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La parola ai giurati (1997): torna a testimoniare William Friedkin

Il remake, il rifacimento, la nuova versione di una storia
diventata un classico del cinema è sempre un gran banco di prova per un autore,
oggi parliamo di questo, banchi di prova e banchi degli imputati nel nuovo
capitolo della rubrica… Hurricane Billy!

Dopo aver tentato la strada del thriller erotico alla moda
degli anni ’90, il nostro William Friedkin si scontrò contro un altro momento
di passaggio di quel decennio, mi riferisco al processo a O.J. Simpson,
giocatore professionista di Football e attore accusato dell’omicidio della
moglie e del presunto amante, conoscete di sicuro i fatti perché sono diventati
ormai parte della cultura popolare.
Come racconta nella sua autobiografia “Il buio e la luce”, il nostro Billy
conosceva O.J. Simpson, anche perché il giocatore di Football aveva frequentato parecchio il cinema ed Hollywood, alla fine, è un posto di lavoro più piccolo di
quello che si potrebbe immaginare, come racconta il regista nella sua
autobiografia “Il buio e la luce”, Friedkin non credeva alle accuse contro O.J.
almeno fino al momento in cui non sono emerse nuove prove contro di lui, il che
per certi versi rendeva il regista di Chicago identico a uno dei dodici giurati
di… Beh, La parola ai giurati.

Non so voi, ma io trovo insopportabile quando i giornalisti
confondono finzione e realtà, citando film famosi nei loro servizi,
paragonandoli ai fatti di cronaca, credo che un giornalista debba fare altro
lasciando questo tipo di parallelismi ai cinefili, anche perché, parliamoci
chiaro, il cervello di un appassionato di cinema cerca sempre di aggrapparsi ai
film che ha visto, figuriamoci un maestro della settima arte come Friedkin che
bombardato da notizie su O.J. Simpson corse a rivedersi il film di Sidney Lumet pensando: «Ma perché io non
faccio film così?»

Dodici uomini arrabbiati, diretti da un regista che, comunque, non le ha mai mandate a dire.

Con un’idea esplosiva e rischiosissima in testa, il
tarantolato Hurricane Billy (soprannome che non ti guadagni se sei nato pigro)
si presentò ai vertici di Showtime, rete via cavo famosissima negli Stati
Uniti, per capire se fossero interessati a produrre una nuova versione del
classico “12 Angry Men”, ovviamente, visto anche il contesto mediatico creato
dal processo ad O.J. Simpson lo erano e il nostro Billy, come da sua abitudine,
risalì la fonte fino allo sceneggiatore originale. Proprio come aveva già fatto
per Il salario della paura, il regista
di Chicago contattò l’allora settantasette Reginald Rose che si stava amabilmente godendo il suo pensionamento
nel Connecticut, finché l’uragano Billy non lo convinse a tornare in sella.

“12 Angry Men” era stato scritto originariamente come dramma
televisivo della durata di un’ora, venne trasmesso nel 1954 per la serie Studio
One e successivamente ampliato e brillantemente diretto da Sidney Lumet che ne fece il suo scintillante film d’esordio,
diventato un classico del cinema nel tempo, visto che alla sua uscita resto
nelle sale pochissime settimane (storia vera).

Per esprimere un giudizio, dovranno prima liberarsi dei loro pregiudizi.

Il piano di Friedkin era come al solito baldanzoso, il
regista di Chicago chiese a Reginald Rose se era d’accordo ad aggiungere quanti
più personaggi di colore possibile nella storia (assenti dalla versione di
Lumet), per calcare la mano sulla questione razziale che aveva spaccato in due
il Paese, visto che era uno dei temi su cui la difesa di O.J. Simpson era stata
costruita, insomma il nostro Billy era ancora pronto a puntare la sua macchina
da presa su quelle zone d’ombra che il cinema troppo spesso (soprattutto quello
contemporaneo) cerca di ignorare, i “12 uomini arrabbiati” della storia sono
personaggi incazzati, sudati e ossessionati dai loro (pre)giudizi,
perfettamente in linea con gli antieroi che hanno sempre popolato il cinema di
Friedkin, l’unica condizione imposta da Showtime per dare “luce verde” al
progetto era chiara: avere un cast di tutto rispetto, il meglio che il budget di
un milione e settecentocinquantamila fogli verdi con sopra facce di ex
presidenti spirati poteva compare, Billy si tirò su le maniche è radunò il
meglio su piazza.

“Nonno, io non l’ho mai visto a qualcuno piace caldo”, “Beh… nessuno è perfetto!”

Grazie al fondamentale lavoro della direttrice del casting
Mary Jo Slater, Friedkin trovò il modo di mettere insieme vecchie e future
glorie, per cavalleria iniziò dalle signore perché il nostro Billy in un film
estremamente maschile (d’altra parte si intitola “12 angry men”) ha voluto
affidare il ruolo del giudice a Alzata con pugno Mary McDonnell, infatti
il film inizia con un primo piano su di lei, uno sul ragazzo accusato di
parricidio, il cui destino è nelle mani del responso della giuria. Trovo significativo che il ragazzo, nel momento più difficile della sua vita,
alzi lo sguardo al cielo concentrandosi sui quei dettagli inutili che non
guardiamo mai, se non quando la nostra mente non è molto altrove, tipo una pala
appesa al soffitto che cerca invano di smuovere l’aria nel rovente tribunale.

