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La notte dei morti viventi (1990): i morti non prenderanno questa Barbara

Ormai dovreste saperlo, sarò sempre in missione per conto
di zio George “Amore” Romero, per me ogni occasione è buona per riportarlo su
questa Bara, quindi mi affido ad uno dei santi laici di questo feretro volante
per l’ultimo capitolo della trilogia.
Nel 1990 sono usciti tre film che hanno riscritto le
donne al cinema, tre titoli che hanno in comune oltre alla data di uscita,
anche il taglio di capelli delle tre protagoniste, quindi vi do il mio
benvenuto al primo capitolo della… trilogia della donna tosta con i capelli
corti in un film che compie trent’anni nel 2020!

… ormai siamo alla fine, ma se dovesse venirvi in mente
un nome più breve per la trilogia, accetto comunque molto volentieri dei
suggerimenti.

Lo so, i classici non si toccano, i remake puzzano e
tutto il resto, lo so benissimo, specialmente quando il classico in questione è
uno dei film più importanti della storia del cinema (non solo horror) come La notte dei morti viventi. Il film di
George A. Romero è talmente grande che oltre ad ispirare centinaia di altre
pellicole, fumetti e serie televisive, vanta al suo attivo non uno, ma due
remake ufficiali, il secondo del 2006 addirittura in 3D, un giorno di questi dovrei
completare l’opera e decidermi ad affrontarlo, ma andiamo per gradi.
Mi sbilancio subito, lo so che molti lo considerano
(erroneamente) un film fondamentalmente inutile, ma io faccio parte della
categoria di persone che di questo film del 1990 adorano tutto, fin dalla prima volta
che ho visto questo remake firmato dal mitico Tom Savini è stato amore a prima
vista. Me lo ricordo ancora, lo beccai già iniziato in televisione, sicuramente
in seconda serata da qualche parte laggiù negli anni ’90, sono sicuro che nei
commenti qualcuno saprà indicarmi giorno e ora esatta di quella trasmissione.
L’uomo giusto, al momento giusto, con il baffo giusto: Tom Savini!

Avevo già visto l’originale di Romero, infatti continuavo
a ripetermi «Ma questo è la notte dei morti viventi… però a colori», ma la
scena che mi ha conquistato è quella dello zombie calvo e pallido che spunta
dalla finestra, a cui la protagonista spara con il fucile. Quegli effetti
speciali, quella cura nella realizzazione dei morti viventi, ma soprattutto
l’evidente passione con cui il film è stato realizzato, erano una dichiarazione
d’amore all’originale (e agli zombie) che mi conquistò immediatamente.

Anche se la produzione del film non fu tutta pesche e
crema bisogna dirlo, senza girarci troppo attorno, questo rifacimento è stato
messo su per compensare i mancati introiti economici provenienti dal film
originale del 1968. I diritti del film di Romero sono stati al centro di una
battaglia legale vinta dalla Image Ten, la casa di produzione fondata dal
regista di Pittsburgh ma per via di alcuni cavilli legali e di una gestione
distratta dei diritti da parte dell’allora giovanissima troupe, Romero e
compagni non poterono mai portare a casa il meritato quantitativo di fogli
verdi, con sopra facce di ex presidenti morti (e non viventi), ecco perché
attorno al 1990 Romero e il suo socio di allora John Russo, tornarono a
collaborare per una “corsa al remake”, bisognava sfornarne uno prima che lo
facesse qualcun altro, accaparrandosi così tutti i diritti.

“Sono zombie?”, “Peggio, sono quelli che vogliono fregarci i diritti di sfruttamento del film, mira alla testa!”

La 21st Century Film che aveva rifiutato di produrre il
film originale, era invece ben disposta all’idea di un rifacimento che
sfruttasse la popolarità del capolavoro di Romero, per la regia venne scelto
l’amico di sempre Tom Savini, un grande collaboratore che non avendo
partecipato al film del 1968 (ma solo ai suoi seguiti), aveva finalmente la possibilità di contribuire,
specialmente con i suoi effetti speciali.

