sua bellezza. No, Pittsburgh non ha nemmeno un soprannome, ma è stata il luogo di nascita di George A. Romero, figlio di un papà di origini cubane e una mamma lituana, il nostro era un frugolone di un 1, 93 con la fissa per la pallacanestro (scelta che denota buongusto), una timidezza congenita e il carattere schivo di chi proferisce verbo solo il mercoledì e qualche settimana salta pure. Ma ve lo dico per esperienza: sono quelli di poche parole che hanno dentro il calore che può dare fuoco al mondo e anche qui, credetemi, se cresci in un posto grigio di provincia, hai dentro altro che il fuoco.

Riprendiamo la tradizione: I titoli di testa, di una pietra miliare della storia del cinema.

George A. Romero (la “A” se chiedete a me sta per “Amore”) arrivava dalla pubblicità, ma aveva la passione per il cinema, insieme ai compari John Russo e Russell Streiner fonda la casa di produzione, la microscopica Image Ten Productions e convince tutti che è il momento di sfornare un film con un budget ridicolo, 6000 ex presidenti spirati stampati su carta verde messi di tasca loro, per produrre un Horror… Perché proprio un film dell’orrore? Facile: perché è il genere più facile da vendere.

Il copione scritto da Romero insieme a John Russo s’intitolava “Monster Flick”, poi modificato nel più centrato “Night of the Flesh Eaters”, subito modificato perché troppo simile a “The Flesh Eaters” (1964) ed è qui che i nostri amati zombi tornano in vita (ah-ah!), “Night of the Living Dead” con il suo titolo da B-Movie era pronto a dare alle fiamme il pianeta.

La fine del mondo come lo conosciamo (e no, non mi sento bene)

Romero a 28 anni, con un pugno di dollari in mano, fa quello che molti registi (o aspiranti tali) hanno fatto in carriera: iniziare con un film d’assedio, perché per farlo hai bisogno di pochi attori, tutti in una sola location fatta d’interni e poco altro. Ma l’intuizione geniale è quella di prendere ispirazione dai grandi e nessuno è stato più grande di Richard Matheson. Per tutta la carriera zio George non ha mai nascosto di essersi ispirato ad uno dei miei romanzi preferiti di sempre, quel capolavoro di “Io sono leggenda” (1954… Il primo che cita Will Smith verrà preso a scoppolate, vi avviso). E se Robert Neville ogni notte doveva barricarsi in casa e resistere alle orde di vampiri fuori dalle sue mura, Romero alza ancora di più la posta in gioco: prendi delle persone, costringile in situazioni avverse a convivere e poi guarda che cosa succede. Seminale dicevo, qui Romero pianta il seme da cui è cresciuta la pianta dalla quale tanti, ancora oggi, si alimentano, ma con una cinismo e un punto di vista realistico che nessuno altro film aveva prima del 1968.

La rivoluzione non bussa, al limite barcolla.

Basta guardare il primo adattamento ufficiale del romanzo di Matheson per il grande schermo, per avere il metro di paragone, parlo di “L’ultimo uomo della Terra” (1964), un film che a parità di tema e di bianco e nero, badate bene mi piace molto, ma Vincent Price contribuisce a dare una teatralità che in “La notte dei morti viventi” è del tutto assente. Quando uscì nel 1968 nei cinema, il film di Romero colpì il pubblico in piena faccia come un maglio, tutti si aspettavano il solito B-Movie, buono giusto per un Matinée del sabato, nessuno era davvero pronto per vedere sul grande schermo la fine del mondo, come potrebbe essere nella realtà se fossimo tutti costretti ad affrontare un evento capace di distruggere la società alle fondamenta, raccontato con quel realismo che non si limita a: “Oh ragà! Romero ha inventato gli zombie cannibali!”. Anche se i primi piani sui morti viventi che si nutrono fanno la loro porca figura ancora oggi, anno di grazia 2018, figuriamoci come potevano apparire al pubblico del 1968.

“La notte dei morti viventi” inizia subito forte, due fratelli sono in visita annuale alla tomba dei genitori, Barbara (Judith O’Dea) è spaventata dal vecchio cimitero, mentre Johnny (Russell Streiner) fa lo spavaldo e la prende in giro cercando di terrorizzarla ulteriormente «Barbara, i morti ti prenderanoooo!» peccato che poi, i morti vengano a prenderti per davvero!

Non fa più tanto ridere quando poi succede, vero Johnny?

