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La storia fantastica (1987): Tu compi treinta años, preparate a festegiar!

Sapete chi compie i suoi primi trent’anni ed è ancora un
film fresco come una birra appena uscita dal frigo? Bravi, proprio “La storia
fantastica”, non lo avete mai visto? Preparatevi a morir! … No, dai, scherzo.

Per questo compleanno abbiamo organizzato per voi un Blogtour di grande prestigio!

Iniziamo con il pezzo di Lucius sulle pagine del Zinefilo.
Continuiamo con la locandina italiana d’annata su IPMP.

Ultima, ma non meno importante, il post della CineCivetta!

Quando dici “La storia fantastica”, le reazioni sono sempre fondamentalmente
due: ci sono quelli che ti guardano e dubbiosi ti chiedono «Ma parli de “La
storia infinita”, vero?» e gli altri, invece, a cui vengono gli occhi a forma di
cuore e partono a descriverti la loro scena preferita, c’è solo da scegliere
perché nel film non mancano.

“La storia infinita” ha traumatizzato un’intera generazione
nata e cresciuta negli anni ’80, ma mi rendo anche conto che per essere un cult
generazione, “La storia fantastica” viene ricordato da una porzione di pubblico
molto minore, probabilmente perché è stato replicato in televisione per un
numero limitato di anni prima di diventare ospite fisso dei palinsesti pre e
post Natalizi. Quelle repliche televisive hanno fatto sì che fosse sufficiente essere
nati un anno dopo, per aver perso il treno, almeno, questa è l’idea che mi sono
fatto, sotto con le vostre teorie ed esperienze nei commenti!

Trova le dieci piccole differenze.

La confusione tra i due titoli è tutta italiana, anzi “Italiota”
perché fin dalla locandina in uno strambo Paese a forma di scarpa, le hanno
tentate tutte per mettersi in scia al Fortunadrago di Wolfgang Petersen del
1984, in realtà, il titolo originale del film è “The Princess Bride” proprio
come il libro da cui è tratto, “La principessa sposa” di William
Goldman pubblicato nel 1973, autore anche dell’ottima sceneggiatura del film, ma
non parliamo certo di uno qualunque, è lo stesso che ha scritto la
sceneggiatura di cosette come “Butch Cassidy” (1969) o “Tutti
gli uomini del presidente” (1976) e poi, vabbè, anche Wild Card, ma torniamo al film, anzi no, torniamo al libro!

Tutto inizia con un libro e non è tanto per dire,
perché quando il giovane Fred “Ragazzino degli anni ‘80” Savage (quello del
telefilm “Blues Jeans”) è inchiodato a casa con la febbre a smanettare con il
suo joystick (ma non in QUEL senso!), riceve la visita del suo analogico nonno, e se il nipote è un idolo di un vecchio telefilm, come nonno non può che avere
un’altra icona del piccolo schermo, il tenente Colombo in persona, Peter Falk.

“Ah, già, quasi dimenticavo di leggerti la storia” (Quasi-cit.)

“Basta smanettare il Joystick del Commodore64 che poi diventi
cieco! Ti leggo un libro, perché ai miei tempi i libri erano la nostra tv” e da
qui inizia la storia del biondo Westley (Cary Elwes) innamorato della
principessa Bottondoro (azzeccato adattamento dell’originale “Buttercup” che mi
fa pensare a tutto tranne che a una principessa delle favole). I due si amano
senza dirselo mai, Westley risponde solo “Ai tuoi ordini”, ma è come se
dicesse “Ti a…” “Oohhh, ma che palle nonno non sarà mica una “Storia di baci””, per
usare le parole esatte del nipote, prima di iniziare a “Whatsappare” con gli
amici sull’I-telefono. Solo che sfiga! È il 1987 gli smartphone non saranno
ancora inventati, quindi zitto e STACCE che la storia comincia sul serio.

