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La sposa di Chucky (1998): finchè morte non ci separi

Ad ogni piede, la sua scarpa. Ad ogni cuore l’altra metà e anche un bambolotto di plastica psicotico e in salopette può trovare l’anima gemella, tutto questo, nel nuovo capitolo della rubrica… Vieni a giocare con Chucky!

“Child’s Play” sembra davvero arrivata ad un punto morto, la scarsità di idee abbinata ad una messa in scena televisiva vista nel terzo capitolo della saga, non ha avuto al botteghino i risultati sperati, il tonfo commerciale sembrava destinato a fare quello che nessuno in tre film era riuscito a fare: uccidere Chucky in maniera definitiva.

Ma il nostro “Tipo Bello” può contare su un’arma segreta che nessuno degli altri storici assassini Slasher può vantare di avere, ovvero una continuità interna alla saga estremamente curata. Sì, perché Freddy ha creato la sua elm street mythology, con elementi spesso in contraddizione tra di loro, sperando che papà Wes Craven si decidesse a tornare dietro la macchina da presa. Michael Myers dopo un inizio da storia del cinema si è perso tra mille tentativi di rilancio, anche recenti, mentre Jason Voorhees, oh lasciamo perdere! La continuità interna dei film di Venerdì 13 è un casino, sembra che un capitolo non tenga conto di quello precedente nemmeno per errore.
Invece Chucky da questo punto di vista gioca in un altro campionato, tanto che, in questo capitolo, è lui stesso a scherzare sul fatto che le sue origini richiederebbero più puntate come una serie televisiva per essere raccontate, una delle tante battute (meta) cinematografiche sparse in questo fantastico quarto capitolo. Ma l’arma segreta di Chucky ha un nome e un cognome: Don Mancini.
«Mettiti comoda bambola, abbiamo un’arma segreta che Freddy si sogna!»

Dopo aver creato Chucky nel 1988 e scritto tutti i capitoli successivi della saga, Mancini ha la lucidità e, diciamolo, anche il fegato, di ammettere che portare avanti la storia del piccolo Andy Barclay, perseguitato dalla diabolica bambola modello “Good Guys” non è più la via da percorrere, il filone ormai è esaurito e, soprattutto, Chucky non fa più paura.

Il primo capitolofunziona ancora alla meraviglia perché partendo da uno spunto assurdo (un serial killer che sposta la sua anima in quella di un innocuo bambolotto) riusciva a creare tensione tenendo il pubblico sul filo grazie ad un cattivo iconico. Il secondo era la stessa formula uguale a sé stessa, ma fin dal terzo, era chiaro che Chucky funzionasse solo grazie alla sua bastardaggine congenita e alle trovate comiche che, ormai, avevano tolto buona parte dell’aurea minacciosa di Chucky.
Don Mancini ha l’intuizione giusta: invece di ostinarsi per cercare di rendere nuovamente Chucky minaccioso, perché non accentuare il suo lato comico e grottesco? Andiamo, abbiamo un terribile serial killer dentro il corpo di una bambola in salopette, è una cosa che fa ridere, quindi rendiamola divertente! Risultato finale: uno degli horror più divertenti degli anni ’90, una commedia horror riuscitissima in cui si ride molto, il sangue non manca mai e anche a livello di incassi, pareggia con il capostipite diventato uno deimigliori capitoli di tutta la saga.
Riportare in vita una saga horror che sembrava morta (for dummies).

Il che non è affatto un traguardo da poco, ci sono secondi capitoli che riescono ad essere belli quanto il primo, ma numeri quattro? Beh, inizia già difficile trovarne qualcuno, forse l’unico film che somiglia nello spirito a questo “La sposa di Chucky” è “Rocky IV” (1985), entrambi alzano il volume della radio cambiando di parecchio il tono rispetto al film originale, ma sono riusciti a diventare mitici creando iconografia e nel suo piccolo Chucky non è secondo a nessuno, con questa rubrica dovrebbe essere chiaro che è meglio non sottovalutarlo!

Don Mancini alza di parecchio il volume della radio e trova nel regista di Hong Kong Ronny Yu (lo stesso di “Freddy vs Jason” del 2003) il migliore alleato possibile, “La sposa di Chucky” introduce un personaggio nuovo che diventerà subito fondamentale, ovvero Tiffany, interpretata dalla burrosa Jennifer Tilly che magari ricorderete in “Bound – Torbido inganno” (1996), oppure stropicciatissima in Tideland di Terry Gilliam. Tiffany con il suo neo disegnato e i capelli biondo platino è la storica fidanzata di Charles Lee Ray e se non ne avete mai sentito parlare, è solo perché Don Mancini se l’è inventa in questo quarto capitolo presentandola come un personaggio storico della saga e la ragazza anche se è al suo esordio, monopolizza tutto l’inizio del film.

Che sia la moglie di Chucky o di Frankenstein, tuoni e fulmini non possono mancare.