Attrici bravissimi dal cast di BSG, prima estratta!

La macchina da presa di Friedkin segue i giurati mentre
prendono posto nella stanzetta in cui si svolgerà tutto il film, per cercare di
rendere la trama il più cinematografica possibile, il regista di Chicago ha
chiesto ai suoi attori di muoversi in lungo e in largo in quella stanzetta come
leoni in gabbia, incoraggiando i suoi operatori a sperimentare con gli angoli
di inquadratura più arditi, armato di due macchine da presa a mano, Friedkin ha
fatto tesoro del suo passato come documentarista e del suo talento di girare film
dalla tensione palpabile, ma tutti ambientati in una piccola stanzetta, anche
questa una costante per tutta la
carriera di Uragano Billy.

La trama è forse anche inutile raccontarla, di fatto le
svolte e buona parte dei dialoghi sono letteralmente identici a quelli resi
celebri dal film di Sidney Lumet di
cui avevo già decantato le lodi, quindi ad una prima occhiata potrebbe sembrare
un film che si limita a giocare sul velluto, in realtà “La parola ai giurati” è
come la torta Sacher, la ricetta originale ti lascia pochissimo spazio per
improvvisare, ci sono elementi chiave che devi rispettare quasi religiosamente
altrimenti quella che verrà fuori sarà un’altra torta, magari al cioccolato,
magari buonissima, ma non una Sacher, quindi per cucinare una Sacher perfetta
devi essere davvero bravo e il nostro Billy lo è per davvero. Intanto, con
questa metafora sulla Sacher vorrei dire a Nanni Moretti: levati, ma levati
proprio! Ed ora andiamo avanti con il post.

“Solo a me è venuta voglia di Sacher dopo la metafora di Cassidy?”

Dico sempre che La parola ai giurati è un classico che tutti
quelli che vorrebbero scrivere, recitare, dirigere, montare un film o più in
generale fare cinema, dovrebbero studiare a memoria, infatti su questo banco di
prova che scotta, William Friedkin fa un lavoro incredibili tenendo la tensione
altissima per 117 minuti, come faceva Lumet, ti fa avvertire il caldo della
giornata d’estate più torrida dell’anno, ma anche della tensione crescente
provocata da queste dodici teste calde chiuse in una stanza con l’aria
condizionata rotta, il cast a cui ha affidato i singoli personaggi non solo fa
brillare questa versione del film, ma serve a mettere in chiaro il tocco di
Friedkin alla ricetta di quella Sacher cinematografica che è “12 angry men”.

La versione del film di Hurricane Billy è tenuta insieme da
due monumenti del cinema americano in due ruoli opposti: il giurato numero
otto, quello che con la sua testardaggine è l’unico a non dare per colpevole da
subito il ragazzo è interpretato da un’icona come Jack Lemmon che, rispetto a Henry Fonda è meno passivo/aggressivo nella sua interpretazione. Lemmon è un
altro grande vecchio che, come spettatori, istintivamente ci viene voglia di
ascoltare, il suo giurato numero otto non urla, ma fa valere il valore di
un’argomentazione ben fatta anche contro il suo diretto rivale, il giurato
numero tre (interpretato dal leggendario George C. Scott che, guarda caso, aveva
impreziosito con il suo talento L’esorcista III, giusto perché i gradi di separazione con Billy qui, sono meno dei
canonici sei).

Attori bravissimi dal cast di BSG, secondo estratto!

Tra questi due opposti che non si attraggono, al massimo si
urlano addosso, troviamo tutti gli altri giurati scelti accuratamente, perché
il numero undici (quello che non parla per mezzo film, ma prende preziosissimi
appunti che si riveleranno essere fondamentali) ha le rughe e il carisma di Edward
James Olmos (e siamo a due futuri protagonisti di Battlestar Galactica per Billy), inoltre trovo molto interessante
che il regista abbia voluto nuovamente con sé un attore che aveva contribuito a
lanciare in Vivere e morire a Los Angeles, William Petersen che prima di “CSI Las Vegas” era il protagonista
tutto votato all’azione e drogato di adrenalina, mentre qui il regista gli ha
riservato un ruolo quasi opposto, uno dei personaggi più statici (e perché no
viscidi, d’altra parte di mestiere nel film fa il commerciale) come il giurato
numero dodici, quello che non si schiera mai se non a giochi fatti.

