
Su una targa in lettere d’oro erano scritte queste parole: “Chiunque piloterà questa Bara Volante a Natale, dovrà scegliere un Classido”, quest’anno la scelta è stata facilissima poteva esserci un solo Classido di Natale, tangenzialmente anche uno dei film (non Carpenteriani) che potrei aver visto più volte nella mia vita.
A sessant’anni dalla sua uscita “La spada nella roccia” è considerato uno dei classici della Disney più amati, sicuramente da quelli della mia leva, ma non è stato sempre così, anzi alla sua uscita collezionò una serie di pareri piuttosto tiepidi, viene da pensare a Merlino, uomo del futuro, che impreca con quei tempi oscuri e maledettamente scomodi, eppure alla sua uscita “The Sword in the Stone” era quello strambo della cucciolata, perché confermava una rottura con il passato rappresentato dalla tradizione disneiana di adattare solo favole classiche, le varie Cenerentola, Peter Pan e belle addormentate erano state colpite in mezzo agli occhi dagli araldi del caos, ovviamente molto ben rappresentati dai “macchiazza” de La carica dei 101, i primi a rompere lo schema e a far storcere il naso al vecchio zio Walt.

Se ad una prima occhiata “La spada nella roccia” potrebbe sembrare un ritorno alla tradizione, in realtà si tratta di un guastatore strisciato dietro le linee nemiche per continuare il lavoro iniziato dai Dalmata, l’origine della trama va cercata in un libro di T.H. White dato alle stampe nel 1938, un romanzo sui generis diviso in quattro parti “La spada nella roccia” infatti era seguito da “La regina dell’aria e delle tenebre” (1939), “Il cavaliere malfatto” (1940) e “La candela nel vento” (1958), tutti insieme noti come “Re in eterno” o come successivamente ripubblicato “Il Re che fu, il Re che sarà”, non proprio un romanzo satirico, ma uno che rivedeva il ciclo Arturiano a suo modo. Ora, io non voglio stare qui a tediarvi, ma a White dobbiamo ad esempio la rappresentazione di Re Artù, saggio Re con Merlino al suo fianco e decisamente meno in grado di compiere scelte oculate senza di lui, un tema che in allegrai troviamo nel Classido di oggi ma in parte anche in un altro Classido come Excalibur, così, giusto per darvi un’idea generale di quanto questa stramba storia di origini, questo romanzo di formazione abbia spiazzato il pubblico nel 1963, anche per via del metodo creativo utilizzato per animarlo.

Wolfgang Reitherman, come potreste intuire dal nome, era un tedesco in fuga dal Nazismo accolto nel caldo abbraccio del Paese della torta di mele (che è inglese, ma non importa, ci siamo capiti), per quanto teutonico e quindi notoriamente popolo ligio alle regole, in realtà giusto compare dei macchiazza portatori del caos. Proprio Reitherman era parte della cordata di registi che firmò La carica dei 101, l’ultimo film Disney a seguire la regola di avere più registi in contemporanei a capo degli animatori, Wolfgang qui eredita lo scettro, la spada e tutto il cucuzzaro per un film che spiazzò tutti. C’erano le canzoni certo, ma mancava la classica storia romanticona (anche se qui ne abbiamo una spezza cuore, più avanti ci torneremo) inoltre Re Artù raccontato così, per il grande pubblico era una novità, ed è proprio per questo che vado matto per questo film!
Certo, poi ci sarebbe il corollario, in linea di massima nutrito, quello per cui a casa Cassidy quando si fa il verso a qualcuno particolarmente perfido si dice «Sembra che qualcuno stia male… Che bellezza!», oppure se uno si impegna molto in quello che fa è uno spiritaccio. Quando non sei d’accordo te ne esci con un «Barbagianate!» e quando abbiamo traslocato, il super potere più ambito era l’higitus figitus di Merlino (storia vera). Per tutte queste ragioni e molte altre che vedremo da qui alla fine del post (poveri voi, che vi aspetta!), festeggiamo i primi sessant’anni di questo Classido aprendogli le porte del club a cui appartiene!