Dopo aver cercato in lungo e in largo il suo Chucky, collezionando bambole di ogni tipo, Tiffany corrompe un poliziotto per convincerlo a trafugare dal reparto prove del distretto di polizia i resti del povero Chucky, fatto a pezzi nel capitolo precedente. Con amorevole cura ricuce insieme il bambolotto regalandogli la sua iconica cicatrice lungo il volto e invocato il solito Damballa per riportarlo in vita, ma non dopo aver eliminato per sempre lo sbirro, in modo da non avere testimoni scomodi.
Da subito il rituale sembra non aver funzionato (anche perché, ammettiamolo, dopo un buon inizio ‘sto Damballa si è rivelato un po’ un pacco), ma poi Chucky torna tra noi girando la testa di 180 gradi come Linda Blair e facendo subito fuori lo spasimante di Tifanny, un gotico piuttosto sfigato che si fa chiamare Damien (sì, come il bambino di “Il presagio” del 1976) interpretato da Alexis Arquette, prima del cambio di sesso e della sua prematura (e purtroppo non sullo schermo) dipartita.
«Ma questi Arquette sono più dei capitoli della mia saga, quanti sono!?»

Ma si sa che “amore non è bello se non è litigarello” (almeno così dicono) ed è facile non essere proprio tranquilli e spensierati quando la tua coppia è composta da una fanatica delle bambole e dei serial killer e da beh, un serial killer intrappolato dentro un pupazzo di plastica con i capelli color carota. Chucky si prende gioco dei desideri di matrimonio di Tiffany e finisce nel box per bambini, assieme ad una bambola con vestito da sposa proveniente dalla collezione della ragazza, evidentemente laggiù alla fabbrica dei pupazzi “Good guys” producevano anche questa versione per fare concorrenza alla Barbie sposina.

Ma “la sposa di Chucky” è un’operazione pop in cui i riferimenti sono manifesti fin dal titolo, infatti Tiffany fa l’errore di rilassarsi (e commuoversi) nella vasca da bagno guardando il classico “Bride of Frankenstein” (qui da noi “La moglie di Frankenstein” di James Whale del 1935), quando Chucky pensa bene di gettare la tv dentro l’acqua, una morte che originariamente Don Mancini aveva previsto per la baby sitter di Andy nel primo film e che ha dovuto tagliare per motivi di minutaggio (storia vera), ma qui torna buona: “Finché morte non vi separi!”.
Meglio non rilassarsi troppo quando Chucky è in circolazione.

Chi di bambola ferisce, di bambola perisce (oh gente, oggi sono in fissa con i proverbi, fatevene una ragione) ed è proprio il caso di dirlo, perché Tiffany si risveglia nel corpo della bambola che a questo punto chiamerei “Good Girls”, dopo un’invocazione al solito Damballa da parte di Chucky, voilà! Uniti in plasticoso amore per la vita!

Ma l’obbiettivo di Chucky non è certo quello di ristabilire la patria potestà in famiglia, quando più che altro recuperare l’amuleto che portava al collo quando è stato freddato dalla polizia (insieme a Tiffany, altro elemento infilato di corsa da Don Mancini nella continuità della storia, che funziona alla perfezione) e che tecnicamente è ancora lì, quindi bisogna trovare un modo per raggiungere la tomba di Charles Lee Ray, in un cimitero nel New Jersey, per questo torneranno buoni i due toncoloni locali, Jesse e Jade.
Alcune coppie nascono per stare insieme, altre, escono dalla stessa catena di montaggio.

Jade è interpretata dall’appena ventenne Katherine Heigl, che ora mi pare faccia “Grey’s anatomy” (non vi saprei dire, mai vista nemmeno mezza puntata), ma negli anni ’90 si era guadagnata un minimo di fama con il telefilm “Roswell” (anche qui, numero di episodi visti, se va bene uno). Il super personaggio è in balìa di uno zio che, invece, alla patria potestà ci tiene parecchio, è il capo della polizia Warren (quel gran mito di John Ritter) e per ostacolare le fughe della ragazza e il suo amore con Jesse, è pronto ad utilizzare tutti i trucchi da sbirro che conosce, tipo nascondergli l’erba nel camioncino per poi farli fermare dai colleghi della stradale dopo un’imbeccata… Un simpaticone insomma!

A questo aggiungete il bisteccone Jesse (Nick Stabile) che pur di scappare con la sua Jade, accetta i soldi di Tiffany e il compito di portare un paio di bambole fino ad un cimitero nel New Jersey, insomma: tutti i pezzi sono sulla scacchiera, che il viaggio “On the road” (e il relativo massacro) cominci!

«Uffa! Lo avessi saputo, sarei rimasta a fare la serie tv con gli UFO!»

