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La Sposa! (2026): la moglie di chi?

Urlereste anche voi. Se fosse stati messi al mondo da due uomini egocentrici, con l’ardore nel cuore di sfidare tutte le regole, generati per non avere nemmeno un nome, ma un titolo, “La moglie di…” e nello specifico, di una creatura nemmeno umana. Urlereste anche voi come faceva Elsa Lanchester.

«AAAAAAI’m sorry, for the times that I made you scream…» (cit.)

A novant’anni quell’urlo continua a riecheggiare, perché ci sono personaggi che il cinema continua a riportare in vita perché non smettono mai davvero di appartenere al presente, Frankenstein è uno di questi, infatti lo vediamo tornare e ritornare sempre più frequentemente. Va detto che quello che sorprende maggiormente di “La Sposa!” non è il ritorno della creatura nata dall’immaginazione di Mary Shelley, quanto il tentativo – meglio tardi che mai – di rendere protagonista finalmente la figura rimasta ai margini del mito, quella compagna pensata, costruita e subito messa in seconda fila.

A quasi novant’anni da La moglie di Frankenstein di James Whale, Maggie Gyllenhaal sceglie infatti di non restaurare l’immaginario gotico ma di smontarlo pezzo per pezzo. Il suo secondo film da regista, “La Sposa!” appartiene formalmente ad un genere, ovviamente l’horror, ma nella sua pancia si porta dentro di tutto, elementi romantici, gangster movie, musical e tragedia convivono senza trovare equilibrio, frullati tutti insieme come se il film stesso condividesse la natura della creatura che racconta, messa insieme con i pezzi raccolti qua e là.

Per me è la foto più bella del 2026, sembriamo la Wing-woman ed io al cinema (con Maggie)

La prima frattura riguarda l’autrice, anche qui come da tradizione rappresentata come personaggio nella storia, Mary Shelley (interpretata da Jessie Buckley) entra nella trama come presenza spettrale, osservando dall’aldilà ciò che la sua opera ha lasciato incompiuto. L’idea della Sposa diventa così una creazione mancata che cerca finalmente un corpo, trovandolo in Ida (sempre Jessie Buckley in modalità Peter Sellers), donna legata alla criminalità nella Chicago degli anni ‘30. Dopo la sua morte violenta, Frank – la creatura interpretata da Christian Bale – recupera il cadavere e insieme alla scienziata Cornelia Euphronious (Annette Bening), realizza ciò che il cinema ha già raccontato spesso, in molte versioni della stessa storia, ovvero dando vita alla Sposa, e se pensavo che una delle versioni meno famose e più eccentriche fosse “La sposa promessa” (1985), quel film con Sting era comunque delicato e morigerato nella messa in scena rispetto a quanto ha saputo spingere Maggie Gyllenhaal.

Solo che qui la creatura ginoide non nasce per completare qualcuno, anche se nasce divisa perché dentro di lei convivono la donna che era stata, l’essere appena generato e la voce persistente della stessa Shelley, il film segue questa instabilità cambiando continuamente tono, rifiutando qualsiasi identità definitiva, qualunque etichetta, anche di genere cinematografico.

«Rimettete in funzione quelle macchine! Rimettete in funzione quelle macchineeeeee!» (cit.)

Il rapporto tra Frank e la Sposa diventa allora una relazione impossibile più che romantica, devo dire che mi fa molto piacere stare ritrovando quell’attore che ammiravo tanto prima che si svalutasse lavorando troppo e diventando il Bat-favorito di tutti, Chris Bale interpreta un mostro stanco, svuotato da oltre un secolo di solitudine, un essere che si porta dentro anche gli echi delle versioni di Corman che furono, mentre Buckley costruisce una figura imprevedibile e rabbiosa che rifiuta apertamente il ruolo per cui è stata creata. La sposa del titolo, come Anouk ai vecchi tempi (qui si nota la mia età anagrafica) non è la compagna o la sposa di nessuno, la dimostrazione (nuovamente) vivente che quel progetto era destinato a fallire sotto i colpi dei suoi «Preferirei di no.»

Quando i due diventano responsabili di una serie di omicidi contro uomini violenti e corrotti, “La Sposa!” si trasforma in una fuga lungo le strade d’America che riecheggia inevitabilmente Bonnie Parker e Clyde Barrow, ma qui la ribellione nasce da un’esclusione originaria, non esiste spazio sociale per chi è stato letteralmente costruito fuori norma per gli standard di una società piena di mostri, ma mostri veri.

Eppure io Warren Beatty e Faye Dunaway li ricordavo diversi.

Qui Maggie Gyllenhaal mette sul tavolo tutta la sua “cazzimma” una presa di posizione che ha il diritto di essere sguaiata, perché repressa troppo a lungo. La violenza (cinematografica) dei personaggi diventa la risposta a una sopraffazione strutturale, la rinascita della Sposa assume i contorni di un gesto di autodeterminazione, per un film che dialoga con le altre Spose vendicatrici, o con altri film con il punto esclamativo, anche se quell’ardore nel cuore delle protagonista, si traduce in un film pazzarello, magari non proprio alla Frank Henenlotter, ma che Maggie Gyllenhaal giocasse così tanto con le iconografie note non me lo sarei mai aspettato.

Attorno ai protagonisti convivono diversi film, il detective interpretato da Peter Sarsgaard e la partner di Penélope Cruz sembrano usciti da un noir classico, mentre Frank sviluppa una passione quasi commovente per il musical hollywoodiano, idolatrando una star interpretata da Jake Gyllenhaal, eco dell’eleganza irraggiungibile di Fred Astaire e Ginger Rogers, anche se per me, nei momenti musicali, è stato proprio impossibile non pensare al Maestro Mel Brooks.

…Puttin’ on the Ritz! (cit.)

In questa convivenza di registri e stili, non può non fare capolino Frankenstein Junior di Mel Brooks, non tanto per la comicità esplicita, quanto per l’idea – già intuita e portata in scena da Brooks – che il mito di Frankenstein sopravvive solo quando accetta di deformarsi, di diventare altro rispetto alla propria aura tragica. Come nel film del 1974, anche qui la creatura smette di essere puro oggetto di paura per trasformarsi in figura profondamente umana, persino vulnerabile, la differenza è che dove Brooks sceglieva la parodia liberatoria, Gyllenhaal opta per un caos emotivo più contemporaneo e per certi versi punk, come solo la rabbia repressa può essere.

Visivamente il film abbraccia lo stesso eccesso, la Chicago stilizzata richiama la teatralità fumettistica di Dick Tracy, mentre i costumi di Sandy Powell trasformano la protagonista in un’icona pop, che deve avere uno stile eccessivo e da copertina, perché viviamo nell’epoca del bombardamento delle immagini, tutte sostenute dalla partitura musicale composta da Hildur Guðnadóttir.

Stile da personaggio dei fumetti e cuore (chissà di chi) in fiamme.

Il limite del film coincide con la sua ambizione, l’accumulo continuo di idee impedisce spesso alla narrazione di trovare il giusto respiro, qualche situazione risulta troppo episodica, eppure “La Sposa!” Trova il suo modo di funzionare e aggirarsi per il mondo, forse perché, come ogni creatura riuscita solo a metà, porta con sé qualcosa di irriducibile e a suo modo unico.

Se siete alla ricerca di un cinema prudente nel maneggiare i classici, state lontani chilometri, di mio posso solo aggiungere un altro strato di stima per Maggie Gyllenhaal che sceglie la strada più rischiosa portando in scena un film che è esattamente come la sua protagonista, imperfetta, eccentrica, forse anche contraddittoria ma decisamente viva. O tornata in vita.

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