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La tigre e il dragone 2 – La spada del destino (2016): Ecco, questo già somiglia di più ad un Wuxia

Lo dico
subito: ogni volta che Ang Lee sforna un nuovo film, raramente me lo perdo e
il più delle volte mi piace anche, senza ripercorrere tutti i titoli del
regista, vi basti sapere che ho apprezzato anche la sua ultima fatica del 2012,
“Vita di Pi”.

Ma nella
filmografia del regista ci sono due titoli molto strambi per la media delle sue
pellicole, il primo è “Hulk” (2003), un film che ho apprezzato e che, comunque,
è ancora molto meglio di quella porcata con Edoardo Anti-Virus, malgrado gli
evidenti difetti era un film e no, non mi riferisco all’utilizzo massiccio di split screen, pensavo più che altro ai barboncini potenziati ai raggi gamma,
non fatemici pensare, ancora mi sento in imbarazzo…
L’altro titolo
con cui ho un evidente problema è “La tigre e il dragone”, un titolo che per
qualche ragione misteriosa, viene ancora erroneamente considerato come la
pietra angolare del genere Wuxia. Uscito nelle sale nel 2000, ha generato un’isteria di massa tra pubblico e critici, finalmente felici di poter parlare di
un film di arti marziali “serio”, diretto da un regista con un nome semplice da
pronunciare, da lì in poi è stato un tripudio di attori legati a cavi per
svolazzare in tutti i film per almeno un lustro, se non qualcosa di più.



Ecco cosa ricordo del primo film, un utilizzo improprio degli alberi…
Ai tempi
sembrava che “La tigre e il dragone” avesse scoperchiato un oscuro vaso di
Pandora, tutti i critici seri e impegnati del pianeta, che per convenzione
immagineremo con la pipa mentre sorseggiano liquore invecchiato, poterono
finalmente parlare bene di un film di arti marziali, dove le arti marziali erano
quasi totalmente accessorie, soffocate da un lirismo inutile. Il trionfo di
tutti i cinefili seri che pensano che i film di menare siano cinema spazzatura,
un genere che necessiti per forza di un’iniezione di contenuti aulici per essere
nobilitato. Sarà… Ma non mi sono mai sentito in colpa guardando un bel film di
genere fatto come si deve…
Tutto quello
che ricordo di quel periodo di follia di massa, si riassume in un aneddoto, il
Wuxia, come l’anello del potere Tolkeniano, nell’anno 2000, arrivò nella mani
del più improbabile dei portatori: mia madre.
Mia madre,
donna di antichi valori completamente all’asciutto di cinema di menare, ma
anche di tutto quello che proviene dall’Oriente, decide di andare nel cinemino
locale del nostro nebbioso e sonnolento paesello a vedere “La tigre e il
dragone”, ipotizzò convinta dalla presenza nel film di colui che mia madre
definisce “Quel bell’uomo che ha fatto quel film là”, che tradotto dal “Mia
madrese” vuol dire Chow Yun-Fat nel film “Anna and the King” con Jodie Foster,
pellicola stravista dalla mia genitrice in tutti i (molteplici) passaggi
televisivi.



Quel bell’uomo di Chow Yun-Fat.
Personalmente,
già allora non ero molto convito se vedere o meno il film, l’ultima spallata
arriva proprio da mia madre, che riassume il film in una frase che grossomodo
suonava così: “Dai è bello, c’è il deserto, tutti questi scenari belli, poi si
fanno questi salti, però è come una favola”. Mia madre, la stessa che l’unica
volta che ha mangiato in un ristorante cinese, di fronte ad un piatto di riso
cantonese, ha chiesto se poteva avere del parmigiano da grattugiarci sopra,
generando un mezzo incidente diplomatico con la Cina (storia vera), aveva
capito il genere Wuxia meglio di tutti i critici con la pipa di cui parlavo
sopra. Divertimento, una certa componente giocosa, ma soprattutto favolistica, il
Wuxia alla fine è tutto qui.
Per la nuda
cronaca, alla fine andai a vedere il film, di quella visione ricordo zompi e
zompetti diretti senza voglia, una storia di persone che “Fanno cose e vedono
gente”, tutti alla ricerca della spada chiamata “Destino verde”. Da allora non
ho più rivisto il film, incrociandolo in qualche passaggio televisivo,
tendenzialmente dopo 10 minuti ho sempre cambiato canale causa noia. Dopo aver
approfondito la mia conoscenza del genere, a distanza di anni ancora non
capisco come questo “Wuxia for Dummies” possa davvero essere considerato un
titolo fondamentale di questo antico genere.
Potete capire
che il mio interesse per questo secondo capitolo fosse abbastanza limitato, alla fine mi sono fatto tentate da Netflix, ma più che altro dai nomi
coinvolti, la leggenda Yuen Woo-ping alla regia, Michelle Yeoh di nuovo nel
ruolo di protagonista, con l’aggiunta nel cast di Donnie “Superego” Yen.



