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La sindrome di Stendhal (1996): al cospetto di quest’opera anche la nostra mente un po’ si perde

Ho scoperto che oltre a David Bowie, la nostra Rebel Rebel è anche un’appassionata di Dario Argento (storia vera), ma secondo voi potevo non affidarle il post sui primi trent’anni di “La sindrome di Stendhal”? Sono pazzo, ma non sono stupido, quindi passo la parola a lei!

Qui alla Bara ci immergiamo nell’arte insieme a Rebel Rebel.

Il re del brivido può essere amato o meno, può essere criticato, come capiterà in parte anche in questa mia personale riflessione, ma non può essere in alcun modo ignorato. Quando dalla penna dello sceneggiatore passò all’obiettivo della cinepresa con L’Uccello dalle piume di cristallo del 1970 e la cosiddetta trilogia degli animali, proseguendo con Profondo Rosso – capolavoro assoluto dello spavento supremo – risultò subito chiaro quanto la sua regia fosse, piaccia o non piaccia, talmente riconoscibile e così universalmente valida. Questo perché le paure che il maestro Dario Argento tira fuori dal suo folle cappello, appartengono a tutti e travalicano, con le secchiate di sangue rosso squillante e le colonne sonore infernali e memorabili, i confini delle proprie appartenenze spaziali, temporali e culturali. Per citare un’orribile parola, coniata ai nostri sfortunatissimi giorni, così aderente al contesto, visto che oggi parliamo di thriller e horror, potremmo affermare che questo italianissimo maestro del cinema ha saputo remigrare le paure viscerali di ognuno, dallo schermo direttamente a ritroso nel centro del nostro stomaco, in qualunque punto esso si trovasse tra gli assi del tempo e dello spazio, mettendolo senza troppi riguardi, ogni santa volta, cordialmente sottosopra. Oggi parliamo de La Sindrome di Stendhal.

Il pupazzo tanto amato da Rebel Rebel (mortacci sua testa di pupazzo!)

Considerato che il Darione nazionale meriterebbe anch’egli una monografia per quanto la sua carriera sia ricca di aneddoti, collaborazioni internazionali, vicissitudini private, amicizie storiche, facciamo che ricominciamo con modestia dal film di oggi che esce nelle sale, prodotto da Medusa film nel 1996, ovvero nel mezzo di quel decennio che molto probabilmente rappresenta il momento di più acuto declino delle sue opere. E siccome sappiamo che le trilogie sono un metodo e uno schema, o un rito scaramantico, a cui il regista ha sempre obbedito, potremmo considerare questo film come elemento di un trittico di opere che testimoniano il suo profondo legame con Asia, la bellissima figlia avuta con l’altrettanto splendida quanto fascinosa attrice Daria Nicolodi. In un ruolo genitoriale che sputa punti di domanda che saltano su tipo pop-up, il rapporto padre-figlia si ribalta in quello di regista-interprete quando la ragazza è appena sedicenne con Trauma (1992), a cui segue la pellicola che festeggiamo oggi La sindrome di Stendhal (1996), e Il fantasma dell’Opera (1998). Eh sì, per chi ha ammirato a dismisura la capacità di quest’uomo di creare incubi che rimangono appiccicati addosso come un herpes che ritorna, La sindrome di Stendhal con annessa la scelta, insensata artisticamente (certo non umanamente), di Asia come protagonista hanno significato una bruciante delusione. Dov’è il regista che abbiamo conosciuto? Dove sono la trama e la sceneggiatura? E perché far recitare una ragazza che a parte la consanguineità col regista, non ha legami di parentela con la sublime arte della recitazione? Col cuore da fan in debito vitalizio, gli perdoniamo volentieri queste sbandate e si guarda tutto col dovuto rispetto.