Se non avete mai visto questo film, state tranquilli che
passerete i primi venti minuti a chiedervi dove avete già visto la biondina
carina che interpreta Bottondoro, potete pensarci pure un anno, tanto fino ai
titoli di coda fatti come piacciono a me, una carrellata di tutti i
protagonisti con il nome dell’attore che lo interpreta alla moda di Predator. Ma se non volete arrivare fino
alla fine del film, vi dico io chi è, Robin Wright in versione 1.0 prima che la chirurgia la straformasse nella
bellissima marziana tutta eterea che è ancora oggi.

Provate un po’ voi a passare anni a litigare con Sean Penn, poi ne riparliamo.

Però, a ben pensarci, forse “La storia fantastica” non è un
titolo tanto sbagliato, il piccolo Sebastian era protagonista lui stesso del
libro che leggeva in “La storia infinita” (1984), mentre Fred Savage e insieme
a lui noi spettatori, siamo tutti insieme ad ascoltare nonno Colombo come
fruitori finali di quella che è davvero una storia fantastica, nel senso
fantasy (ma anche no) del termine.

Se il film risulta fantastico sul serio, dobbiamo
ringraziare il regista Rob Reiner, lo stesso di quella bomba clamorosa di “This
is Spinal Tap” (1984) che un giorno sulla Bara Volante dovrà fare la sua
comparsa per forza, ma anche di un altro classico ultra noto, “Stand by Me –
Ricordo di un’estate” (1986).
Nella prima parte Reiner gioca con lo spettatore, sfruttando
al meglio la struttura narrativa del film ed infrangendo puntualmente l’ideale
muro che separa la lettura del nonno e la storia del libro, che diventa un film
davanti ai nostri occhi. La mia scena preferita è quando Bottondoro cerca di
fuggire dalla nave dei suoi rapitori gettandosi in acqua, nuotando tra le
anguille carnivore, un momento di “paura” che Reiner (e nonno Peter Falk)
interrompono all’apice del climax per assicurarsi di non fare troppa paura al
nipote e a noi spettatori che grossomodo ai tempi, non eravamo tanto più vecchi
di Fred Savage.

“Che cavolo stai dicendo Willis?” , “Guarda che quello era un altro telefilm“.

Un espediente che si diluisce con il passare della storia,
dando proprio l’idea di quanto il coinvolgimento del nipote per le vicende dei
protagonisti aumenti con il passare dei minuti che poi è proprio quello che
succede a tutti noi quando un libro ci appassiona così tanto da farci
dimenticare la realtà che ci circonda. Ma occhio, perché Rob Reiner e William
Goldman hanno un altro asso nella manica, tenetevi l’icona aperta che più
avanti ci torniamo.

Il bello di “The Princess Bride” è che dura 94 minuti, ma la
sensazione è ancora quella di essere di fronte ad una storia di grande respiro,
con un numero di trovate ed eventi tale di poter riempire una storia di tre
ore, un risultato che si ottiene grazie a personaggi efficaci, uno migliore
dell’altro.
Il biondo Westley parte per cercare fortuna per
poter sposare la sua Bottondoro, ma sparisce e viene dato per morto e la bionda
principessa controvoglia viene costretta a convolare ad ingiuste nozze con quel
viscido bastardo del Principe Humperdinck (Chris Sarandon) che, però, non è troppo
interessato a sollazzarsi con la bionda, in realtà vorrebbe solo farla fuori
alla prima occasione utile, facendo ricadere la colpa contro gli storici
avversari del regno di Gyllander, in modo da avere una scusa per rompere la
tregua e iniziare la guerra. Un piano diabolico e geniale, tanto che Dick
Cheney e George “Dabliù” Bush lo hanno replicato non troppo tempo fa, però con
delle fantomatiche armi di distruzione di massa al posto di Robin Wright.

Quando un presidente e il suo vice, copiano da questi due, vuol dire che abbiamo un problema.