“Dovesse servire qualcuno che sa guidare contromano fate un fischio, ho una certa esperienza”

L’anziano giurato numero nove ha il volto di Hume Cronyn, uno
che in carriera è stato diretto da tutti, (anche da Alfred Hitchcok) mentre forse
il più caratteristico di tutti visto dalla poltrona comoda di Padre Tempo resta
il giurato numero sei interpretato da quell’omone di James Gandolfini che, per
altro, ha un passaggio di trama che ritengo molto interessante: nel fetido bagno
adiacente alla stanzetta dove i giurati si scannano tra di loro per accordarsi
su un verdetto unanime, ad un certo punto Gandolfini chiede a Jack Lemmon «Se
poi fai tutto questo e scopri che è colpevole?», il giurato numero otto lascia
in sospeso la risposta, ma mi è stato del tutto impossibile non pensare ai
trascorsi di Friedkin con Paul Crump
all’inizio della sua carriera, chissà se anche questa è stata una delle ragioni
che ha spinto il regista di Chicago a dirigere la sua versione di “12 angry
men”, stampa stipendiata, vi ho appena regalato una domanda per Billy che non
sia sempre sul colore verde del vomito di Regan!

Anche i più grandi prima o poi devono fare una scappata in bagno.

Per altro, pare che durante gli otto giorni di prove e i
dodici di riprese, una mattina Friedkin arrivato molto presto sul set trovò
Gandolfini piuttosto nervoso, l’attore in ansia chiese al suo regista «Pensi
che stia andando bene?», «Penso di sì», a quel punto Gandolfini sputò il rospo
«Fra poco devo fare una scena con Jack Lemmon. Non ci posso credere». Billy
mise un braccio attorno alla spalla dell’omone e gli disse: «Jim, un giorno la
gente dirà lo stesso di te» (storia vera). Due anni dopo la HBO trasmise la
prima delle sei stagioni di “I Soprano”, il resto, come si dice in questi casi, è storia.

Anche Tony Soprano si interroga sulla scritta “Pause” in alto a sinistra.

Ma il vero valore aggiunto della versione di Friedkin sono i
quattro attori di colore che impreziosiscono il film: il capo della giuria
Courtney B. Vance, l’anziano Ossie Davis, l’uomo con l’esperienza di strada
Dorian Harewood, ma soprattutto il giurato numero dieci, il mussulmano
interpretato da Mykelti Williamson che tutti sicuramente ricorderete per il
ruolo di Bubba in “Forrest Gump” (1994), film che, per altro, esiste grazie alla
caparbietà della produttrice Sherry Lansing che s’innamorò del libro e
combatté per portare la storia al cinema. Si dà il caso che Sherry Lansing sia
anche la moglie di Billy Friedkin che una sera a letto in stile Sandra e
Raimondo chiese: «Cosa stai leggendo così tutta presa?», «Forrest Gump, un
romanzo, vorrei farne un film», risposta del nostro Billy? «Si chiama davvero
Forrest Gump? Che titolo del cavolo!» (storia vera). Questo, signore e signori
è stato il contributo di Hurricane Billy alla mitologia di uno dei film più
amati della storia del cinema, poi chiedetevi perché quella che mandava a segno
un successo al botteghino dopo l’altro a casa Friedkin è da sempre Sherry.

“Parlaci ancora un po’ dei gamberi ti va?”

Il personaggio di Mykelti Williamson è un mussulmano bloccato
nei suoi pregiudizi, in tal senso identico al personaggio di George C. Scott
con l’aggiunta di una sfumatura, il giurato numero dieci si lancia in una
feroce invettiva contro i “latini”, di fatto quelli che secondo lui rubano
spacciano e mettono ancora più in cattiva luce i neri negli Stati Uniti… Insomma, se Sidney Lumet aveva un solo personaggio palesemente razzista nel suo
film, il nostro Billy ne ha due, per altro, mettendo in chiaro che il razzismo
non è solo quello degli uomini bianchi nei confronti dei neri, perché come al
solito al regista di Chicago interessano le zone d’ombra dei suoi personaggi,
se poi sono controversi tanto meglio, risulteranno più realistici. Ecco, anche
per questo forse capite perché i film prodotti da Sherry Lansing sono più
facili per il grande pubblico, no?

“Questa mi sa che l’avevano già fatta Henry Fonda e Lee J. Cobb prima di noi?”

“La parola ai giurati” cucinato da William Friedkin è un
omaggio al classico, ma anche un film incredibilmente al passo con i tempi, per
certi versi, forse, anche più del comunque sempreverde film di Lumet, il fatto
che sia andato in onda sul piccolo schermo non toglie nulla al valore di una
pellicola che è puro cinema, potremmo dire che, complice la presenza di Gandolfini, la televisione ha fatto un salto di qualità rispetto al “cimitero degli
elefanti” per la carriera dei grandi attori come veniva considerata un tempo,
forse è un po’ merito del regista di Chicago, anche perché il suo film
fece segnare i record di ascolti per il canale Showtime portandosi a casa
diversi premi.

Di colpo la carriera di William Friedkin aveva ripreso nuovo
slancio e credibilità, a questo punto il nostro Billy avrebbe potuto mettersi
sulle piste di un nuovo successo al botteghino, oppure, forte dell’esperienza
accumulata, tentare altre strade, lo scopriremo nel resto della rubrica dedicata
ad Hurricane Billy che per il momento va in pausa festiva e tornerà tutti i
venerdì a partire da gennaio, ma non abbiamo mica finito, eh? Abbiamo ancora un
pezzo di strada da percorrere insieme a William Friedkin.

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