“Bride of Chucky” ha un gran ritmo, dura 90 minuti e fa ridere, a tratti sonoramente grazie ai continui battibecchi tra Chucky e Tiffany («Il tuo idolo Martha Stewart che farebbe?») ed insieme sono una coppia davvero affiatata, sembrano Joker e Harley Quinn, però alti cinquanta centimetri e fatti di plastica. “La sposa di Chucky” riesce a non scadere mai nel volgare nemmeno giocandosi una scena di sesso tra bambole che inizia con Chucky che fa notare che là sotto inizia a sentirsi come Pinocchio e vi giuro che per non andare drammaticamente sotto con delle trovate così, vuol dire che devi essere particolarmente ispirato!

Mickey & Mallory Knox? Erika & Omar? Joker & Harley Quinn? No, molto più cattivi!

Don Mancini e Ronny Yu qui lo sono davvero, gli omicidi sono tutti piuttosto coreografati e grondanti sangue e la svolta comica offre la possibilità di sbizzarrissi con le citazioni. Tra le più manifeste, ad esempio, è molto divertente notare che tra le prove conservate del distretto di polizia, ci troviamo di fronte ad una vera è proprio “All of fame” delle reliquie possedute dai grandi assassini Slasher del cinema. Sì, perché possiamo vedere il guanto di Freddy, la motosega di Faccia di cuoio, la maschera di Jason e quella di Michael Myers!

Abbiamo Michael e il guanto di Freddy, Jason e la motosega di Faccia di cuoio, chi manca?

A questo punto sarebbe lecito chiedersi: ma Pinhead? Chi è lui, il figlio della serva? Non lo omaggiamo anche lui? Grazie ad una manciata di chiodi e ad un air-bag, Chucky e Tiffany trasformano John Ritter nel perfetto cosplayer di Pinhead, con tanto di Chucky che guardandolo dichiara: «Non so perché, ma ha un’aria familiare».

Forse Pinhead? No abbiamo anche lui!

Ma se aguzzate davvero bene la vista, nella collezione di bambole di Tiffany che si vedono ad inizio film, è possibile notare anche uno dei pupazzi della serie “Puppet Master”, insomma: se siete a caccia di citazioni “Bride of Chucky” ne è davvero pieno.

Bisogna dire che ai tempi, non tutti amarono questa svolta comica per la serie, “la sposa di Chucky” è il film che ha creato la grande divisione tra i fan che preferiscono la fase più “seria” quella che portava ancora il titolo “Child’s play” (da noi “La bambola assassina”) e gli altri che apprezzano anche i capitoli in cui Chucky viene citato per nome. Personalmente non ho dubbi: “La sposa di Chucky” è un gran bel film, anche rivisto per questa rubrica devo dire che è invecchiato molto bene, si porta alla grande i suoi ormai vent’anni ed è l’ennesima dimostrazione che due bambole animate con effetti speciali vecchia scuola, sono un investimento migliore di altrettanta computer grafica che dopodomani mostrerà già i segni del tempo.
«No! Quello è il servizio buono che ci ha regalato la nonna!»

“Bride of Chucky” ha anche una colonna sonora Rock/Metallara davvero degna di nota, ci sono ben due pezzi di Rob Zombie, “Thunder kiss ‘65” e “Living dead girl” (subito sui titoli di testa del film), si alternano a pezzi classici come “Call me” di Blondie, perfetta per mostrarci Tiffany impegnata a dare un look più adatto al suo stile, al suo nuovo corpo di plastica. Ma non manca nemmeno “Blood stained” dei Judas Priest a sottolineare uno dei momenti più splatter, il massacro in autostrada, insomma: davvero per tutti i gusti musicali, ma rigorosamente a volumi criminali!

Il fumo nuoce ai polmoni, ma se tanto li hai di plastica che ti frega!

“La sposa di Chucky” da solo ha saputo rilanciare il personaggio alla grande, se il primo capitolo riusciva a non rendere involontariamente comica la premessa iniziale di un assassino incastrato dentro una bambola per bambini, questo capitolo è quello che non solo decide volontariamente di farti ridere, ma ci riesce anche alla grande! Un’inversione di rotta totalmente riuscita, se Chucky è ancora un mito dopo vent’anni lo dobbiamo quasi esclusivamente a questo film, quello con cui si è conquistato la sua iconografia definitiva, la faccia spaccata a metà, tenuta insieme dai punti di sutura, sta a Chucky come la maschera da Hockey a Jason, insomma: è davvero impossibile non andare giù di testa per questo quarto capitolo.

Anche perché Chucky e Tiffany sono una gran coppia, per tutta la durata della pellicola, tengono banco fino al finale ambientato al cimitero in cui la natura romanticona di Tiffany decide del destino di tutti i personaggi in gioco e per un film in cui l’amore è il tema portante, il finale, anche se in puro stile horror, di fatto tiene conto delle conseguenze dell’amore, ma di questo, parleremo diffusamente tra nove mesi… No, volevo dire tra sette giorni, con il prossimo capitolo della rubrica!
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