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La promessa dell’assassino (2007): Dalla Russia con violenza

Когда вы думаете,
что товарищ Кроненберг закончил изумить его производит этот фильм… Aspettate
aspettate! Mi sono calato troppo nel film di oggi protagonista della rubrica…
Il mio secondo Canadese preferito!

Vi ricordate il
discorso fatto per A history of violence?
Vale lo stesso identico principio per “La promessa dell’assassino” che mi
sentirete chiamare così ora e poi mai più perché è un titolo che non ha alcun
senso. Forse ancora più che per il film precedente, anche la seconda
collaborazione tra Cronenberg e Viggo Mortensen, sembra un’apertura del
Canadese ad un genere cinematografico che non ha nulla a che vedere con i temi
cari a Davide Birra, “Eastern Promises” ha tutti i canoni del noir più puro:
ragazze in pericolo, criminali violenti e come sfondo una Londra più plumbea
che mai. Ma come dico sempre parlando del mio secondo Canadese preferito: è la
continuità tematica la sua vera costante e da buon ossessivo Cronenberg
continua a portare avanti il discorso iniziato con il film precedente. A history of violence e “Eastern
Promises” hanno moltissimi punti in comune, ben rappresentati dai loro
carismatici protagonisti, identici, ma diversi proprio come i gemelli Mantle.

Doverosa
premessa. Ho visto una sola volta il film doppiato, al cinema alla sua uscita
nel 2007 (per altro una gran annata piena di ottimi titoli) e da allora mai
più, quando penso ad un film demolito dal lavoro del miglior doppiaggio del
mondo, questo è tra i primi che mi viene in mente. Ok che a me Pino Insegno sta
tantissimo sulle balle, ne “Il signore degli anelli” ha dimostrato di poter
essere un perfetto Aragorn, ma qui davvero sentire Viggo per per 100 minuti parla
come Borat, magari anche no grazie. Inoltre, il titolo… Il titolo porco mondo! Ma
cos’è? La versione italica sembra uno di quei thriller da pomeriggio di Canale
5 e non ha nulla a che spartire con il lirismo delle “Promesse dell’est”,
promesse quasi tutte infrante, per altro, come quella di Tatiana.

I titoli di testa, una promessa mantenuta di questa rubrica.

L’ostetrica di
origini russe Anna Khitrova (una perfetta Naomi Watts) resta molto colpita
dalla morte durante il parto di una misteriosa ragazza quattordicenne, complice
un traumatico aborto, Anna si affeziona alla piccola sopravvissuta al parto e
decide d’indagare sull’identità della ragazza, partendo dal suo diario che,
però, sfiga: è tutto scritto in cirillico.

Non serve continuare a fissare, si toglie solo il casco… BVutti poVciii!

Malgrado lo zio
russo le dica di lasciare perdere, perché dal contenuto capisce che la
curiosità della ragazza la porterà presto in una valle di lacrime, Anna non
molla e procedendo di inizio in indizio arriva al ristorante Trans-Siberian
gestito dal cordiale Semyon (Armin Mueller-Stahl), nonno amorevole, padre
attento, gran violinista e ottimo cuoco sì, ma anche capofamiglia della
fratellanza criminale nota come Vory V Zakone, la mafia russa tra i cui
capitani figura sui figlio, lo scapestrato Kirill (Vincent Cassel) e il suo
“autista” Nikolai Luzhin (Viggo Mortensen).

