
Siamo nel pieno dello “Spooky season”, quindi il momento ideale per iniziare a giocarsi i titoli autunnali, che a ben guardare su questa Bara non mancano mai, inoltre siamo nel pieno dei festeggiamenti dei titoli di Tim Burton che quest’anno compiono gli anni, ci siamo fatti un giro in bici, abbiamo visitato La fabbrica di cioccolato ma il meglio, per la fine.
Tra i tanti innegabili meriti di Burton, indubbiamente quello di aver sdoganato al grande pubblico la tecnica dell’animazione a passo uno, vecchia come il cinema stesso, considerata preistorica per tempi e i costi di produzione, ma che ha sempre rappresentato – per me e per tutti quelli cresciuti con i film di Ray Harryhausen – la vera magia del cinema, tra i grandi nomi influenzati dal Maestro della stop motion, di sicuro quello di Burton, così tanto che per molto pubblico oggi, quando si parla di film animati a passo uno, esiste un titolo ed uno soltanto, Nightmare before christmas.

La falsa informazione che si è diffusa nel corso degli anni, è che il film perfetto sia per Halloween sia per Natale, sia totalmente farina del sacco di Burton, banalmente, che lo abbia diretto lui, anche se come vi ho diffusamente raccontato, il suo contributo del regista di Burbank è stato nel design dei personaggi e in un buco nel muro fatto con un calcio (storia vera).
Ecco perché quando nel 2005 è uscito “La sposa cadavere”, abbiamo fatto tutti un balzo dalla sedia, un nuovo film di Tim Burton animato a passo uno, come non succedeva dai tempi di Vincent, per un film co-diretto insieme a Mike Johnson che aveva già avuto esperienza d’animazione con il re delle zucche, “James e la pesca gigante” (1996) e successivamente con “Anomalisa” (2015). La differenza questa volta consiste nel fatto che Tim Burton, pur dividendosi con la regia della sua versione della fabbrica di cioccolato, ha passato veramente del tempo sul set, quindi “Corpse Bride” è decisamente più figlio suo di quanto non fosse il suo precedente, e amatissimo, film di Halloween o Natale animato un fotogramma alla volta.

Il film è molto liberamente ispirato alla versione ebraico-russa del XIX secolo di una più antica storia folkloristica ebraica, però traslata in un’epoca immaginaria simile all’Inghilterra vittoriana del XIX secolo, un lavoro di sceneggiatura ben fatto, firmato dal solito e sodale John August insieme a Caroline Thompson e Pamela Pettler, per una trama che urla a pieni polmoni «BURTON!» ad ogni fotogramma, a partire dai nomi dei personaggi, che tornano a chiamarsi Vincent o sue varianti.

Victor Van Dort, doppiato e ricalcato sugli zigomi di Johnny Depp all’ennesima collaborazione con il regista, sta per convolare a combinate nozze con la primogenita della ricca famiglia Everglot, la bella Victoria (Emily Watson), lo scopo è quello di evitare la bancarotta ai Van Dort, mercanti di pesce molto interessati alla scalata sociale.
Contro ogni pronostico Victor Victoria (ciao Blake Edwards) per quanto timidissimi si innamorano, e se non fosse chiarissimo l’omaggio, in questo film dove la musica è sinonimo di vita, i due ragazzi si innamorano suonando lo stesso piano forte, marca Harryhausen, giusto perché siano chiari i riferimenti, tutti giusti di questo film.

Purtroppo durante le complesse prove per il matrimonio, l’impacciato sposino finisce per fare un casino con tanto di vestito della futura suocera mandato alle fiamme, risultato: matrimonio rimandato finché Vincent non avrà imparato tutto il giuramento a memoria.
Facendo le prove camminando nel bosco, mosso da uno slancio d’ispirazione, il nostro finisce per infilare l’anello nuziale su un rametto, che si rivelerà essere il ditino secco della sposa cadavere del titolo, un fantasma, tragico come tutti i trapassati (perché la sua resta una storia e una vita spezzata) di nome Emily, che parla con la voce di Helena Bonham Carter e che sarebbe anche tenerissima, se solo respirasse ancora.

A questo punto Victor, che non ha mire da necrofilo, scappa spaventato, ma la sua neo sposina diversamente viva, lo trova e lo trascina nel mondo dei morti… Che è bellissimo! Posso dirlo, un po’ come questo film, uno degli ultimi davvero belli diretti dal ricciolone, quando ancora era artisticamente vivo e in onore al suo impatto sulla cultura popolare e ai suoi colori, me lo porto nel club dei Classidy!

Voglio iniziare dai difetti, anche perché sono pochissimi, in 77 minuti il film a volte ha un ritmo ondivago, senza cali clamorosi di ritmo, ma rispetto al passo spedito di Nightmare before christmas, ogni tanto “La sposa cadavere” abbraccia momenti più riflessivi, inoltre, ma mi rendo conto che questo potrebbe essere solo un mio problema, ho visto tante volte il film e ancora una volta, Danny Elfman ha sfornato un gioiello di colonna sonora che lo rende, quasi un musical dell’oltre tomba, riuscitissimo, solo che la canzone che mi ricordo a memoria, e che ogni tanto mi canticchio girando per casa (storia vera, lo faccio davvero) è solo quella che ho voluto omaggiare nel titolo del post, ovviamente la più macabra, d’altra parte non sarei pilota di Bare Volanti se così non fosse. Detto questo, fine dei difetti.