«Mi piace l’odore di sangue finto sui set dei film horror, mi ricorda l’infanzia» (Asia Argento)

Anche in questo film le donne, la psicanalisi, il tema del doppio psicologico, i sogni, ma soprattutto la sconfinata follia umana, tornano come marchio ricorrente del suo stile, ma i vuoti e gli errori sono davvero grossolani. Troppa trascuratezza per uno del suo calibro.

Anna (Asia Argento) è una giovane poliziotta romana inviata a Firenze dal suo capo, l’Ispettore Manetti (Luigi Diberti) per seguire le tracce di uno stupratore seriale che ha iniziato anche ad uccidere le sue vittime. Seguendo una soffiata, la ragazza si reca alla Galleria degli Uffizi e qui scopriamo che soffre della sindrome di Stendhal quando, dinnanzi al quadro La caduta di Icaro di Bruegel, sviene mentre nella sua mente sta affondando nello stesso mare dell’opera. E già l’inverosimile si è presentato: piacere! Una ragazza dallo sguardo smarrito che mostra a malapena i suoi vent’anni, mentalmente instabile, sola all’inseguimento di un terribile killer specializzato nel far fuori donne, e vabbè, ma proseguiamo. Uscendo in stato confusionale dal museo farà la conoscenza di Alfredo (Thomas Kretschmann, non mi chiedete a cosa stessero pensando gli sceneggiatori dando un nome da operetta italiana ad un ragazzo dalle fattezze talmente germaniche da poter impersonare a pennello un colonnello delle SS) il quale, capiremo prestissimo, essere il serial killer che la polizia sta inseguendo. Anna entra nel mirino dell’omicida seriale subendone la spietata violenza. Da questo momento in poi seguiamo la protagonista nella lenta trasformazione della propria personalità. Cambia atteggiamenti, abbigliamento, capigliatura (la parrucca bionda che infine adotta sembra quella di un bazar cinese tutto ad un euro). Uno sconvolgimento che mina la sua interiorità, l’emergere o forse il risveglio di una rabbia che sembra antica, senza venire esplicitamente svelata ma solo accennata – lo sguardo duro del padre, un abbraccio mancato, la distanza dai fratelli quasi fossero solo sagome sullo sfondo -. La violenza che ha investito Anna in qualche modo è penetrata nella sua psicologia, le ha rapito la mente come le opere d’arte dalla cui potenza espressiva ed evocativa non è in grado di distanziarsi. La differenza è che ciò con cui Alfredo l’ha mischiata è qualcosa di guasto ed irreversibile.

È grazie all’uomo se conosco l’arte. Non merita l’estinzione, sono frasi fatte (cit.)

Dopo una carrellata di quadri dalla fama eterna che sfilano sui titoli di apertura, la prima scena del film è ambientata a Firenze, agli Uffizi, con primi piani di opere immortali che sembrano parlarci (a noi quanto alla protagonista, anche se il suo sguardo non ce lo esprime come vorremmo…). In primo piano arriva La Medusa del Caravaggio che urla tutto il suo furore, misto ad orrore, in faccia a chi la contempla. La sindrome di Stendhal infatti è conosciuta anche come La sindrome di Firenze perché fu proprio qui che lo scrittore francese aveva sperimentato e scritto del malessere che lo aveva colto alla vista della Basilica di Santa Croce. Argento racconta nella sua autobiografia Paura (2014) quanto la lettura della recensione del saggio La Sindrome di Stendhal (1989) della psichiatra Graziella Magherini (che in seguito assisterà Argento nella scrittura del film) l’avesse ispirato. Premesse perfette per un thriller alla Argento. Quanto il nostro animo, o piuttosto, quanto quell’animo che per storia personale, sofferenze patite, è più permeabile degli altri ed è maggiormente suscettibile nell’assorbire la potenza dell’Arte, perdendosi nell’eternità che essa è in grado di restituire allo sguardo? E quanto questa sorta di fragilità può rendere preda di altri, più terribili, assalti della vita? In quale preciso istante arriva l’onda della follia? Se poi questo individuo senza difese è una donna, una giovane e attraente ragazza, ecco nuovamente il tema, già sondato dal cinema di Argento, della vittima predestinata e della violenza sulle donne, donne che un senso di vendetta secolare può trasformare in streghe (altro tema caro della filmografia del regista). “La città è piena di mostri” esclama ad un certo punto una delle vittime dello stupratore, raccontando alla polizia quanto in realtà egli fosse assimilabile al suo ex-marito. Tutta la vicenda del precipizio nella follia di Anna è riconducibile alla violenza subita in quanto donna e soprattutto la scena finale (che non descriverò per non svelare troppo) termina con un’inquadratura che sembra un dipinto, col posizionamento delle figure a raffigurare un Quarto Stato della sopraffazione degli uomini sulle donne.