Qui Barbara inizia una fuga disperata dai caracollanti aggressori e finisce in una vecchia casa abbandonata dove trova Ben (Duane Jones) il più pronto a reagire alla situazione, ma soprattutto nero come la notte ed ora è facile fare ironia sul fatto che i neri nei film horror abbiano il destino segnato, ma Romero è così avanti che crea il cliché cinematografico solo per renderlo metafora, anzi, messaggio politico vero e proprio.

Sì, perché “Night of the Living Dead” non solo definisce tutti i canoni del “Survival horror” come lo conosciamo adesso e da cui il mondo dei videogiochi si è abbuffato nemmeno fosse ad un risostante cinese all you can eat, perché concetti come “cercare un fucile, i proiettili e i viveri” sono molto familiari a tutti, in particolare a chi ama i videogiochi, ma è chiaro che il film di Romero si sia ritrovato alla cresta della più grande onda di contestazione della storia. Zio George, stava portando in auto a New York la prima copia stampata del suo film completato, quando alla radio sentì la notizia dell’omicidio di Martin Luther King (storia vera), è diventato chiaro prima al regista (e poi a tutto il mondo) che “Night of the Living Dead” sarebbe stato un film politico, solo il primo diretto da un regista che ha utilizzato l’arte per mandare messaggi forti e chiari.

«Ma questo è un orrore» , «Penso di avere dei problemi biondina? Io sono anche nero»

Pensare che la scelta di Duane Jones per la parte di Ben, fu dettata solo dal suo ottimo provino (storia vera), ma scegliere un attore di colore per interpretare l’unico personaggio davvero positivo (ed eroico) del film, era una presa di posizione forte. Per tutto il tempo Ben non ha un ripensamento, sì, si esibisce nel dialogo «Lo so che hai paura, ho paura anche io» che Romero contribuisce a rendere obsoleto, ma poi per tutta la pellicola prende solo le decisioni giuste e non si fa problemi a far notare (e a schiaffeggiare se serve) quando le decisioni del bianchissimo ed odioso Harry Cooper (Karl Hardman) siano una peggio dell’altra.

Messaggi forti, chiari e dritti sulla mascella!

Proprio per questo quel finale mi colpisce ogni volta come una tonnellata di mattoni, sopravvissuto combattendo con le unghie e con i denti alla notte peggiore della storia, Ben viene ucciso da un branco di ottusi con il grilletto facile e Romero ci mostra la morte del personaggio senza enfasi, ma gettando l’insensato fatto compiuto in faccia allo spettatore. Con una soluzione visiva e narrativa modernissima: utilizzare quelle immagini statiche e sgranate che sembrano foto che potresti trovare su un vecchio quotidiano, contribuisce non solo a portare realismo ad una storia che parte da uno spunto totalmente fantastico (i morti tornano in vita e si cibano dei vivi), ma riecheggia le tensioni sociali e la violenza di certa America, quella che Romero ha sempre apertamente criticato, che fa subito pensare a contadinacci con il fucile pronti a sparare a tutto quello che sia diverso da loro, che sia vivo, morto o nero non importa. Quel finale ti porta fuori dal genere horror e ti parla della realtà (non solo quella del 1968), ma, purtroppo, anche quella del 2018, se non siete convinti che questo sia uno dei più grandi capolavori della storia del cinema, allora non vi conosco e mi spiace, non voglio nemmeno conoscervi.

Ma il cinismo e il realismo con cui Romero reinventa tutto un intero genere va oltre i limiti tecnici di un film con pochissimi mezzi che ha arruolato gli abitanti di Evans City (dove venne girato il film) per fare da comparse nella parte di “Quei mostri” o “Quelle creature”, perché la parola con la “Z” qui non viene pronunciata mai (e non mi riferisco a “Zuzzurellone”). Romero spazza di colpo via le spiegazioni, non si sa come mai i morti tornino in vita, ad un certo punto di parla di satelliti o di strane radiazioni spaziali, ma tutto resta nel campo della teoria, l’Apocalisse è totale perché davanti ad essa tutto crolla, la scienza è inutile e impotente e anche le basi stesse della religione perdono di significato.

«Lo sapevo che avrei dovuto usufruire degli incentivi e cambiare gli inifissi!»