Do per scontato che tutti conosciate una leggenda come
Tom Savini, nel corso della rubrica su Romero lo abbiamo incontrato molte volte.
Tom giovanissimo venne spedito in Vietnam come molti della sua generazione, in
ogni intervista ha dichiarato di aver visto laggiù, tanti di quegli orrori da
ispirarlo (e traumatizzarlo) per una vita intera, quasi tutta passata a
diventare il re dello splatter che tutti conosciamo, l’uomo dietro agli effetti
speciali sanguinolenti di tanti classici.
Fun fact: la Mercedes che si vede nel film, era quella personale di Savini, comprata con i pochi soldi guadagnati. Ogni graffio riportato dall’auto è stato un colpo al cuore per Tom (storia vera)

Ma l’amore di Savini per il film originale è talmente
manifesto, che lui stesso ha voluto tenere sotto controllo il quantitativo di
creature e momenti splatter nel film per restare il più fedele possibile alla
visione originale dell’amico George. Intervistato da Cinefantastique, Savini ha
dichiarato che per un breve periodo, aveva anche paventato la possibilità di
inserire un’inquadratura sulla sonda spaziale, citata nel film del 1968 e
additata come possibile causa del ritorno dei morti, ma anche il suo piano di
far cominciare questo film come una pellicola in bianco e nero, solo per
sfumare progressivamente verso il colore (storia vera). Tutte idee che sono
state scartate perché lo stesso Savini nelle varie interviste rilasciate, non
ha mai nascosto il fatto che malgrado la presenza di Romero come produttore, la
21st Century Film gli ha fatto sudare sette camice.

Per evitare un “X rating”, un divieto ai minori per il
film, Savini dovette tagliare parecchie scene violente tutte disponibili su
Internet, oppure nei contenuti extra dell’edizione in DVD del film, una vera
battaglia a colpi di testate con la produzione, su cui Tom Savini ha avuto la
meglio quasi esclusivamente su un unico punto, quello giusto, ma lasciatemi l’icona
aperta, più avanti ci torneremo.

Barbara al tramonto: la classica brava ragazza americana.

“La notte dei morti viventi” di Tom Savini comincia con
Barbara e Johnnie (un Bill Moseley
persino con gli stessi occhiali dell’originale fratellino pestifero di Barbara)
in visita al cimitero, ma fin dal primo minuto del film, Savini comincia già a
giocare con le nostre aspettative. Anche in questo film come nell’originale, i
morti viventi non vengono mai chiamati utilizzando la parola con la “Z”, ma per
vedere il primo di loro entrare in scena, Savini ci tiene sulla corda, spostando
sempre un po’ più in là il momento dell’entrata in scena del primo morto vivente.

Si sì, fai pure lo scemo caro Johnnie boy, poi vediamo se avrai ancora voglia di ridere.

La cura nella realizzazione dei morti viventi poi è
maniacale, lo zombie con il caratteristico taglio a “Y” sul petto (quello
dell’autopsia) e il vestito aperto sulla schiena (che si usa per mettere i
corpi nelle bare), sono tutti dettagli che aggiungono realismo, anche perché
dopo Il giorno degli zombi dello
stesso Romero, il singolo film che ha determinato l’estetica moderna dei morti
viventi, bisognava alzare ulteriormente l’asticella e Tom Savini si è fatto
trovare prontissimo.

Il classico caso di “non sento più le gambe” (prova a chiamarle più forte)

La trama ripropone fedelmente la sceneggiatura originale
di Romero e Russo, quindi la vera novità sono le facce scelte per interpretare i
personaggi che ormai conosciamo già così bene, ad esempio per il ruolo di Ben
sono stati presi in considerazione molti nome come Laurence Fishburne, Eriq La Salle e Ving Rhames, che i remake
Romeriani lì aveva nel destino visto che ha lavorato in “L’alba dei morti
viventi” di Zack Snyder (2004) e in “Day of the Dead” di Steve Miner (2008). Ma
a battere tutta questa nutrita concorrenza è stato Tony Todd, che per altro
entra in scena con una sorta di uncino in mano, due anni prima del ruolo che lo ha reso
famoso, ovvero “Candyman” (1992).