Asia Argento nella parte di Cassidy quando ha visto Carpenter suonare dal vivo (storia vera)

La Sindrome di Stendhal non può certo annoverarsi nella top ten di Argento. Con un cast di scarso rilievo, eccezion fatta per Paolo Bonacelli nel ruolo dello psichiatra, dialoghi senza mai un affondo interessante, fotografia che se pensiamo ai film precedenti (vedi Suspiria o Inferno) pare tutta una monotonia e una sceneggiatura (Argento/Ferrini) con i buchi del Groviera nel senso che apre via via dei buchi che non vengono mai riempiti davvero (come l’origine della sensibilità/rabbia di Anna o la ragione dell’ossessione dell’assassino per lei), il film non quaglia e sul pianeta thriller ciò è  ancor meno accettabile. L’incipit della potenza, perfino minacciosa, dell’arte, con gli stati d’allucinazione che produce nell’individuo sensibile, la bellezza e le sue ferite (inferte e subite), la disumanità dello stupro con la smania di annientamento dell’altro(a) che esprime… Tutto questo materiale avrebbe potuto svilupparsi in percorsi ben più conturbanti e pieni.

Appurato questo non si può non essere attratti da alcune unghiate di Argento, riconoscibili e capaci sempre e comunque di instillare nello spettatore quella sensazione di paura che sale direttamente alla radice dei capelli. La colonna sonora di Morricone dà il suo contributo e come sempre le musiche per Darione giocano un ruolo fondamentale, anche qui una cantilena dolce come l’odore della putrefazione. Alcuni trucchetti già utilizzati come la voce contraffatta dell’assassino che suona senza scandire parole comprensibili, come un cartone animato orrorifico, mentre conversa con una delle ennesime vittime. In questo frangente un puro vezzo del repertorio di Argento dal momento che l’identità del killer è nota sin dalle prime battute del film. Altri indistinguibili sussurri femminili buttati qua e là; un’altra firma che riaccende in noi la memoria delle sue streghe. Una chicca come il riflesso del proiettile nell’occhio dell’assassino, la pillola che scende giù nell’esofago, o l’affascinante scena del bacio sottomarino tra il pesce e Anna. E poi tanto sangue di quel rosso vivo che, gocciolando spesso e copiosamente, scuote sempre. L’utilizzo del rosso a prescindere, foriero di guai quelli brutti (la camera dell’hotel, i quadri ansiogeni di Anna, perfino un treno); sguardi allucinati, occhi spalancati e tante, tante urla strazianti di donne, Anna compresa. Un film discutibile certo, ma come per chi sapete voi (quello che scorrazza nell’aia ignaro del suo destino) di Argento non si butta via niente. E avrete senz’altro saputo del suo prossimo progetto. Alla veneranda età di 85 anni, chapeau a questo eterno ragazzo dell’horror che ha annunciato l’arrivo di una nuova trilogia che egli descrive come ad alto tasso di truculenza. Rendendo grazie, il ruolo della protagonista sarà affidato ad Isabelle Huppert: una garanzia di recitazione, quella seria. Non possiamo non dargli fiducia. Aspettiamo con grande affetto, precisamente quello che il nostro Dario si è guadagnato immaginando per noi le peggio paure nel corso di una carriera cinquantennale.

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