“L’Avete visto il finale di ‘Karate Kid’ vero?”.
Se Ang Lee con
i film di menare non ha mai avuto nulla a che fare, Yuen Woo-ping è la storia
dei film di arti marziali, il suo esordio alla regia risale al 1978, con due
titoli da nulla come “Il serpente all’ombra dell’aquila” e “Drunken Master”,
solo il film che ha lanciato l’allora 24enne Jackie Chan, il secondo
artista marziale più famoso anche in Occidente dopo sua Maestà Bruce Lee. Nei
film di Yuen Woo-ping hanno recitato tutti i più grossi nomini del cinema di
menare, Sammo Hung, Jet Li, ma anche Michelle Yeoh e Donnie Yen, “Iron Monkey”
era una bomba clamorosa…
Più di recente
Yuen Woo-ping è diventato il consulente alle coreografie di tutti i film di
botte, o presunti tali, sfornati negli Stati Uniti nei primi anni 2000, voluto
da Tarantino per “Kill Bill” e rubato dai Wachoschi(fo) per la saga di “Matrix”
e quella porcheria di film sui Ninja da loro prodotta, ma anche consulente
proprio per “La tigre e il dragone”, beffa delle beffe, il film che ha fatto
scoprire il Wuxia a noi omini e donnine senza gli occhi a mandorla.
Il cerchio
viene finalmente chiuso ora che Yuen Woo-ping è stato chiamato per dirigere
questo sequel, che di certo non verrà ricordato come il Wuxia definitivo, però
l’ho trovato mille volte più divertente del capitolo precedente.
Scritto dall’americano
John Fusco, il film sfoggia di nuovo delle bellissime location, il tempo di
dire, “Vah che posti fighi che ci sono in Cina” e ho scoperto che lo
hanno girato in Nuova Zelanda, digerito il trauma di trovarmi di fronte ad
attori orientali che recitano in lingua inglese (ero già pronto per godermi la
musicalità delle parole cinesi), mi sono trovato di fronte ad un prodotto fatto
da Americani (produce Netflix) per Americani, che infatti in Cina non è
stato apprezzato e che se non s’intitolasse “La trigre e il dragone”
probabilmente non avrebbe nemmeno tutte queste occidentali attenzioni su di sé.
Ma, in ogni caso, se dovessi consigliare a qualcuno in titolo facile da reperire,
per capire cos’è il Wuxia, mi sentirei molto più a mio agio ad indicare questo
sequel, piuttosto che il primo capitolo.



Compagnia aerea Wuxia, basta un cavo e voli in prima classe.
Tratto dal
racconto “Iron Knight, Silver Vase” di Du Lu Wang, la trama ruota ancora
intorno al mito del Destino verde, spada mitica scomparsa dai radar da anni, ma
più che altro si concentra sui personaggi, di Michelle Yeoh, nuovamente nei
panni di Yu Shu-Lien e il nuovo arrivato Silent Wolf (Donnie Yen), promesso
sposo di Shu-Lien che ha mancato l’appuntamento con l’altare, perché, beh… Era
un po’ morto, ma ora sta molto meglio, tranquilli.
Attorno a
queste due vecchie glorie ci sono i giovani, Wei-Fang (Harry Shum Jr.) e Snow
Vase (Natasha Bordizzo): il primo è un belloccio noto a chi di voi segue “Glee”,
la seconda una neo zelandese di madre orientale e padre italiano (quel cognome
parla chiaro). Due che possiamo considerare marzialisti più o meno come io mi
posso considerare esperto di fisica termonucleare. Dire legnosi e fuori cast
sarebbe fargli un complimenti, ma come tappezzeria intorno a Yeoh e Yen vanno
più che bene.



