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La parola ai giurati (1957): dodici uomini arrabbiati

Non tutti i film sono destinati a diventare immortali, qualcuno passa alla storia grazie ad una messa in scena sopraffina, altri, invece, perché sanno trattare brillantemente argomenti universali. Poi ci sono film come “La parola ai giurati” che incarnano alla perfezione entrambe queste caratteristiche, così, tanto per mettersi dalla parte della ragione.

Dico sempre che “La parola ai giurati” è uno di quei film che chiunque nella vita abbia voglia di recitare, scrivere, dirigere, fare o parlare di cinema, dovrebbe studiare a memoria e che ad ogni nuova visione regala particolari riusciti che la volta precedente erano stati ignorati. Se questo non fosse già motivo sufficiente, l’esordio alla regia di Sidney Lumet è quel cinema etico che offre parametri con cui confrontarsi nella vita reale.

Spesso gli eroi cinematografici sono modelli, ideali irraggiungibili, i personaggi di “12 Angry Men” sono proprio questo: dodici uomini arrabbiati e chiusi in una stanza, che in molti momenti di eroico non hanno un bel niente, ma, comunque, sfruttano il loro potere nel modo più responsabile possibile, solo che parlare di potere e responsabilità come farebbe Peter Parker è una cosa, ben diverso, invece, farlo nelle condizioni meno ideali possibili. In ogni caso, affrontando un film che così abilmente solleva dubbi etici, ho una sola certezza: siamo di fronte ad un Classido!

“La parola ai giurati” nasce da una sceneggiatura di Reginald Rose, inizialmente prodotta per la televisione e trasmessa all’interno di una serie antologica da CBS Studio One nel 1954. Il successo del film è immediato, la trama scritta da Rose è talmente di qualità che molti ne restano affascinanti, uno in particolare, l’attore Henry Fonda.

Ora, Henry Fonda era una specie di semi Dio sbarcato ad Hollywood, uno che aveva già recitato per tutti i più grandi registi, a partire da John Ford, per darvi l’idea del suo status, quando Sergio Leone gli chiese di interpretare per la prima volta un cattivo, si presentò da lui con il cappello in mano e tutta la riverenza del caso (storia vera). Fonda non aveva mai provato a produrre un suo film, dopo l’esperienza con “12 Angry Men” non ripetè più l’impresa, uno su uno, 100% di realizzazione.

Questo per dirvi quanto Fonda credesse nel valore della storia, sia lui che Reginald Rose nuovamente nel ruolo di sceneggiatore, si ridussero lo stipendio pur di rendere accettabile per i loro soci della Orion, il budget stanziato di 350.000 fogli verdi con sopra facce di ex presidenti spirati. Una cifra irrisoria per cui normalmente Fonda nemmeno leggeva il copione, figuriamoci sobbarcarsi anche i grattacapi del produttore.

Il titolo di testa e il principale set del film. due con un colpo solo!

Nell’ottica “minima spesa massima resa”, Fonda e Rose scelsero un regista esordiente, uno che si era fatto le ossa nelle produzioni televisive come “Studio One” e “The Alcoa Hour”, il trentatreenne Sidney Lumet che senza la minima pressione addosso, si ritrovò per le mani un copione che era dinamite e richiedeva di essere trattato con l’attenzione e la cura necessaria, a dirigere uno dei mostri sacri di Hollywood intento a barcamenarsi anche come produttore. Tranquillo Sidney, stai rilassato.

Risposta di Lumet? Grazie ad un rigoroso programma di prove, sul set il regista al suo esordio non solo riuscì a domare i dodici leoni con cui si era volontariamente chiuso in gabbia, ma completò le riprese del film in diciannove giorni, uno in meno rispetto al programma originale, facendo risparmiare alla produzione mille dollari (storia vera).

«Se teniamo spento il ventilatore, risparmiamo un altro paio di dollari»

“12 angry men” è il padre nobile di tutto quel cinema che per mancanza di fondi, oppure per rispettare il distanziamento sociale, sta tornando prepotentemente di moda, anche se di fatto non è mai davvero scomparso: pochi attori a parlare in una stanza. Il tipo di cinema da interno che in uno strambo Paese a forma di scarpa è di norma identificabile con i drammi da tinello con Margherita Buy, quello che sembra facile da fare, ma in realtà è complicatissimo, Lumet partendo dalla più immobile delle premesse, ha sfornato un film che è costantemente in movimento, quando non è il film a muoversi, siamo noi spettatori a friggere sulla poltrona, perché puoi guardare “12 angry men” anche dodici volte e pur conoscendo già il suo finale, è impossibile non restare coinvolti dalla trama e dalle dinamiche tra i personaggi.

