
Il primo a piantare il seme fu Roger Corman, ennesima conferma, se ancora fosse necessario, che tutto inizia sempre da Sua Maestà Roger Corman, che dopo aver comprato un sacchettino di semenze dal racconto del 1932 intitolato “Green Thoughts” di John Collier, ha dimostrato di avere il pollice verde.
“La piccola bottega degli orrori” (1960) di che parla? Sembra un racconto scappato da un albo a caso della EC Comics: Seymour è un imbranato commesso in un negozio di piante, qui riesce a farne crescere una – pare acquistata da un mercante cinese – battezzata Audrey Junior in omaggio all’altra commessa del negozio di cui è innamorato, la piantina è talmente strana da portare tanti clienti in negozio, fino al momento in cui Seymour scopre che per tenerla in vita, serve il sangue umano, di più, sempre di più, fino a costringerlo a commettere omicidi per sfamarla, una sorta di Sweeney Todd con una pianta carnivora – nel vero senso della parola – al posto dei pasticci di torte.

La produzione? Puro Corman al 100%, il film venne girato in due giorni e una notte tra il 28 e il 29 dicembre del 1959, in tempo per festeggiare Capodanno. Al suo pretoriano, il mitico Dick Miller il produttore offrì il ruolo di Seymour ma lo rifiutò in favore di Fouch, il mangiatore di fiori che poi Miller, ha mangiato veramente nelle scene girate (storia vera). Dialoghi? Quasi tutti improvvisati, scelta sensata quando al tuo sceneggiatore, Charles B Griffith chiedi tutto: scrivere il copione, apparire nella parte del paziente urlante nell’ufficio del folle Dr. Farb, la parte del ladro che irrompe nel negozio e dar la voce ad Audrey Junior. Il tutto in due giorni di lavoro, quando vi sentite stressati, ricordatevi di Griffith, che non a caso ha coinvolto gli avvocati (storia vera).
Il film è rimasto semi invisibile per anni, in uno strambo Paese a forma di scarpa è passato dritto in tv solo nel 1985, un minimo di popolarità è arrivata quando Jack Nicholson è diventato per tutto il mondo Jack: anche lui attore lanciato da Corman (che lo ha diretto più volte), ha permesso una minima riscoperta del film, dove compare nei panni di Wilbur Force, il paziente masochista del folle dentista, il Dr. Farb, infatti il nostro Jack qui ha modo si sfoggiare il suo celebre sorriso, solo con molti denti in meno.

Ma Roger Corman non ha mai lasciato indietro le sue creature, consapevole che da una radice può nascere una nuova pianta ha rivenduto i diritti a tutti, credo di avere un vago ricordo – se la memoria non mi inganna – di Little Shop, la serie animata del 1991, ma la talea che è fiorita più di tutti resta la commedia teatrale musicale, che ha esordito a Broadway nel 1982, perché sì, Corman ha piantato radici ovunque.
Ora, affrontiamo l’elefante (carnivoro) nella stanza: quanti film più o meno famosi diventano musical, il più delle volte di successo? Più di quelli che potete immaginare. Quanti di questi fanno il giro completo e tornano al cinema sotto forma di film sì, ma adattati rispetto al musical? Anche qui, vedi sopra. Quanti di questo mi piacciono davvero, pochissimi, vi fornisco qualche esempio, così capiamo di cosa parliamo: “The Producer” (2005) è divertente, bravissimi Nathan Lane e Matthew Broderick, solo che Per favore, non toccate le vecchiette è un capolavoro che sta ancora sei spanne sopra. Qualcuno di voi ricorda che esiste un film tratto dal musical “Il colore viola” uscito nel 2023? Talmente bello che dopo dieci minuti ho mollato tutto per tornare a rivedermi il film di Spielberg (storia vera) e per favore, non fatemi pensare al fatto che è uscito il film tratto dal musical su “Il bacio della donna ragno” con Jennifer Lopez nel cast, perché ho già i tremori e la voglia di tornare in cella con Raúl Juliá e William Hurt.
Questo rientra un po’ nella mia poca propensione per il musical? Non è vero, perché ci sono film di questa tipologia che amo senza riserve, o forse tutto questo rende “La piccola bottega degli orrori”, il film del 1986, tratto dal musical del 1982 una piantina del tutto diversa dalle altre e per questo, ancora più speciale… Oppure è solo l’elemento Horror a comprami, sta di fatto che in un’ipotetica lista di film bellissimi e inspiegabilmente dimenticati, io ci metterei anche questo Classido. Il cartellone rosso sangue prendetelo come un omaggio alla dieta di Audrey II.