Yes the candyman can (cit.)

Bisogna dire poi che le strizzate d’occhio al film
originale sono presenti, ma mai invasive: nello scantinato si vede un fiotto di
sangue cadere su una piccola zappa da giardino, la stessa arma al centro di una
delle scene più spaventose del primo film,
e a ben guardare anche i morti viventi appesi per il collo nel finale, erano
un’idea che Romero avrebbe già voluto mostrare nel film del 1968 (ma lo avrebbe
fatto per davvero solo nel 2007 con Diary of the dead) che era stata tagliata, pare per evitare ulteriori tensioni
razziali.

Tom Savini, filologicamente impeccabile nel suo omaggiare Romero.

Quello che funziona alla grande di questa versione di “La
notte dei morti viventi”, sono oltre alla varietà di zombie realizzati dagli
effetti speciali di Savini, ma soprattutto la loro entrata in scena, vi ho già
descritto in parte la scena perché è quella con cui io e questo film abbiamo
fatto amicizia, ma lo zombie calvo e palliduccio che entra dalla finestra resta
uno dei momenti più memorabili di tutta la pellicola: la musica che va in
crescendo, i personaggi sempre più disperati davanti alla minaccia, sembra una
scena destinata a non finire mai, il suo apice viene raggiunto quando Barbara
prende il fucile e spara in testa alla creatura, liberandola lo zombie da una
vita passata a caracollare e noi spettatori, da una tensione logorante.

Questo simpaticone qui, il motivo per cui quella notte (dei morti viventi), ho perso la testa per questo film.

Quello è il momento chiave per il personaggio di Barbara,
invece per me è il momento di chiudere quell’icona aperta di cui vi parlavo
lassù da qualche parte: questo remake di “La notte dei morti viventi” viene da
molti considerato inutile perché segue pagina per pagina la sceneggiatura del
film del 1968, riproponendo gli eventi identici con la variante dall’uso del
colore. Un’operazione che spesso viene paragonata allo “Psycho” diretto da Gus
Van Sant nel 1998, quella che i giovani chiamerebbero una “trollata” perché Van
Sant lo sapeva che non poteva fare meglio di Hitchcock, quindi si è fatto
pagare per scrivergli una lettera d’amore su pellicola.

Aggiornare un classico, aggiungendo colore e quintali di amore per l’originale.

Tom Savini qui, ha la stessa identica passione per il
materiale originale, ma grazie ad un’unica sostanziale modifica, ha dimostrato
di aver capito per davvero la lezione Romeriana. Il buon vecchio Tom ha dovuto
cedere su molte scelte creative con la produzione, ma su una ha voluto mettere
le corna per terra smettendo di ascoltare ogni ragione: Barbara in questa
versione del film è una tipa tosta.

Ve la ricordate nel film del 1968? Judith O’Dea scappa
correndo nel cimitero dopo l’aggressione originale, poi sviene e quando si
riprende, non fa altro che urlare, urlare di terrore, un quantitativo infinito
di urla ad un numero impressionante di decibel, tanto da renderla una “Scream
Queen” ad honorem subito, già solo per le capacità polmonari sfoggiate sul
campo.

Il look perfetto, Ellen Ripley sarebbe fiera di te rossa!

La Barbara di questo film invece è fatta tutta di
un’altra pasta, ed è anche il motivo per cui questo film fa parte della
“Trilogia della tipa tosta” (con i capelli corti), perché dopo una (quasi) bionda
come Jamie Lee Curtis e la mora Anne Parillaud, finalmente arriva una rossa, e
anche molto sexy a mio parere. Patricia Tallman era compagna di università di
Tom Savini, ha recitato con lui in Knightriders
e poi sempre diretta da Romero, anche in Monkey Shines, nel resto della carriera l’abbiamo vista (irriconoscibile) nei
panni della strega posseduta in L’armata delle tenebre e poi in un’infinità di serie televisive come “Star Trek” e
“Babylon 5”, ma è in questo film che si è guadagnata un ruolo da assoluta
protagonista.