Quando i morti tornano in vita, resta solo un giornalista alla tv che sbraita di dimenticarsi dei legami familiari, colpire quei mostri al cervello e poi dar loro fuoco, perché è l’unico modo per sopravvivere. Il concetto di resurrezione legato al Cattolicesimo perde ogni valenza, un’immagine (in questo caso religiosa) che viene soppiantata da un’altra (cinematografica), perché le sagome dei morti viventi che si avvicinano lenti, ma inesorabili sono diventate da subito una delle più iconografiche mai create dal cinema e l’Apocalisse Zombie, come direbbe Zerocalcare , è diventato il primo disastro immaginario alla quale l’umanità si è preparata prima nella finzione che nella realtà.

Ma nel suo rivoluzionario demolire ogni tabù, Romero punta al cuore dello spettatore, non è un caso se la scena più spaventosa del film, prevede la piccola di casa Cooper che si risveglia e punta subito verso la mamma, Romero demolisce ogni tabù, persino l’abbraccio materno viene privato di ogni valore e i suoi morti viventi, zombie, o come li ha sempre chiamati lui, “Blue-Collar Monsters”, i suoi mostri operai, con il colletto blu, diventano subito metafora, possono essere la massa che ti consuma pasteggiando con te per uniformarti, oppure il Capitalismo della peggior specie, quello più avido e pronto a divorare ogni cosa, ma sta di fatto che Romero li ha liberati, reinventati, prima erano solo cannibali senza cervello a comando, pronti a rispondere a qualche rituale Voodoo, qui, invece, sono liberi di rappresentare la minaccia che ti piomba addosso senza ragioni apparenti. Al suo primo film e a soli 28 anni, la poetica di Romero è già chiara, da qui in poi tutti imiteranno gli zombie che lui ha reinventato e non solo.

I primi passi dei mostri più amati e temuti del mondo.

Perché gli zombie di Romero contribuiscono a rendere realistica la violenza esplicita, anche splatter se vogliamo che fino a quel momento al cinema era mostrata solo dal miti come Herschell Gordon Lewis (il padrino del Gore), in film comunque di nicchia e comunque con una componente d’intrattenimento che George A. Romero spazza via, per mostrarci come sarà il nostro mondo e soprattutto noi, quando la corrente andrà via, le connessioni internet non funzioneranno più e saremo minacciati da un’inondazione, un terremoto, o un cataclisma generico che ci costringerà a lottare per le nostre vite. Romero sposta l’attenzione dai mostri caracollanti ai veri mostri, noi umani.

I veri mostri non barcollano, anzi, purtroppo sparano dritto.

Pronti ad ucciderci l’uno con l’altro per avere la meglio, Romero ci mostra davvero degli uomini (morti) che ne divorano altri, solo per ricordarci l’antico adagio per cui uomo mangia uomo e la vera minaccia sono quelli che ancora respirano, un nichilismo totale, un atto di ribellione contro la società che solo una ragazzo di provincia di poche parole e il grande talento poteva firmare, nell’anno 1968, quando il mondo era in rivolta, George A. Romero (vi ho già detto che la “A” sta per amore vero?) portava la rivoluzione al cinema e mai come in questo caso possiamo essere certi che la rivoluzione aveva un nome, un cognome e che veniva da Pittsburgh, Pennsylvania.

A sinistra, la Leggenda, mentre fa la storia con un barattolo di vernice.

Quando si parla di impatto culturale per un film, non ne esiste uno che possa anche solo aspirare ad arrivare a fare quello che Romero ha fatto con “La notte dei morti viventi”, un film spartiacque che denota chiaramente un “Prima” e un “Dopo” in maniera netta. La cultura Pop dal 1968 non è mai più stata la stessa, gli zombie dei fumetti, in televisione e al cinema sono tutti diretti discendenti dei “Blue-Collar Monsters” R omeriani, ma più in generale il mondo non è mai più stato lo stesso, sicuramente non quello del cinema, perché inventare l’acciaio è difficile, reinventarlo, invece, è quasi impossibile, quindi no, Romero non ha inventato gli zombie al cinema, ma ha fatto di più molto di più, ha reinventato l’acciaio e poi lo ha usato per iniziare una rivoluzione e ancora oggi qualcuno si ostina a negare che non sia stato uno dei più grandi registi di sempre e no, non ho detto registi horror.

Ma questo per fortuna, è solo l’inizio della rivoluzione e della rubrica, tra sette giorni avremmo tutti un’altra occasione per conoscere la grandezza del talento di George A. Romero, in un modo che potrebbe stupirvi. Tra sette giorni qui, sarò ancora in missione per conto di Zio George. Intanto non perdetevi la locandina originale d’epoca di questo film, sulle pagine di IPMP!

Sepolto in precedenza venerdì 2 novembre 2018

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