“La spada nella roccia” è un film intelligente, che gioca costantemente con il pubblico facendo un lavoro quasi meta narrativo mai sbattuto in faccia agli spettatori, che diventa lampante nel finale è proprio di “La spada nella roccia” di Wolfgang Reitherman uno di quei film (che sono come la televisione, ma senza la pubblicità) che faranno sul mito di Re Artù di cui parla Merlino nell’ultima battuta prima dei titoli di coda. Questo costante rompere la quarta parete, fa di Merlino uno She-Hulk ante litteram, allo stesso tempo custode della tradizione, narratore della trama ma con un ruolo attivo al suo interno, un futurista, già post moderno come molto cinema che seguirà, incastrato in questo guazzabuglio medioevale, la sto mettendo giù troppo dura? Per fortuna il film non lo fa mai, portando in scena tutta questa bella robina, come fanno quelli bravi, facendo sembrare tutto semplicissimo, al limite del ripetitivo, come piace ai bambini che amano sentirsi raccontare sempre la stessa storia.
L’introduzione è veloce, porta in scena tutti i personaggi, rispetto alla versione di T. H. White, Artù o meglio, Semola visto che questo è il suo romanzo di formazione e quel nome se lo deve conquistare insieme a corona e spada, un personaggio che passa dall’avere sedici anni ad averne circa undici o dodici nel film, un tipetto tutt’ossa (ma con muscoli, altrimenti non potrebbe camminare) senza ancora il problema degli ormoni, ok il cambiamento, ma si tratta sempre della Disney buon cielo!

Tra la freccia di Caio, buchi sul tetto, una zuccheriera ligia al suo dovere e i marchingegni al vapore di Merlino (in originale Karl Swenson, ma in italiano risulta anche migliore a mio avviso) inizia l’educazione Arturiana del futuro Re, nell’eterno scontro tra muscoli, rappresentati da Caio e dalla faccenda dello scudiero, e il cervello, la scienza, le arti, leggere, scrivere, volare, insomma le cose che contano. “La spada nella roccia” tratta tutti gli argomenti grossi, il senso del dovere, farsi un’educazione, la gravità, l’amore e tutte le forze che questo mondo fan girar con una leggerezza da manuale, a voler sviscerare tutto si risulterebbe solo pedanti e noiosi, proprio quello che il film evita scientificamente di essere.
L’educazione di Semola passa attraverso tre scene ripetitive, le prime due fotocopia una dell’altra, l’ultima leggera ma brillante variazione, tre maxi sequenze, tre animaletti, pesci, scoiattoli e passerotti per tre lezioni di vita una più grossa dell’altra. La prima vabbè, la conoscete a memoria, l’avete canticchiata un milione di volte, per ogni qua c’è sempre un là, per ogni se c’è sempre un ma e tutta la lotta con il barracuda, che mi serve fondamentalmente per introdurre il Re senza corona di questo film, il vero eroe di tutta questa storia, scorbutico come la merda, del tutto anti mattiniero (visto che in teoria si sveglia di notte, ma lo tengono vigile tutto il giorno, vorrei vedere voi!), in pratica il mio spirito guida, il gufo Anacleto!

Lui, con la sua risata irridente e contagiosa, lui, che nel suo perenne stato di bilioso dormi veglia deve ricordare le formule a quello svampito di Merlino, se non fosse per il provvidenziale intervento di Anacleto, ad immergersi al volo in acqua, il futuro titolare di una corte piena di cavalieri e famoso per una tavola senza spigoli avrebbe fatto la fine della spigola divorato dal pescione. Nell’ideale elenco dei personaggi di contorno dei prodotti della settima arte, Anacleto se la gioca con i Han Solo di questo mondo per il ruolo di spalla carismatica di lusso che calamita l’attenzione, mai avuto un solo dubbio in merito su questo punto.
Se la porzione di storia aquarium aquaticus è il riscaldamento, le cose iniziano a farsi serissime nella porzione fotocopia, quella con la trasformazione in scoiattoli, quando inizia a non esserci più logica spiegazione ad una tale disturbazione, insomma, la porzione amorosa che era tanto mancata al pubblico nel 1963, che invece è ben presente e si consuma con uno dei più grossi drammi mai visti sul grande schermo. Rhett Butler che abbandona Rossella O’Hara? Il finale di “Love Story” (1970)? Quisquilie e pinzillacchere al confronto del dramma della scoiattolina, tutta la parte sono un ragazzo non sono uno scoiattolo e lei che scodinzola via singhiozzando, roba per veri duri, il tutto raccontato con una scena d’azione notevole, tutta la corsa tra i rami, tra il problema della gravità e le mascelle del lupo (il suo fiatone ogni volta mi fa rotolare dal ridere) resta la porzione più tosta di tutto il film, perché certe lezioni, certe cosette della vita o le impari sbattendoci il grugno o niente, Merlino e Disney lo sapevano già.