Anche i pezzi che mi piacciono meno o che non mi canticchio, sono molto belli e danno quell’aria giustamente malinconica a quello che è un film di fantasmi, la storia (e la vita) spezzata della tenerissima Emily, che ha molto della Sally di Nightmare before christmas, ed è un personaggio diventato iconico subito, pronti via, appena il film uscì nella sale vent’anni fa, Emily è subito assorta ad icona amatissima dalle cosplayer di tutto il mondo, dimostrazione che vent’anni fa, Tim Burton era ancora in grado di usare l’estetica per raccontare, prima della sua deriva e trasformazione in un arredatore d’interni senza più vita (artistica) e creatività.
Tutta la parte ambientata nel mondo dei vivi, è un trionfo di vecchiacci e loschi figuri che detengono il potere, per carità, tutti doppiati da grandi attori e pretoriani di Burton, quindi si va dall’arcigno pastore Pastore Galswells che parla con il vocione di Christopher Lee, passando per il mellifluo e arrivista Barkis Bittern (Richard E. Grant) fino ad arrivare a papà Everglot, ovvero Albert Finney.

Un luogo grigio, tetro, fin dalla fotografia plumbea di Pete Kozachik, dove la musica sembra bandita se non per la breve scena al piano, non a caso scintilla dell’amore e di un futuro si spera migliore per i giovani. Un aperto e manifesto contrasto con il mondo dei morti, dove anche qui troviamo dei vecchiacci, come il Saggio Gutknecht (doppiato dal solito Michael Gough) ma a colpire è la messa in scena.
Ci sono due film in cui Tim Burton ha omaggiato apertamente il grande Mario Bava, il primo non ve lo dico, perché sono maligno, ma era quello in cui si trovava la più grossa e spudorata dichiarazione d’amore a La maschera del demonio mai vista in un film americano, chi lo indovina nei commenti, vince una zucca di Halloween. L’altro film dove Burton ha omaggiato meravigliosamente Bava è stato proprio “La sposa cadavere”, tutto il mondo dei morti è ispirato all’utilizzo espressivo che il regista sanremese faceva del colore nei suoi film, perché ad essere artistici ed espressivi con il bianco e nero sono bravi (quasi) tutti, provate a fare lo stesso con il colore.

Per me “La sposa cadavere” si riassume tutto con un piccolo aneddoto, che vede protagonista ovviamente Tim Burton, che sbarcato a qualche festival del cinema italiano per presentare la sua ultima fatica a passo uno, davanti ad una folla di nostrani giornalisti cinematografici, con gli occhi letteralmente a forma di cuore, dichiara il suo amore e la sua volontà di omaggiare con questo film, il più grande regista italiano di tutti i tempi, Mario Bava e il suo uso del colore sono stati di fondamentale importanza per me e bla bla bla davanti ad una folla di giornalisti con sguardi da vitello che vede passare il treno.
Zero assoluto, tracciato più piatto di quello di Emily, una folla di penne stipendiate che davanti al nome Mario Bava, hanno reagito come se Burton avesse citato Teomondo Scrofalo, anzi, lì forse ci sarebbero state più reazioni. Il buco nero dell’ignoranza del nostro giornalismo di settore, davanti ad un regista che in uno strambo Paese a forma di scarpa, si meriterebbe di essere ricordato come Fellini e Leone, invece è meno noto di Dario Argento, giusto per citare un altro che da Bava ha pescato molto.

“La sposa cadavere” sta tutto in questa storiella, Burton fa seguire alla sua passione i fatti, fa un uso espressivo e creativo della fotografia opponendo il freddo mondo dei vivi a quello colorato e caldo dei morti, un modo visivo per riassumere tutta la sua poetica dei freak al meglio, infatti sia Emily che Victor la loro condizione di stramboidi, non è che se la vivano poi così bene, anche se l’arco narrativo di tutti i personaggi, si risolve con una poetica conclusione per un film che inizia e finisce con una dissolvenza di farfalle e sta tutto nella sensazione che vi lascia addosso la frase: un cuore può spezzarsi anche dopo aver smesso di battere.

Ragazzi se mi manca quel regista così creativo in grado di firmare gioiellini come questo film, mentre voi vi arrovellate i neuroni per cercare di vincere la zucca, io faccio gli auguri per i suoi primi vent’anni alla sposa cadavere ricordandovi l’unica certezza che tutti noi abbiamo sulla vita: prima o poi finisce, quindi cantate e godetevela.
Dai, dai, che tocca anche a te!
morire ad oltranza, che male c’è?
tu prova a scappar, raccomandati ai santi
ma dovremo al fine morir tutti quanti!


Creato con orrore 💀 da contentI Marketing