La sceneggiatura
di Steven Knight (suo anche l’intenso
“Locke”) s’immerge nel sottobosco criminale della malavita russa a Londra,
fatto di traffici di prostitute minorenni provenienti dall’Est e codici morali
scolpiti a colpi di gole sgozzate, tatuaggi da prigione e ritorsioni di vario tipo. Dai, vabbè, dopo una carriera di oltre trent’anni Cronenberg ha deciso di darla
su e dirigere un gangster movie su commissione che non ha nulla a che vedere
con i suoi precedenti lavori… Sbagliato!
Pur incarnando
tutti i canoni del noir classico, è impossibile non vedere che tutte le
tematiche care al mio secondo Canadese preferito sono sparse ovunque nel film,
partendo da quelle meno evidenti, come il diario della ragazza, la scrittura è
di nuovo l’occasione per cercare di interpretare i fatti (come i rapporti de Il Pasto nudo), ma anche una speranza di
futuro (come quello scritto da Spider),
anche il fatto che Naomi Watts si muova per Londra in motocicletta, ogni
volta che Cronenberg le dedica una rombante inquadratura, ben consapevole della
passione per i motori del Canadese, mi viene da sorridere pensando “David non
cambi mai”.



Devo sforzarmi di non fare una citazione da “Paura e delirio a Las Vegas”, devo!

Proprio la Ural
guidata da Anna, diventa il punto di contatto tra lei e il personaggio di Viggo
Mortensen che ci aggiorna tutti sul fatto che il modello altro non è la copia
russa di una BMW due cilindri, può sembrare un dettaglio da niente, ma alla
luce della rivelazione, trovo significativo che le prime parole che sentiamo
pronunciare a Nikolai, riguardino un’imitazione russa ed occhio, perché quasi
ogni parola pronunciata dal personaggio di Viggo, è un indizio lanciato a noi
spettatori… Diavolo di un Cronenberg! Oh, nel dubbio da qui in poi SPOILER!
Così non venite a tagliarmi la gola notte tempo.

“No no, sentiti libero di fare tutti gli Spoiler che vuoi Cassidy, nessun problema”.

Il regista
celebre per le mutazioni del corpo, trova un altro modo per continuarci a
parlare di questo argomento, anche in una storia che qualunque altro regista
avrebbe gestito come un classico film gangster con criminali russi, con lo
stesso occhio da patologo mostrato per tutta la sua filmografia, Cronenberg
mette nuovamente i personaggi su un vetrino e li guarda agitarsi proprio come
fatto con quelli di A history of violence,
non è affatto un caso se complice anche il lavoro del direttore della
fotografia di fiducia Peter Suschitzky, questo film e il precedente sfoggiano i
primi piani più intensi di tutta la filmografia del Canadese.

Anna scopre la
verità sul padre della bambina? Primo piano gelido ed intensissimo su Naomi
Watts che sgrana gli occhi, fateci caso, il film si concentra sulle reazioni dei
singoli personaggi, immersi in un ambiente gelido, da sala operatoria e l’arte
cinematografica del dottor Croneberg è talmente affinata che gli basta
l’attore giusto e un primo piano per comunicarci tutti i sentimenti e i
pensieri che passano nella testa del personaggio. Non credo che sia un caso, se
l’inquadratura più iconografica, quella che per me rappresenta tutto il film,
sia il gesto di totale culto,che fa Viggo Mortensen portandosi le dita alla gola. Ogni tanto lo faccio ancora adesso quando mi sento in vena di spaventare
qualcuno (storia vera, sono un tipo strano, lo so).



Ho l’impressione che non gli stia suggerendo di sistemarsi il nodo della cravatta.

Ecco Viggo… Appena appena intenso in questa prova, due righe proprio, per calarsi nel ruolo
ha letto tutto quello che poteva sulle prigioni russe, ha affrontato un viaggio
in moto in solitaria in Siberia della durata di tre settimane, senza conoscere
una sola parola di russo (storia vera) e si è calato così tanto nel ruolo che
una sera dopo le riprese, si è recato al pub dimenticandosi di lavarsi via i
tatuaggi finti, risultato: avventori che gli lasciano il posto migliore al
bancone, scambiandolo per un vero criminale russo. La prossima volta che vi
ritrovate a sgomitare per una pinta, ricordatevi di Viggo.



Adesso solo perchè uno ha qualche tatuaggio deve essere per forza un ragazzaccio, dai!