Lo stronzissimo principe affida il compito del rapimento
della principessa ad un professionista, l’astutissimo (e doppiato in siciliano
senza provocare l’orticaria) Vizzini interpretato dalla faccia da schiaffoni da
Wallace Shawn e supportato da due aiutanti controvoglia e qui preparatevi
perché viene davvero giù il cielo su questo due nomi, lo spadaccino spagnolo Iñigo
Montoya (Mandy Patinkin) e il gigante
Groellan… Groenla… della Groenlandia, Fezzik, interpretato dai 2 metri e 24 per
l’equivalente in chili di André the Giant. Boom!

L’unica speranza per la principessa è un losco figuro, una
specie di Zorro senza mantello che è chiaro essere Westley redivivo e
mascherato («È molto comoda, credo che in futuro la porteranno tutti») il più
motivato di tutti che, di certo, non si fermerà davanti a niente per salvarla,
nemmeno a dover sfidare i tre rapitori uno alla volta in tre gare: abilità con
la spada, forza ed intelligenza. Inutile che vi dica siano una meglio dell’altra.

Una sorta di il lungo, il corto e il pacioccone. I ruoli lascio deciderli a voi.

Se il rompicapo dei due boccali di vino di cui uno solo
avvelenato contro Vizzini è uno spasso («Mai mettersi contro un siciliano
quando si tratta di uccidere») ancora meglio è vedere il metro e ottantatre di Cary Elwes
contro quella montagna umana di André the Giant trovare il modo per “Ammazzarsi
come persone civili”.

Come un prurito fastidioso sulla schiena che non riesci a grattarti.

M il mio scontro preferito è il duello di spada contro Iñigo
Montoya che per quanto mi riguarda sta a “La storia fantastica” come Han Solo
sta a Guerre Stellari. Va bene la
trama principale, ma alla fine siamo tutti qui per assistere alla ricerca di vendetta
di Iñigo contro l’uomo con sei dita, colui che sfregiò le sue guance, ma soprattutto
uccise sue padre, in una frase che sentirete ripetere giusto un paio di volte
in tutto il film, ma due proprio.

Dai quante volte l’avete ripetuta anche voi? Come se non vi conoscessi!

La bellezza di “La storia fantastica” sta nel suo giocarsi
pochissimi elementi puramente fantasy, tipo gli RTF (Roditori Taglie Forti) e
forse la presenza del mitico Max dei Miracoli interpretato da un
irriconoscibile Billy Crystal, protagonista di una scena che è stata diretta
dalla seconda unità, perché il regista Rob Reiner davanti alla prova di Crystal
scoppiò a ridere così forte, ma così forte da non poter più poter dirigere, era
troppo impegnato a tenersi la pancia dalla risate (storia vera).

Sotto tutto quel trucco, c’è il fan numero uno dei Los Angeles Clippers (anche perché non sono tanti).

Tutto il film si diverte a prendere amorevolmente per i fondelli i cliché delle favole, ma anche i film di cappa e spada con Enroll Flynn, infatti nel combattimento tra Zorro/Westley ed Iñigo Montoya i due chiamano le mosse di attacco e di difesa, usando i nomi di veri schermidori, un po’ come due provetti scacchisti, oppure come si faceva nel duello di spada giocando a “Monkey Island”, giusto perché siamo in piena fase malinconia.

“Io sono la gomma, tu la colla” (Cit.)

Non c’è una singola trovata o svolta di trama in “The
Princess Bride” che non sia un continuo gioco tra regista (il narratore) e il
suo pubblico. Visto che vi ero debitore di un’icona lasciata aperta,
affrontiamo questo argomento di petto: se dopo trent’anni questo film è ancora
così fresco e divertente è proprio per la sua assoluta modernità, sembra di guardare una fiaba classica, ma allo stesso tempo alla gioiosa parodia
di una fiaba classica, il tutto giusto un paio di anni prima che la Dreamworks
facesse quasi lo stesso con il primo “Shrek” (2001).