Questa Barbara non aspetta che i morti vengano a
prenderla, come cantilenava suo fratello Johnnie per spaventarla, ma dopo la
scena dello zombie pallido freddato con una fucilata, prende coscienza di sé
stessa e comincia a sparare come Calamity Jane. Esattamente come Megan Turner e Nikita usa le armi per fare quello che prima era ad appannaggio esclusivo dei
personaggi maschili al cinema, inoltre sfoggia un taglio di capelli che mette
in chiaro che non sono pazzo (non completamente almeno), questa è una trilogia per davvero e il 1990 è
stato un anno chiave per le donne toste al cinema.

Il momento esatto in cui la ragazza urlante, smette di avere paura e diventa una tosta.

Barbara arriva alla fine del film in canotta, come da
tradizione della “Final girl”, ma ci arriva sulle sue gambe, facendosi strada
con la forza (e i proiettili) fino al finale, che se non avete visto necessita
di un avviso: SPOILER!

L’ultima scena del film del 1968 di George “Amore” Romero
non si batte, è un coraggioso capolavoro di cinismo che ha anticipato tensioni
razziali che non sono mai state risolte per davvero, nemmeno oggi. Tom Savini
aveva la possibilità di fare il Gus Van Sant della situazione riproponendolo
identico, ma ha dimostrato parti uguali di fegato e cervello, perché nella sua
versione del film non si rinuncia alla critica alla razza umana, alla società
americana (quindi a tutta quella occidentale) fondamentalmente razzista nel
midollo, ma si sposta l’attenzione sulla protagonista femminile. Non credo che
nessuno si offenderà se scrivo che esattamente come la popolazione di colore,
le donne non godono degli stessi diritti e privilegi dei maschietti, è ancora
(purtroppo) così oggi nel 2020, figuriamoci trent’anni fa nel 1990.

Barbara dopo una lunga notte (dei morti viventi): un’eroina cazzuta e tosta.

Ma il 1990 è stato una sorta di anno zero, perché al
cinema i personaggi femminili hanno puntato i piedi, anche in questo
rifacimento i razzisti bianchi uccidono Ben, ma lo fanno con quello stesso modo
di giocare con le nostre aspettative di spettatori che il film di Romero lo
hanno visto milioni di volte, con cui Savini ha aperto (e chiuso) la sua
pellicola. Dopo la… diciamo seconda morte di Ben, il film non termina, perché la
protagonista qui è Barbara, l’attenzione quindi resta tutta su di lui, che qui spara ad Harry (Tom Towles), per punirlo per
la vigliaccheria dimostrata nel corso del film. Un finale cinico che nel 1990 non poteva avere la
potenza deflagrante di quello pensato da Romero nel 1968 perché le condizioni erano
cambiate, ma che è fatto della stessa pasta.

Le foto sgranate sui titoli di coda (presenti anche nel film originale), si concentrano sulla vera novità di questo rifacimento.

Per tutte questa ragioni considero “La notte dei morti
viventi” di Tom Savini tutto, tranne che un film inutile. Molti lo considerano
un’alternativa valida solo per il pubblico allergico alle pellicole in bianco e
nero, ci sono, sono tanti, e noi alla Bara Volante rispettiamo tutti i tipi di
patologie cinematografiche, però questo film nel 1990 ha contribuito in un modo
che andrebbe valutato un po’ meglio di un semplice: è stato un flop al
botteghino.

Per la [Cassidy
inspira forte
] trilogia della donna tosta con i capelli corti in un film
che compie trent’anni nel 2020 [Cassidy
espira forte
] è davvero tutto, se volete approfondire vi ricordo lo
speciale dedicato a zio George A. Romero!
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