Durante il rito
di iniziazione in cui Nikolai si guadagna le stelle (non da Chef), entriamo nel
mondo della criminalità russa, quella per cui in una prigione se non hai
tatuaggi non esisti ed è proprio così per Nikolai, un personaggio che, di fatto,
non esiste, la cui pelle è stata subaffittata alla mafia russa, per scalare le
gerarchie e arrivare piano piano al comando. Il corpo di adatta e si tatua,
per adattarsi alle flessioni delle mente, nella scala Croneneberg della
mutazioni, quella di Nikolai sta perfettamente a metà tra quella
drammaticamente esteriore di Seth divenuto Brundlemosca e quella completamente interiore, ma allo stesso modo
drammatica di René Gallimard.

Cronenberg ci
chiede, ancora una volta, di dubitare di ciò che vediamo, come ha sempre fatto
dai tempi di Videodrome, lo fa
attraverso le frasi di Nikolai, alcune esplicite come “Sono già morto, da
quindici anni vivo sempre in uno stato di distacco”, esattamente come per
Tom Stall/Joey Cusack, abbiamo un’identità che ne soppianta un’altra, ma se in A history of violence Viggo interpretava
un uomo che faceva di tutto per abbandonare il suo passato violento, qui
l’andamento della mutazione è opposto: Nikolai (di cui non conosceremo mai il
vero nome e nel film non viene pronunciato) abbraccia il lato oscuro ed è un
personaggio perso, condannato che si è spinto troppo in là, per una ragione
nobile, vero, ma che non può più tornare indietro.



Finali a confronto: Una tenue speranza contro nessuna speranza.

L’ultima
inquadratura è la più gelida e chirurgia di un film che più che Noir è
nerissimo e basta. Nikolai è il braccio destro di Kirill, lo tiene totalmente
in pugno, grazie al morboso rapporto tra i due (lasciatemi l’icona aperta che
ripasso), ha dato una speranza ad Anna e alla bimba, ma lui è solo ad un
tavolo e se Tom Stall proprio sedendosi ad tavolo (forse) ritrovava l’abbraccio
della sua famiglia nel film precedente,
qui Nikolai non ha nessuno e nemmeno una speranza di uscire dal personaggio
che ha creato, una mutazione in Brundlemosca
siglata a colpi di inchiostro e, non a caso, ronzante macchinetta per tatuaggi.

Lunga vita alla nuova carne tatuata!

Nikolai è
l’esperto di corpi, infatti quando bisogna farne sparire qualcuno chiamano lui
e anche se nel film muoiono “solo” cinque persone, “Eastern Promises” ha fama
di film violentissimo, anche perché Cronenberg non tira via la mano e ci mostra
tutto Ad esempio, quando Nikolai tronca un dito al cadavere, la convenzione
cinematografica vorrebbe che si sentisse solo il rumore del dito mozzato,
Davide Birra, invece, fa un bel primo piano, perché è un’occasione troppo ghiotta per
l’anatomopatologo che c’è in lui. Se ve lo state chiedendo, la scena in cui Nikolai
si spegne la cicca sulla lingua, non è un trucco, Viggo lo ha fatto davvero e
se vi capiterà di chiederglielo (tanto parla anche un fluente italiano tra i
suoi mille mila talenti), vi dirà che è tutta una questione di quanta saliva
avete sulla lingua. In ogni caso, fumatori, non provateci a casa.

Solo per fumatori professionisti, non provateci a casa.

Un corpo tatuato
è tutto quello che resta a Nikolai, infatti un corpo nudo e tatuato è quello
che lotta per sopravvivere nella scena della sauna, altro momento iconografico
del film. Cronenberg non è certo un regista di film d’azione, ma la lunga
sequenza è una scena di lotta micidiale, la coreografia dei combattimenti è
stata scelta per essere adatta ai singoli personaggi, l’idea di Cronenberg che Nikolai
combattesse nudo è molto logica visto che in sauna non ci vai con il frack e il
cappello a cilindro, ma lo devi trovare un attore che poi voglia girarla
davvero, ecco perché Mortensen sembra fatto dal sarto per recitare nei film del
Canadese.

