
Tornano i Versus della Bara per due film di un regista fin troppo dimenticato come Monte Hellman, due titoli che compiono gli anni insieme perché, in fondo, sono nati insieme. “La sparatoria” e “Le colline blu” si presentano come fratelli diversi: uno riflessivo e sospeso, l’altro in corsa continua verso un destino già segnato. Se duello deve essere, allora che duello sia, ma che sia un duello western con i film di oggi, tra polvere, fucili e deserto!

La sparatoria (1966)
La sparatoria è, per me, la mia idea di film, quello a cui penso quando rileggo “L’ultimo cavaliere” di Stephen King, penso a questo tipo di western spoglio e secco, essenziale, senza orpelli, che fa venire in mente il Pistolero kinghiano del primo libro. Prodotto da Roger Corman e girato praticamente in contemporanea con “Le colline blu”, i due film condividono location, attori e lo stesso spirito di economia creativa tipico della “Factory” di Corman.

A quell’epoca Jack Nicholson era uno dei volti nati da questa fucina, ancora giovane, ma già capace di imprimere il suo carisma, quello che lo avrebbe reso famoso negli anni successivi. “La sparatoria” è un film che sembra rifiutare il concetto stesso di direzione, non solo narrativa, ma esistenziale, i personaggi si muovono nello spazio senza che sia mai chiaro il perché, come se ogni scelta fosse già avvenuta prima che il film cominciasse. Monte Hellman costruisce il western per sottrazione estrema, eliminando progressivamente tutto ciò che normalmente serve a orientare lo spettatore: motivazioni, obiettivi, conflitti leggibili. Rimane un viaggio che non promette nulla, se non il proprio svolgersi, il deserto diventa una superficie mentale, un luogo in cui le azioni non producono conseguenze riconoscibili e la violenza, quando arriva, non libera e non risolve.
Warren Oates incarna un anti eroe stanco, privo di eroismo e di slancio, mentre Jack Nicholson agisce come un elemento di disturbo, una presenza che sembra sempre sapere qualcosa in più ma che non chiarisce mai nulla. Tutto resta sospeso, opaco, come se il film stesso stesse evitando deliberatamente di prendere posizione.

Visto accanto al suo fratellino, “La sparatoria” appare come il lato introspettivo e contemplativo del dittico, dove l’altro film corre, accumula eventi e tiene lo spettatore in tensione costante, qui Hellman blocca tutto, annulla il tempo, lascia che lo spazio stesso diventi il protagonista. Il confronto tra i due mette in luce quanto l’azione e il movimento siano relativi, quello che per “Le colline blu” è necessità narrativa, per “La sparatoria” diventa solo attrito e sospensione. La differenza non è stilistica, è generalizzata, uno mostra un mondo che consuma l’uomo attraverso il movimento, l’altro un mondo che lo consuma attraverso l’inerzia.
In questo senso “La sparatoria” è un western senza avanzamento reale, non c’è accumulo drammatico, ogni scena sembra esistere in isolamento, legata alle altre solo dal paesaggio e da una tensione sotterranea che non esplode mai davvero. Hellman non chiede allo spettatore di seguire una storia, ma di accettare uno stato d’animo, in un cinema che non accompagna, ma respinge, costringendo chi guarda a fare i conti con il vuoto lasciato dall’assenza di senso. Il suo fratellino invece, dimostra come il western possa sopravvivere al proprio stesso mito.

Le colline blu (1966)
“Le colline blu parte” da una situazione apparentemente più solida: un errore iniziale, una colpa attribuita, una fuga che mette in moto il racconto. Tutto sembra più tradizionale, più vicino a un western riconoscibile, ma è una falsa sicurezza perché Hellman mostra quanto basti poco per trasformare una struttura narrativa in un meccanismo cieco, dove le scelte dei personaggi non cambiano il destino già segnato. Qui la lucidità diventa condanna, tutti i personaggi sanno fin da subito che non c’è modo di correggere l’errore, che la macchina della violenza e della giustizia sommaria è partita e non si fermerà.

Nicholson interpreta un uomo qualunque, privo di qualsiasi aura eroica, la sua fuga non è ribellione, ma reazione istintiva, quasi inutile. La posse che lo insegue non ha volto, quasi un’idea astratta di ordine che procede per inerzia, il movimento è continuo, ma non porta salvezza. Accostato a “La sparatoria”, questo contrasto diventa evidente, se lì l’inerzia e il silenzio sono centrali, qui è il moto stesso a mostrare la fragilità del mondo. I due film si rispondono, per questo vi consiglio di vederli (o rivederli) a breve distanza uno dall’altro, azione e contemplazione, corsa e sospensione, rumore e silenzio sono due facce dello stesso pessimismo. Hellman dimostra che non importa se i personaggi restano fermi o corrono, il deserto li inghiottirà ugualmente.
Il deserto, elemento condiviso, è il collante tra i due film, non è mai spettacolare o celebrativo, non simboleggia nulla ma è un luogo indifferente, che assorbe i personaggi e li rende intercambiabili. Hellman lo filma come spazio morale prima ancora che geografico, dove l’uomo è ridotto alla funzione più elementare, muoversi, resistere, fallire. Mica male per un film creato da niente, seguendo la direttiva di scuderia di risparmiare il più possibile su tutto (storia vera).

Sessant’anni dopo, “La sparatoria” e “Le colline blu” restano oggetti irregolari, difficili da incasellare, troppo radicali per il western classico e troppo legati al genere per essere pienamente assorbiti dal cinema d’autore. Due film che rimangono lì, nella memoria di chi li ha visti, come il deserto che li attraversa, a ricordare che il western può anche essere questo, un genere che guarda il proprio vuoto e decide di non riempirlo. Qui sotto invece, i commenti, sparuti, di Bariste e Bariste quando propongo loro il cinema di Monte Hellman, regista fondamentale, ricordato da nessuno, forse solo da una Bara.


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