Il film inizia subito in movimento, un dolly a salire sull’austera facciata del palazzo di giustizia dove si svolgeranno gli eventi e subito dopo, un dolly a scendere sulle persone all’interno dell’atrio, pronti a prendere parte al processo. La macchina da presa di Lumet non si ferma nemmeno quando con una carrellata inquadra per la prima volta i dodici giurati, chiamati ad esprimere il loro giudizio su un ragazzo arrestato e accusato di aver ucciso suo padre con un coltello a serramanico, l’accusato viene inquadrato una sola volta nel film da Lumet, un primo piano su di lui mentre guarda i giurati che, come il giudice Santi Licheri, si ritirano per deliberare. Il suo destino è tutto in quei dodici tizi sconosciuti e incazzati, che dovranno stare in una minuscola stanzetta con il ventilatore rotto, nel giorno previsto per essere il più caldo dell’anno.

Regia di gran classe e dove trovarla, con Lumet si va sempre sul sicuro.

L’entrata in scena nella stanza, quello che sarà il ring di questa lunga sfida verbale, oltre che l’unica location del film (con un piccolo sollievo per la claustrofobia del film, offerta solo dal bagno adiacente, una specie di zona franca dove brevemente i personaggi tentano qualche mediazione senza successo) è stata anche la scena più complicata da girare di tutto il film. Ci sono volute sette ore perché il direttore della fotografia, Boris Kaufman, azzeccasse tutte le luci necessarie per le inquadrature pensate da Lumet che inquadra i dodici giurati impegnati a prendere posto nella stanza, senza mai utilizzare un punto di vista ad altezza sguardo, l’inquadratura è dall’alto come a suggerire che quelli sotto giudizio, da questo punto del film in poi, saranno i giurati più che il ragazzo accusato di omicidio. Gustoso notare che undici giurati guardano la stanza cercando dettagli al suo interno o un posto a sedere, solo uno guarda fuori dalla finestra, ovviamente si tratta di Henry Fonda, il pensatore libero, che sta già guardando oltre, la “matta” che farà saltare il banco.

Il frettoloso processo ha inchiodato il ragazzo dei quartieri bassi, per la felicità del giurato che ha comprato i biglietti per la partita degli Yankees, la faccenda durerà poco perché ci sono pochi dubbi sulla colpevolezza dell’imputato, ma l’obbiettivo del voto all’unanimità che è l’unico modo che i giurati hanno per lasciare la stanza viene mancato per il voto del giurato numero 8, Henry Fonda ha altre idee, quindi mettetevi comodi, il film può iniziare per davvero.

«Embè? Esprimo il mio diritto di voto, allora?»

Non credo ci sia un regista più abile di Sidney Lumet nel far valere l’ambientazione dei film, se nel suo Quel pomeriggio di un giorno da cani, la canicola, il sudore che appiccia ci vestiti addosso ai protagonisti, era quasi un personaggio all’interno della storia, è perché Lumet si era già fatto le ossa con “La parola ai giurati”. La stanza in cui sono rinchiusi per deliberare è un non luogo dove il tempo non scorre, il ventilatore è rotto come a sottolineare l’immobilismo e solo il calare del sole e un temporale (quasi metaforico della temperatura degli animi nella stanza) scandiscono il tempo che pare non passare mai, in compenso, dialoghi al fulmicotone affidati ad un cast impeccabile, rendono questo film immobile un duello colpo su colpo.

Il giurato numero otto di Henry Fonda non ha intenzione di buttare via il suo voto, non con la vita di un ragazzo in gioco, in quanto giurati hanno la responsabilità di far pesare il loro ruolo prendendosi almeno un minuto per approfondire i dati emersi da un processo che di suo è già stato piuttosto frettoloso. Infatti, il giurato numero otto gioca sporco (per una causa che ritiene giusta) e tira fuori dalla tasca un coltello a serramanico identico a quello del ragazzo, lo stesso coltello che in fase di processo era stato ritenuto una rarità. Se quell’elemento chiave dell’accusa, può essere messo in discussione, allora il seme del dubbio può iniziare a serpeggiare.

«No, non ho anche la forchetta, quindi non chiedetemela»

Vado pazzo per la scena successiva: Fonda solo contro tutti, unica voce fuori dal coro chiede una seconda votazione, se nessuno avrà cambiato il suo voto, allora cederà fornendo lui il dodicesimo voto di colpevolezza. Quando il personaggio chiede la nuova votazione è risoluto, non mostra un solo sentimento ai suoi “avversari”, ma Lumet un attimo dopo lo inquadra in primo piano a mostrarci i suoi dubbi e poi subito dopo il sollievo, quando un secondo giurato voto “non colpevole”.

Per essere un film con persone che parlano e sudano in una stanza, “La parola ai giurati” è pieno di momenti chiave… Come non riconoscere un gran momento di scrittura e recitazione, quando il più anziano dei giurati descrivendo il povero vecchio che dice di aver sentito l’urlo della vittima, pare descrivere più se stesso che il testimone chiave? E si potrebbe andare avanti così scena per scena, perché il lento lavoro di logoramento del giurato numero otto, ribalta piano piano il risultato della votazione, il tutto mentre gli animi nella stanza diventano sembra più… Beh, incazzati.

L’antenato dei leoni da tastiera sui Social-cosi.

