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La zona di interesse (2024): rifiutarsi di guardare l’abisso

L’orrore non lo puoi vedere, specialmente quando non vuoi vederlo. “La zona di interesse” parla di questo, puoi vivere nella zona del titolo, puoi sapere, perché non sapere la verità è impossibile, ma per guardarla in faccia, devi avere la volontà di farlo.

In questo film la regia non affonda mai lo sguardo nell’abisso, forse solo in un momento con una macchina da presa per riprese notturne, unica sbirciata nel campo accanto alla zona fornita dal regista, in un film dove l’orrore è noto a tutti, ma volutamente ignorato dai protagonisti.

“La zona di interesse” è la bucolica porzione di terreno attorno al campo di concentramento di Auschwitz, dove ogni giorno papà Rudolf Höß, si reca per lavorare, tutto qui, la nuda cronaca della vita di una famiglia, che giustamente (dal loro punto di vista) storce anche il naso quando viene paventata loro la possibilità di doversi allontanare, i bambini sono così felici vivendo all’aria aperta.

Gita con i bimbi, mentre volto lo sguardo altrove.

Jonathan Glazer non lascia trapelare l’orrore, o meglio lo fa, ma mai direttamente, solo attraverso la nostra conoscenza collettiva dell’Olocausto, il padre che ogni giorno spulcia piani e disegni del campo con quei signori in divisa, per i figli è una normale giornata di lavoro del loro papà, per noi che sappiamo, un modo per percepire l’abisso di cui abbiamo consapevolezza, proprio come i protagonisti, solo che loro vivono facendo finta che non sia così.

Una svolta completa, un modo innovativo per raccontare tutti gli olocausti trasformando la narrazione stessa in metafora del comportamento umano, se Spielberg ci costringeva a guardare in faccia i fatti, grazie a cappottini rossi che spiccavano tra il bianco e nero dell’orrore, Glazer ci costringe a guardare in faccia il modo in cui l’umanità reagisce alla mostruosità. Cambia l’approccio ma non il risultato, perché la natura umana, resta la stessa.

Giardinaggio, come se nulla stesse accadendo.

Un modo innovativo ma perfettamente logico di raccontare la vita del vero Rudolf Höß, perché nessuno è più cieco di chi non vuole vedere, forse solo chi si auto assolve, chi sa, ma volta la testa dall’altra parte.

Glazer firma un film asettico e anche per questo durissimo, che parla del passato ma va visto oggi, perché “Più le cose cambiano e più restano le stesse” (cit.) specialmente nella natura umana, ed ora che siamo circondati da conflitti, “La zona di interesse” si conferma per quello che è: un film che parla del presente.

Eppure da quella parte, lo sapete benissimo che cosa sta succedendo.

Va sottolineata la prova di Sandra Hüller, incredibile qui anche più che in “Anatomia di una caduta”, bello, ma che per varie ragioni ho apprezzato molto del film di Glazer, così gelido e diretto nel suo dire tutto, senza mostrare niente, perché la responsabilità di non votare lo sguardo davanti all’orrrore è condivisa, nostra, di tutti, come cantava il Poeta, anche se voi vi credete assolti, siete lo stesso coinvolti.

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  1. Immagino che quando Glazer si sia trovato davanti alla scelta di come impostare l’orrore psicologico, ovvero tra visivo e sonoro con la scelta di quest’ultimo abbia poi elaborato tutta la carta vincente di questo film. Non è la classica pellicola che si fa agli studenti per istruire ma è quella che si fa vedere alle persone che conoscono, per far intuire il vero orrore storico. Le scene in visione notturna, quella della camera che s’illumina per il fuoco dei forni crematori e la colonna sonora sono davvero le mie parti preferite. Approccio non convenzionale, talvolta caustico, ma era ben risaputo che Glazer ha una più che solida visione cinematografica dei suoi soggetti.

    • Decisamente, sembrava non fosse più possibile trovare un nuovo approccio visivo su tale correre, invece eccolo. Cheers

  2. Dico una di quelle frasi molto abusate e prese in giro dai cinèfili? Un pugno allo stomaco, di quelli di cui avevamo bisogno.
    Ci voleva questo cambio di prospettiva per raccontare una delle pagine di storia ormai anche troppo raccontate al cinema, in modo quasi banale.

    Non credo di voler rivedere Under the Skin, rivalutato da molti dopo le pernacchie inziali, ma Io sono Sean mi ha sempre incuriosito.

    • Mi era piaciuto più “Under the skin” di “Io sono Sean”, ma per motivi legali non posso parlare della signora Ragazzino (ex Cassidy), qui invece il cazzotto arriva, sta a noi non cadere nella trappola dei cinefili da Infernet ma soprattutto, di non voltare lo sguardo. Cheers!

  3. Più che metafisico sono metà-fisico, metà-balengo, quindi mi risulta difficile “far finta di niente” come accade alla famiglia di questo film, soprattutto di fronte a eventi di questa portata. Ma forse è proprio la scala delle situazioni che determina la nostra capacità di indignarsi di fronte alle storture della vita. Forse di fronte alle piccole cose siamo consapevoli di poter dare il nostro contributo, mentre mano a mano che si amplifica la portata di un evento, ci troviamo a pensare a quanto possa valere il nostro contributo. Per fortuna, però, i grandi personaggi del passato che hanno saputo portare avanti i loro ideali non hanno fatto di questi ragionamenti. È quasi un pò un richiamo alla profezia che si autoalimenta di Adorno: meno agisco su ciò che mi accade, meno riesco ad avere il controllo della mia vita, lasciando però così spazio alle peggiori abberrazioni…
    Per concludere questo è il classico film da pugno nello stomaco ma che si DEVE vedere per non ricadere negli stessi errori dei nostri nonni… Buon martes

    • Va visto e va visto ora, ci tenevo molto a consigliarlo. Buon martedì anche a te! Cheers

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