“Per il potere di Grayskull!”.
Sì, perché lo
spettacolo lo fanno tutto loro, Michelle Yeoh è in gran forma, invecchiata magnificamente
come solo le donne orientali possono permettersi di fare, è ancora qui, appesa
ai cavi a svolazzare e a far librare la sua arma, nella parte di un maestro di
arti marziali, capace di staccare coppini (e far vergognare come dei ladri)
a tutte le protagoniste di film “Young Adult”, costruite a tavolino per il
pubblico di questa parte di emisfero terreste.



“Il primo che si muove lo rispedisco con un calcio a rivedersi tutta la serie di Hunger Games”.
Ma il migliore,
come sempre, resta Donnie Yen, anche lui ormai non proprio un ragazzino
anagraficamente parlando, ma in grande forma e con la solita faccia “di tolla”
che lo ha sempre caratterizzato, per chi di voi non lo conoscesse vi racconto
una piccola storiella su di lui, che vi farà capire di che razza di personaggio
stiamo parlando. L’uscita del terzo capitolo (che attendo molto) della saga di “Ip
man” avrebbe dovuto uscire in patria nei primi mesi del 2016, per non
sovrapporsi all’uscita mondiale di un film che voi (io no) stavate aspettando
molto, una cosina di cui potreste aver sentito parlare intitolata Star WarsEpisodio VII: Il Risveglio della Forza.
Quando i
produttori hanno comunicato questo dettaglio a Donnie Yen lui ha risposto: “Star
cosa esce prima del mio film? Non so cosa sia, non mi interessa, fate uscire il
mio film a dicembre”, risultato: la Disney ha dovuto aspettare che Episodio VII
uscisse in Cina, ultimo Paese al mondo dov’è stato distribuito, per vedere se
erano davvero riusciti nell’impresa di diventare il più grosso incasso della
storia del Cinema. Donnie Yen, l’uomo che ha messo in panchina Episodio VII!



“Star cosa? Mai sentito nominare, non la mangio io quella roba…”.
Per la nuda cronaca,
provate ad indovinare chi è stato assoldato dalla Disney, per entrare a far
parte del cast dello spin-off di Star Wars, “Rouge One”? Proprio Donnie Yen,
per la serie: se non puoi batterli, fatteli amici…
Donnie Yen
dimostra di essere quello che ha capito meglio la filosofia del film, lo
scontro nella foresta, con Silent Wolf e i suoi quattro alleati, contro mille
mila avversari riassume da solo il senso di questo film e, probabilmente, del
genere Wuxia: spettacolari coreografie, doppi calci volanti resi possibili dai
cavi, per uno spettacolo visivo che non fa che sottolineare la natura
favolistica di questo genere. Il tutto condito dal faccione compiaciuto di Yen,
che ha l’aria di uno che pensa: “Se se, mi hanno fatto indossare i cavi per
contratto, ma io ‘sta roba la faccio tutte le mattine prima di fare colazione”,
non credo basti tutta la Cina per contenere il suo super ego!
“Crouching
Tiger, Hidden Dragon: Sword of Destiny” dura un’ora e mezza sparata, è
intervallato da combattimenti divertenti e spettacolari, che arrivano a cadenza
periodica ogni cinque minuti, forse anche meno, alcuni davvero bellissimi, come
lo scontro Ninja, tutto eseguito senza fare nemmeno un fiato per non essere
scoperti. Insomma, nemmeno questo è il titolo definitivo del genere Wuxia, non
credo che mia madre andrà a vederselo su Netflix (ma non è detto…) e molto
probabilmente non piacerà ai critici con la pipa perché non è sufficientemente
aulico ed impegnato, ma personalmente se questo dovesse passare in tv
probabilmente lo riguarderei, non posso dire la stessa cosa del film di Ang
Lee.
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