Diretto da Yoda, nel cast recitano Rick Moranis, Bill Murray, il fratello di Belushi e John Candy, ovvero una fetta di uno dei potenziali primi cast del film amato da tutti, con l’aggiunta di Steve Martin e se siete fisionomisti della mamma di “Tutto in famiglia”. Aggiungete che è del 1986, esattamente nel mezzo degli anni ’80 e beccami gallina (o mangiati Audrey II) se ho mai visto qualcuno citarlo tra i titoli di culto dove meriterebbe di stare, personalmente, credo di conoscere tre persone che lo amano, una sono io e l’altra direi la Wing-woman a cui l’ho venduto dicendole: «Dovrebbe piacerti, parla di uno con il pollice verde che ama molto le piante» (storia vera).

“Little Shop of Horrors” parte ovviamente da Corman, si alimenta del musical scritto da Alan Menken e Howard Ashman e arriva al cinema sceneggiato dal primo, su assist del produttore David Geffen che sognava di portare il musical al cinema già da un pezzo, per altro, con idee bellicose: Steven Spielberg a produrre e Martin Scorsese a dirigere, che se ci pensate ha molto senso visto che zio Martino è nato e cresciuto alla scuola Corman e il film, avrebbe voluto dirigerlo in 3D (in tempi non sospetti), saltò tutto per via della causa ancora in corso, intentata dallo sfruttato Charles B. Griffith, ma su questo già sapete tutto.

Un rimescolamento di carte dopo, secondo voi, ad un soggetto del genere, non poteva essere interessato anche il mio amico John Landis? Ovvio che no, ma purtroppo anche questo rientra in uno dei grand titoli che il mio amico NON ha diretto, ma ha facilitato l’approdo al regista giusto, perché i gradi di separazione tra Landis e Frank Oz sono meno dei canonici sei e dopo “Dark Crystal” (1982) e “I Muppet alla conquista di Broadway” (1984) era l’uomo giusto per animare Audrey II.
Nella New York degli anni ’60, Seymour Krelborn è sempre un imbranato commesso nel negozio del signor Mushnik (Vincent Gardenia, ha senso no?) ed è fatto a forma del nerd imbranato definitivo, il mio grande eroe Rick Moranis, colui che all’apice della sua carriera ha mollato tutto per stare con la moglie malata e a differenza di altri, non si è mai più fatto tentare dai soldi facili dei seguiti-malinconia. Eroe non è la parola giusta, ma è la prima che mi viene in mente (cit.)

Cotto della sua collega di lavoro Audrey (Ellen Greene che aveva già ricoperto il ruolo a teatro e ha battuto le dimissionarie Cindy Lauper e Barbra Streisand), il commesso trova una piantina misteriosa, ancora una volta abbiamo un mercante cinese ma questa volta, anche un’eclisse solare, ma “Audrey II”, battezzata da vero sottone come la sua amata, diventa l’attrazione numero uno in negozio, macchina da soldi in vaso.
Malgrado tutto l’amore e le cure di Seymour, la piantina rischia di appassire e solo una goccia di sangue la salva, solo che la fame di Audrey II crescerà insieme alla fama di Seymour e alle dimensioni di questa specie di enorme carciofo con le labbra, sarà per quello che ho sempre odiato i carciofi? Chi lo sa, sta di fatto che il fidanzato violento di Audrey (non quella in vaso), il dottor Tony Scrivello (Orin Scrivello in lingua originale), un sadico e violento dentista, è fatto a forma di Steve Martin, potete immaginare come continua, sul come finisce invece, ne parliamo tra qualche riga.