L’ultima scena fotocopia, inizia con le lezioni di volo di Anacleto e brillantemente termina con una variazione, quella che porta in scena forse l’unica antagonista in un film che in realtà, non è ha davvero uno, anche perché “La spada nella roccia” sceglie di parlare di lezioni di vita senza per forza impersonare proprio tutte in un nemico, al netto di lupi comici e barracuda. Quindi Maga Magò è più che altro il lato oscuro della magia, quella utilizzata senza la responsabilità (storicamente legato al potere) come fa Merlino, oltre a vabbè, robetta, essere uno di quei cattivi cinematografici in grado di imprimersi a fuoco nella cultura popolare pur restando sullo schermo un numero ridicolo di minuti, in pratica Hannibal Lecter con addosso i colori dello Stregatto.

La gara di magia tra Merlino e Magò conferma la capacità del film di Wolfgang Reitherman di sfoggiare animali di vario tipo disegnati alla grande, poco importa che il cavillo legale con cui Magò cerca di barar ehm… vincere, sia un drago che somiglia tanto alle prove generali per Elliot, “Il drago invisibile” (1977), anche questo fa parte della produzione disneiana del periodo, riciclona anzi che no.

Quando con il ritorno del mitico Ser Pilade (citatissimo a casa Cassidy, quando qualcuno porta notizie, non per forza da Londra) e l’arrivo dell’inverno in questa storia, mentre per anni ci siamo sforzati a capire le parole della canzone – ve lo dico, è la quercia azzurra del mio guidon così non ci sono dubbi – si consuma lo strappo citato lassù tra Merlino e Semola, il momento in cui il ragazzo deve sbrigarsela da solo, anche perché il lunatico mago, ha portato le sue labbra e il suo cappello a punta ad un indirizzo nuovo, nella fattispecie quello di Honolulu.
Per essere un film che si chiama “La spada nella roccia”, la mitica Excalibur compare nel prologo con il librone (come da tradizione) e nel finale, a completare il romanzo di formazione del protagonista, la sua trasformazione da Semola ad Artù che culmina con la spada estratta dalla roccia, il finale che mette in chiaro la natura i “prequel” di questo film che nessuno ha mai chiamato così, di storia delle origini per un capolavoro che resta una mosca bianca nella produzione disneiana.

Ad oggi, “La spada nella roccia” resta l’unico classico Disney a non aver avuto un seguito DTV come successo ai vari “La sirenetta” o “Il libro della giungla”, è anche l’unico film che ha avuto un trattamento diverso da gli altri per l’uscita in DVD e per il merchandising misteriosamente assente dai vari Disney Store del globo e allo stesso modo, per ora, finché l’incanto perdura, resta anche uno dei pochi non ancora preso in considerazione per uno di quelli schifo di “Live action”. Si lo so che qualcuno ne ha parlato, ma ho scritto “ad oggi” e spero che sia un eterno oggi destinato a perdurare, perché tanto la magia di Merlino che pervade questo capolavoro, resta inimitabile, un eventuale “Live action” che mi auguro di non vedere mai, al massimo, servirà a confermarci la sua natura di mosca bianca.
Se Il tempio maledetto è un prequel che tutti amano senza che i più si siano mai accorti della sua vera natura, questa storia di origini, che si permette di scherzare su tutto, anche sulla natura iconica di Re Artù, ha la leggerezza di chi dice grandi verità senza ammorbare nessuno, al massimo con una canzone orecchiabile da tramandare ai posteri, quindi tutto quello che mi resta è farvi gli auguri di buone feste, buon Natale a tutti, umani, pesci, maghi e gufi!
Sepolto in precedenza il 24 dicembre 2023


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