Che cos’è un “Mantello da olocausto”? Non
importa, perché tanto André the Giant ne tira fuori uno dalla tasca, per mettere
su quella baracconata di piano con qui insieme a Westley ed Iñigo Montoya
riescano ad entrare nel castello dove viene tenuta prigioniera Bottondoro. Ma
allo stesso modo, il gioco continua anche quando i personaggi dicono che ci
vorrebbe un miracolo per riportare in vita Westley dalla sua condizione di
quasi morto («C’è una grossa differenza tra quasi morto e tutto morto») vanno
da miracolo, inteso come Max. Ma dovete solo scegliere il vostro momento
preferito, in questo film non mancano, ad esempio a me fa sempre molto ridere
la faccia da fidanzata che guarda il suo ragazzo pensando “Ma mi prendi per il
culo?” quando nell’orrida palude del fuoco, lui fa il rilassato, dicendo «Non
dico che ci vivrei, ma gli alberi sono molto belli».

Come ti senti, quando fai le battute e la tua ragazza ti guarda storto.

Ogni personaggio sembra impegnato a mantenere le
proprie apparenze, oppure a cercare di smarcarsi dalla propria fama… ecco, la
fama: sembra che il mondo di “La storia fantastica” sia quasi tutto basato
sulla fama, in un costante smontare, frustrare e giocare con le aspettative
dello spettatore.

La morte di Vizzini, ad esempio, è giocosa ed in qualche modo
anche giusta, per come può essere intesa giusta una morte di un personaggio
totalmente malvagio in una fiaba, ma allo stesso tempo, il personaggio più
stronzo di tutto il film, Principe Humperdinck non muore mai anche se tutti se
lo aspettano, tanto che è proprio nonno Peter Falk a ribadirlo, no non muore, rassegnatevi.

Il dettaglio più rappresentativo è sicuramente la fama del
pirata Roberts, il terrore dei Sette Mari, descritto come l’uomo nero delle
favole, in realtà una specie di titolo al portatore che in questo gioco di
ruolo è soltanto un altro riuscitissimo scherzo.

Robin Hood Pirata Roberts un uomo in calzamaglia.

Poi, pensateci bene, Iñigo Montoya ci viene presentato come lo
spadaccino più abile del mondo, ma non vince nemmeno un duello, se non l’unico
che gli sta davvero a cuore, quello contro l’uomo con sei dita, in una scena in
cui non manca nemmeno il sangue (una roba impossibile oggi) e
definirla esaltante sarebbe altamente riduttivo!

Uno di noi! Inigo uno di nooooi! Uno
di noooooi!

Intervistato nel 2012 dal New York Magazine, Mandy Patinkin
ha dichiarato che oltre a considerare Iñigo Montoya il ruolo preferito della
sua carriera, grossomodo non è passato un singolo giorno della sua vita, dal
1987 ad oggi, in cui qualcuno non lo abbia fermato per strada puntandogli un
indice contro come se fosse una spada e dicendo «Hola. Mi nombre es Iñigo
Montoya. Tu hai ucciso mi padre, preparate a morir!», la stessa frase che nel
finale lo spadaccino ripete sei volte (6, S-E-I) di fila in un crescendo che sa
di trionfo e che chi è riuscito a beccare quelle repliche televisive ripete con
il sorrisone ebete e felice sul volto.

Cosa si può chiedere di più ad un film come questo? Che
abbia le musiche composte da Mark Knopfler? No! Perché le musiche di questo
film le ha davvero composte il mitico chitarrista dei Dire Straits che pare
aver accettato solo ad una condizione: nel film avrebbe dovuto fare la sua
comparsa il cappello che Rob Reiner teneva sulla capoccia nelle scene del suo
film “This Is Spinal Tap”. Reiner deve aver pensato «Per così poco?», quindi
aguzzate la vista e guardate bene le pareti della camera del ragazzino.

Un regista americano e il suo cappello da Baseball, connubio inscindibile.

Insomma, “La storia fantastica” è un film invecchiato alla
grande che risulta ancora estremamente moderno, negli anni è diventato un
classico natalizio, quindi perché non anche un Classido qui sopra? Ci può
stare!

Facciamo tutti insieme gli auguri di compleanno al film, anzi
facciamolo come si deve: “Hola. Mi nombre es Cassidy. Tu compi treinta años,
preparate a festegiar!”.
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