Girato interamente nello 007 Stage, il più grande set dei Pinewood Studios di Londra, dedicato al produttore Albert R. Broccoli, “La piccola bottega degli orrori” non ha quasi nessuna scena all’aperto, cioè ci sono, ma sono tutti set perché Frank Oz voleva il film interamente immerso in questa New York degli anni ’60 ricostruita, con un aspetto generale volutamente retrò in cui il meraviglioso carciofone disegnato da Lyle Conway e animato dalla stessa squadra che si è occupata degli animatronici di Labyrinth non stona mai, ma anzi, è perfettamente integrata nell’ambiente.
Tutta roba bellissima, che rende “Little Shop of Horrors” un film invecchiato molto bene, come solo gli effetti pratici di un tempo sapevano fare, tutta roba che però costa, per questo la spesa totale (scene rigirate comprese, ora ci arriviamo) è stata di circa venticinque milioni di fogli verdi con sopra facce di ex presidenti divorati da Audrey defunti, alla faccia dei trentamila dollari spesi da Corman nel 1960, solo che con cinquanta e qualcosa milioni portati a casa, la Warner Brothers non è rimasta troppo felice, per un risultato considerato sotto media, nemmeno la nomination agli Oscar per la bellissima “Mean Green Mother from Outer Space”, la prima canzone cantata dal “cattivo” del film con dentro parolacce a manetta ad arrivare all’Accademy, è riuscita a smuovere qualcosa in termini di popolarità per un film di culto… Per tre persone.

Davvero non me lo spiego, Rick Moranis ed Ellen Greene sono perfetti e cantano alla grande, Frank Oz ha voluto eliminare qualche canzone dal musical originale per dare più risalto ad altre, come ad esempio a “Suddenly, Seymour” (che vi si beh, pianterà in testa) e dove i due protagonisti duettano alla grande.
Allo stesso modo tutta la parte Horror risulta divertentissima, Seymour finisce a fare una sorta di faustiano patto, non con il diavolo ma con una pianta altrettanto diabolica e il film è costellato di apparizioni di facce note, ci sono un paio di piccole parti per James Belushi e John Candy e ad ereditare il ruolo che fu di Jack Nicholson, improvvisando TUTTE le sue battute, troviamo il vostro preferito (mio non più, io sono #TeamMoranis) ovvero Bill Murray.

A dare spessore all’elemento musicale poi ci pensa la divertente trovata del trio, tre coriste Crystal, Ronette e Chiffon (quest’ultima impersonata da Tisha Campbell-Martin) che fanno un po’ da voce narrante, un po’ da seconde voci e un po’ da coro greco a questa tragedia in techicolor spassosissima, per trovare qualcosa di anche solo paragonabile al trio, ho dovuto attendere i gufi che gufano di Rango.
Menzione speciale, doverosa, totale, per una delle sue prove migliori di sempre per Steve Martin, un dentista sadico e roackabilly, pazzo e gelatinato che risulta orgogliosamente bastardo, quel tanto che basta a smussare un po’ dei sensi di colpa di Seymour, anche se il glorioso massacro dettato dalla fame di Audrey II doveva essere ben più sanguinario.

Ad influire sui costi finali di realizzazione beh, proprio il finale, Oz e Ashman volevano mantenere la stessa conclusione del musical, per questo è stato coinvolto l’esperto di modellini Richard Conway (lo stesso di Flash Gordon e Brazil) per creare una statua della libertà in scala su cui far arrampicare Audrey II, novella King Kong nel suo ormai totale nuovo dominio nella catena alimentare del pianeta, un finale figo, costoso, che il pubblico alle proiezioni di prova ha odiato. Dopo un’ora e mezza ad appassionarsi alle vicende di Audrey (quella con le gambe) e Seymour, vedergli fare la fine prevista dalla storia era decisamente troppo, ecco perché il film si conclude in maniera più morbida anche se non meno da Horror, visto che la sequenza finale che minaccia il futuro, non può mancare, come da canone del genere.

Tra i tanti compleanni di questo 2026, ci tenevo molto a ricordare uno dei pochissimi casi in cui una storia, nata al cinema, ripiantata nel terriccio del musical, sia tornata al cinema in versione migliorata, il film di culto degli anni ’80 che dovrebbero amare tutti gli appassionati di quel decennio e non solo quelli con il pollice verde come la Wing-woman… Auguri Audrey II!


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