Sarà pure un film in bianco e nero del 1957, ma quanto è ancora attuale “La parola ai giurati”? Anzi, “12 angry men” perché il titolo originale è davvero quello che ci ricorda quanto questo film sia valido oggi più che mai. In un mondo dove i Social-cosi hanno offerto la possibilità a tutti di esprimere pareri e giudizi su tutto e soprattutto tutti, chiunque ha fretta di farlo per poi passare a qualcosa di davvero importante da fare, che sia andare a vedere la partita degli Yankees, oppure mettere un “mi piace” sotto il prossimo video di gattini. Quei dodici uomini incazzati in una stanza, ora sono molti più di dodici e stanno in stanze virtuali ad esprimere giudizi con la stessa incauta fretta. “La parola ai giurati” non è una bella favoletta (raccontata benissimo, badate bene) come “Mr. Smith va a Washington” (1939), in cui Frank Capra era bravissimo a farci credere che un boyscout puro di cuore come Jimmy Stewart poteva cambiare la politica, “12 angry men” parla ancora forte e chiaro sull’importanza di prestare ascolto, di calarsi nei panni degli altri prima di avere fretta di giudicarli (gli altri non i loro panni), se proprio dobbiamo giudicare, per lo meno prima cerchiamo di liberarci del pregiudizio. Henry Fonda sarà pure l’eroe bianco vestito, ma è quello che fa la scelta che per assurdo, risulta la più difficile, ovvero quella più etica.

“«Cambi il tuo voto?» , «No», «Allora oggi dovremmo giudicare due omicidi»

Grazie ad un montaggio da manuale (curato da Carl Lerner), Sydney Lumet mette davanti al suo protagonista ogni volta una nuova montagna da scalare, rappresentata da un giurato non da convincere, ma a cui chiedere di riflettere davvero sul suo singolo giudizio. Ad esclusione della stretta di mano finale e dello scambio di presentazioni («Hey… what’s your name?», «Davis», «My name’s McArdle. Well, so long»), come spettatori non conosciamo i nomi dei dodici giurati, ma nel corso di 96 tiratissimi minuti, finiamo per conoscerli tutti in maniera approfondita, anche perché sono facce che hanno fatto la storia del cinema.

Il giurato numero uno, il presidente di giuria nel tempo libero allenatore in seconda di Baseball Martin Balsam. Numero 2: il bancario John Fiedler, il numero 3 l’incazzatissimo, razzista e qualunquista Lee J. Cobb che sulle spalle si carica un ruolo sgradevole, ma estremamente realistico. L’uomo che non suda mai nemmeno con la giacca, l’inflessibile E.G. Marshall con il numero 4, il numero 5 va a Jack Klugman, cresciuto anche lui nei bassifondi e per questo più pronto degli altri ad immedesimarsi in “loro”, le persone come il ragazzo accusato. Edward Binns è l’imbianchino numero 6, il fanatico di Baseball che vorrebbe solo vedere gli Yankees con il numero 7 Jack Warden, il testardo contro corrente Henry Fonda con il numero 8, l’anziano numero 9 con una particolare attenzione per i dettagli importanti Joseph Sweeney, il numero 10 afflitto da allergia e punte di razzismo Ed Begley, la quota straniera, il giurato numero 11 di origini russe che, però, capisce la democrazia americana meglio di certi altri suoi colleghi e per finire l’eterno indeciso, il numero 12 Robert Webber.

Foto di gruppo, tanto talento tutto quanto insieme.

La battaglia combattuta tra questi dodici uomini arrabbiati è colpo su colpo, il finale non potrebbe essere dei migliori, quando la votazione era 11 a 1 a favore di Henry Fonda, il nostro stringe i denti e pian piano fa valere la riflessione, l’uso dei neuroni sulla fretta, la rabbia e il pregiudizio. Quando è Lee J. Cobb, più fiero sostenitore della colpevolezza, il più delle volte giustificata solo portando come argomentazione il colore della pelle dell’indiziato, la sua resistenza sul “punteggio” di 1 a 11 dura pochi minuti e si scioglie in un balbettante monologo, prima della sua resa, spalle al muro senza alcuna argomentazione logica.

Il duello termina con Henry Fonda (uno con esperienza di Western) che rende all’avversario l’onore delle armi, aiutandolo a rimettersi la giacca, perché l’acredine e le ruggini possono essere dimenticate, ora che si è fatto la cosa giusta.

Infatti, Sidney Lumet usa l’arma del cinema per suggerire la liberazione offrendo anche al pubblico un minimo di respiro, dopo un intero film passato ad usare obbiettivi sempre più stretti sui personaggi, nel finale utilizza il grandangolo per riprendere Henry Fonda che esce dal palazzo di giustizia e anche la musica di Kenyon Hopkins, assente per quasi tutto il film, sottolinea che il compito dei giurati è stato svolto, proprio come ha fatto Lumet. Ho visto esordi di carriera appena meno riusciti di questo in vita mia.

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