La scena è
violenta e realistica, anche perché i criminali della Vory V Zakone utilizzano
lame (più facili da giustificare quando ti ferma la polizia). Il risultato
finale è la sequenza d’azione in asciugamano, migliore mai vista dai tempi di
quella di apertura di “Danko” (1988) e quando uno che non fa film d’azione come
Cronenberg, pareggia con sua Maestà Walter Hill (inchini e riverenze!) vuol
dire che siamo di fronte ad un Maestro, altro che filmetto sui gangster fatto
su commissione!



“Andiamo a fare una sauna dicevano, ti rilasserei un sacco dicevano!”.

Può mancare il
sesso in un film di Cronenberg? Col cavoletto oserei dire! Il mio secondo
Canadese sa davvero come cavare sangue dalla rape, Naomi Watts è bravissima
e regala spessore e delicatezza ad un personaggio che funziona giusto come
chiavistello per la trama, mentre Vincent Cassel proprio diretto dal Canadese,
manda a segno una delle migliori prestazioni della sua carriera: Kirill è
l’ennesimo personaggio tormentato, nella collezione di cani sciolti
interpretati in carriera dal Francesino.

“Ti rendi conto? Mi ha chiamato francescino” , “Tranquillo ora te lo sistemo”.

Il personaggio di
Vincent Cassel è il principe ereditario che, però, non è all’altezza delle
aspettative dello Zar Semyon, non viene mai detto apertamente, anche se gli
indizi sono chiarissimi: l’omosessualità del personaggio è molto mal vista da
parte del padre, in un ambiente di duri come quello della mafia russa, avere un
“Femminiello” come figlio è un’onta per Semyon che in un dialogo dà la colpa
al tempo di Londra (“Qui non nevica mai, una città per puttane e checche”).

Proprio come Nikolai,
ogni volta che Kirill apre bocca ci dà inizi sulla sua vera natura, ad esempio
basta notare che dà della “Checca” o del “Pederasta” a tutti, perché a suo
modo, anche lui sta interpretando il ruolo del mafioso cattivo che tutti si
aspettano da lui. In tal senso, è significativa la scena in cui chiede a Nikolai
una prova per assicurarsi che il suo autista di fiducia non sia una “Checca”,
tutto questo contribuisce al rapporto morboso tra i due che, di fatto, sono
fratelli in lotta per il rispetto del loro padre, anche se forse Kirill vorrebbe
altro, il modo in cui accarezza l’amico nella scena finale, va leggermente
oltre il “Broomance”. Ribadisco: mica male per un filmettino di gangster fatto
su commissione, no?



Quando il Broomance inizia a scappare di mano…

Per altro, da
anni Cronenberg minaccia un “Eastern Promises 2” che, però, non ha mai visto la
luce, secondo il regista questi personaggi hanno ancora qualcosa da
raccontare, le sue testuali parole sono che questa storia è un “Unfinished
bussines”, di fatto sarebbe il primo sequel diretto dal Canadese, anche se ora
dopo dieci anni, non credo sia il caso di trattenere il fiato.

Sarà che io
quando vedo robe russe mi faccio comprare con una certa facilità, ma “Eastern
Promises” è l’ennesima ottima prova costituita dalla coppia Cronenberg e
Mortensen ed un film estremamente coerente all’interno della filmografia di
cui fa parte, dasvidaniya!

Prossima fermata,
siete pazienti da lettino o da poltrona? Freudiani, oppure Junghiani?
Scopriamolo!





Visto che questa rubrica è un omaggio al mio secondo Canadese preferito, mi sembra come minimo doveroso dedicare questo post alla signora Cronenberg, la notizia della sua scomparsa è arrivata ieri. Carolyn Zeifman ha conosciuto il futuro marito nel 1979 sul set di Rabid, al suo attivo parecchio lavoro in sala di montaggio proprio nei film del marito, e una lunga sfilza di titoli anche come regista.

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